Catch Me if You Can

16.5.2013 con Viola in cucina

come faceva la canzone cantata da Patty Pravo? “La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me …”

Mi sa che invece ce la stia facendo, a cambiare me, la vita. Per tanti aspetti, probabilmente in meglio: diversi spigoli smussati (non tutti), spesso più lenta all’ira (non sempre), spero almeno un pochino più indulgente con le debolezze mie e altrui… per il resto, meno voglia di sdarmi, scottata dall’inutilità di tanti sforzi, dalla vanità dell’impegno… e un senso di stanchezza che va oltre la naturale fatica. A volte l’entusiasmo si riaffaccia, ma il tempo non segna soltanto la pelle del viso, non acciacca solo il corpo.

Il tempo, si dice, cura tutte le ferite, anche. Non lo so, non ci credo più… le cicatrizza, forse, ma a volte basta poco per riaprirle. Oppure s’impara a conviverci, nel tempo, o se ne dimentica qualcosa, col tempo, se nel tempo la vita mette altro che meriti più attenzione. Come una vita tutta nuova, una persona nuova, indifesa, innocente che ha bisogno di amore, coraggio, gioia, fiducia, tenerezza e non solo di cibo (per ora le basta il mio latte, che non è solo cibo…appunto) e accudimento materiale (cambiarla, pulirla, curarne i primi malanni, compresi quelli procurati… e sia chiaro che non volevo, ma di fatto era un obbligo, ‘diciamo‘).

con Viola in cucina

Il giorno prima della prima vaccinazione, per fortuna, è venuta a trovarci Daniela tornata da Londra, a Firenze di passaggio. E mi ha distratta per un po’ dai pensieri e dai timori…

16.5.2013 con Viola e Daniela in sala

Apprezzo molto che un’amica non precisamente amante dei bébé sia stata volentieri con me e Viola, senza far pesare il cambiamento: passare da serate di cinema e sushi o manifestazioni e flash mob (e fisicamente ero tornata a parteciparvi grazie a lei, che mi aveva tirata fuori dall’isolamento depressivo e dall’impegno solo a parole, via web) a  un pomeriggio con la neomamma sfinita e la piccina, compresi cambio di pannolino e poppata… un regalo grande.

E tanti regali per i prossimi mesi di Viola:

da Londra per Viola regali di Dani

“acchiappami se ti riesce”… spero Viola lo possa dire con un sorriso e a testa alta, sempre

tenerezza, silenzio, saluti…

la musica“Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile…”
 Faber

Faber

“Qualcuno (mi pare Majakovskij) ha detto “Dio ci salvi dal maledetto buonsenso ”: se tutti fossero normali e se fossero dotati esclusivamente di buon senso, non esisterebbero gli artisti e probabilmente nemmeno i bambini.”

Fabrizio De André
(Genova, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999)

m’innamoravo di tutto

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria

e a un dio senza fiato non credere mai…

10 pupazzino a letto

Un morbido agnellino di stoffa che dorme con noi da qualche tempo, poi andrà nella culla di Viola per farle sentire sempre vicini gli odori di mamma e babbo.
Immagini, pensieri, parole e sentimenti sparsi senza un filo dove e come vengono…
Tempo di ascolto più che di condivisione.
Raccolgo le forze…
e ripenso ai miei anni di sperdimento con una tenerezza sconosciuta.
Da un po’ di tempo non ascolto come prima le canzoni di Faber (consumate le cassette, a Viola lascerò forse qualche cd, ma che musica ascolteranno i ragazzi quando sarà ragazza lei? Con che supporto? Dovrò raccontarle quel che non si trasmette materialmente), oggi pensavo all’anniversario della sua morte. Piansi come se ne fosse andato un fratello maggiore, uno zio, un amico… poi, ovviamente, a parte la curiosità per quel che avrebbe scritto e cantato ancora, non mi è mancato come una persona cara: quel che amavo di lui, in parte è rimasto per me e per chi lo ascoltava. Ci sono i dischi per risentire la sua voce unica ogni volta che si vuole. Mancherà davvero a chi ne ha perso l’odore, il calore, la presenza a cena e a letto.

