…”morire” di maggio, ci vuole ancora tanto coraggio

Un Dio, che è stato per trent’anni muratore e falegname, riuscirà a venire a capo delle macerie della mia anima.

Hans Urs von Balthasar, “Il chicco di grano”

Appunto salvato nella memoria da diversi anni, troppo spesso scordato nel senso profondo, ogni tanto riaffiora, quando mi sembra che, toccato il fondo, più che sperare di cominciare a risalire, non resti altro che scavare. Tra le macerie.


Assaggi di Misericordia in terra, nel giardino accanto alla chiesa di San Jacopo in Polverosa, dove don Fulvio (che non è il mio parroco, ma che ormai è diventato il mio confessore prioritario e il padre spirituale che mi mancava e un amico vero, senza nulla togliere al carisma di un altro sacerdote amico, il carissimo don Luigi,  parroco nella chiesa dove vado a messa, anche perché proprio sotto casa) riceve, come strumento dell’Unico che può salvarci tutti e ciascuno, il peggio delle mie scivolate fuori dal sentiero di un cammino scelto con tanta gioia e amore, solo per amore, all’inizio e poi reso parecchio accidentato dai “casi della vita”, diciamo così.
Don Fulvio riceve, ascolta, indaga, accoglie, guida – ascoltato, anche se non immediatamente costantemente seguito – trasforma piano piano la colpa, con il suo carico di dolore, in occasione di crescita, esperienza della felicità indicibile che è la riconciliazione, sia pur provvisoria e frammentata.  Evita, soprattutto, almeno cerca di evitare che una scivolata diventi caduta rovinosa, insegna la pazienza verso i limiti della nostra comune fragilità, riporta in cammino anche dopo altri inciampi. E se un essere umano, come me e come te che leggi, mi ha fatta sentire accolta e abbracciata da un affetto di padre buono mentre io mi giudicavo da sola degna soltanto di disprezzo e condanna, il Padre nostro che cosa mai potrà farmi provare se saprò, col Suo aiuto, afferrare la mano tesa per chi cade e vuole rialzarsi e tornare in cammino?


Diventa sciocco e resta inutile per le ferite in cuore, non solo dannoso per il fegato e il cervello, tentare di affogare negli alcolici il disagio che ormai sa nuotare meglio di me nell’ebbrezza artificiale.
Restano effimere parentesi di sollievo illusorio le fughe…e in fuga diventa poco, troppo poco, anche la pura bellezza che si coglie con gli occhi nel vento leggero delle colline, spendendo fuori dalla città bollente la pausa per il pranzo dove spesso non pranzo proprio.

Diventa invece finalmente possibile dare parole a dolori antichi rimasti sepolti troppo a lungo, portati di nuovo alla coscienza da colpi “nuovi” che riaprono vecchie ferite, portati finalmente dove li nomino e forse piano piano me ne libero… anche se la strada è lunga, molto più lunga del tragitto fisico per il posto dove si cerca di aggiustare un po’ il cumulo di macerie di cui mai verrò a capo da sola.

E poi respiri, con gli occhi agli alberi e il cuore alle sorelle nuvole.

E sguardi distratti alla strada, rapita dalla bellezza che si trova guardando sopra la folla e oltre le follie.

Che privilegio aspettare il cambio di autobus con gli occhi su San Marco… esser nata a Firenze e viverci (sia pure quasi ogni giorno bloccata in periferia) non mi ha ancora assuefatta all’incanto.

E andiamo avanti, senza perdere la speranza, ché a maggio, sempre, ci vuole coraggio quando lo splendore della primavera inoltrata cazzotta i lividi di un’anima a fettine… 

Poi ci sono le amiche, con cui dividere un pasto e un’attesa dolce di vita nuova

o un cicchino al sole dopo una notte in bianco, fregandosene delle occhiaie e dell’aria sbattuta.

E continuare a vivere mentre intorno l’orrore avanza in grande pompa, come non bastassero gli orrori minuti delle singole esistenze.

Aprile è il più crudele dei mesi…

Un libro che volevo prendere per Viola, verso la fine di marzo è arrivato in dono a me da chi mi ha messa al mondo, qualche giorno prima che il centro del mio mondo vacillasse …

Sono giorni di pena e nottate di angoscia, senza notizie, con slanci di ottimismo e puntate di disperazione, alternando preghiere e pugni nel muro,

moccoli e rosari, visite e piccole evasioni.
La tenerezza di Viola che non vuole sentire parlare del nonno, perché sa, capisce, sente tutto e si difende e non mi lascia più portare Wiz in negozio, ma lo vuole a casa, se no se ne vanno tutti e invece “voglio dormire con tutta la mia famiglia”…

E tra lavoro e ospedale cerco pace sempre dove posso, quando posso…


Sono state giornate di lavoro come distrazione e gesti generosi.
Ringrazio don Fulvio per essersi fatto rapire una sera a dare conforto al mio babbo ancora in Terapia Intensiva Coronarica, quando si temeva il peggio dopo un primo illusorio recupero e prima di un altro miglioramento per ora meno fugace… e poi a cena con noi, a dividere pane, zuppa di farro e lenticchie, pollo alla curcuma, cioccolato fondente, peperoncino e foto rubate senza autorizzazione.

Chi di scatto condiviso ferisce, di scatto rubato gioisce…

Sono state mattine di scaramanzie infantili, come quando (nel giorno del peggioramento critico, per cui sembrava vicino l’addio temuto da quando ero ragazzina e mi dicevo che il giorno in cui sarebbe morto mio padre, padrone del mio cuore, mi sarei lasciata morire anch’io) gli ho comprato un sigaro che forse non potrà mai più fumare, anche quando (se) tornerà a casa, ma … un tiro o due per festeggiare ci starà (ci starebbe, dovrebbe starci).

E poi c’è stata una sera di pura bellezza, un regalo a far sabato il sabato. La gioia della musica e il dolore della Madre sotto la Croce

Sì, mi ero già sentita da sola lo “Stabat Mater” di Boccherini, ma sabato sera, a pochi metri dal soprano (bellissima e con voce d’angelo) e dagli archi….mi sono ricordata con tutti i sensi accesi la differenza tra un concerto dal vivo e l’ascolto di una registrazione, come tra mangiare e stare a guardare. E sono rimasta un po’ fuori dalla chiesa di San Jacopo in Polverosa a farmi risuonare dentro parole e note

e a salutare e ringraziare gli interpreti di tanta meraviglia.

E poi c’è lei, Sorella Luna…che a volte ancora chiamo “mamma”.

Mentre il mondo sembra sempre più sprofondare nell’odio e nella violenza delle guerre… desiderio di PACE