Oggi se ne è andata anche Mariangela Melato. Una coincidenza tra le intermittenze del cuore.

Mariangela Melato

Mariangela Melato (Milano, 19 settembre 1941 – Roma, 11 gennaio 2013)

 

Primavera… sbocciano fiori di tè

Primavera non bussa…

un filo di apprensione quando lei entra sicura e, ogni volta, mi scombussola. Amo i fiori e i colori, in ogni stagione, eppure la stagione che molti aspettano e salutano come rinnovamento e rinascita spesso mi butta a terra, come l’anno passato. Spero proprio che questa primavera sia diversa dalla passata, certo arriva dopo mesi di cammino in salita e salute in risalita, quindi dovrei essere fiduciosa, anche solo pensando alle settimane e settimane a letto con la febbre o chiusa in casa prigioniera degli attacchi di panico del passato, mentre quest’anno me la sono cavata con un raffreddore e un torcicollo. Forse mi sono anche fatta un po’ di buccia, mentre prima ero quasi “senza pelle”, nel senso che tutto mi turbava oltre misura. E poco mi dava conforto come un libro in prestito o una tazza di tè

“… parentesi magiche che gonfiano il cuore di commozione, perché all’improvviso il tempo è stato fecondato, in modo fugace ma intenso, da un po’ di eternità. Fuori il mondo ruggisce o si addormenta, scoppiano le guerre, gli uomini vivono e muoiono, alcune nazioni periscono, altre, che verranno presto inghiottite, sorgono, e in tutto questo rumore e questo furore, in queste esplosioni e risacche, mentre il mondo avanza, si infiamma, si strazia e rinasce, si agita la vita umana. Allora beviamo una tazza di tè. (…)  il tè non è una bevanda qualunque. Quando diventa rituale, rappresenta tutta la capacità di vedere la grandezza nelle piccole cose. Dove si trova la bellezza? Nelle grandi cose che, come le altre, sono destinate a morire, oppure nelle piccole che, senza nessuna protesta, sanno incastonare nell’attimo una gemma di infinito? Il rituale del tè, quel puntuale rinnovarsi degli stessi gesti e della stessa degustazione, quell’accesso a sensazioni semplici, autentiche e raffinate, quella libertà concessa a tutti, a poco prezzo, di diventare aristocratici del gusto, perché il tè è la bevanda dei ricchi così come dei poveri, il rituale del tè, quindi, ha la straordinaria virtù di aprire una breccia di serena armonia nell’assurdità delle nostre vite. Sì, l’universo tende segretamente alla vacuità, le anime perdute rimpiangono la bellezza, l’insensatezza ci accerchia. Allora beviamo una tazza di tè… “

da L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, una lettura in prestito alla fine di febbraio 2011, come una parentesi di serenità, come una tazza di tè.

Ne avevo parlato altrove e un’amica mi volle invitare a berne insieme, offrendomi una parentesi delicata. Ricordo con gratitudine il breve viaggio a Lodi di quella primavera per il resto da scordare, ne tengo in cuore ogni istante, ne conservo le foto di cielo, rami e fiori

e una scatola in dono portata a Firenze, con ancora qualche sorpresa da gustare

una gemma in tazza

un po’ di acqua calda

e nella teiera trasparente sboccia un fiore

Oppure prendo dalla scatola rossa un funghetto verde

verso acqua calda, non bollente,

qualche minuto di pazienza e …

è la magia dei fiori di tè. In questo caso si trattava di Lian Hua Xian Zhi (detto anche Flower Fairy… e ci voleva la fata dei fiori dopo gli incubi da Fiore, ma questa è un’altra storia, solo per cuori viola)