Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Letture al volo all’alba, con frutti dolcissimi di pace e gioia al pomeriggio… dopo una passeggiata all’inferno nella notte: 

Oggi in modo particolare risplende nel Vangelo l’amore di Gesù per i peccatori. Egli chiama a seguirlo un uomo che proviene dalla cerchia dei pubblicani, odiati e disprezzati come asserviti ai pagani dominatori. E’ già uno scandalo per i farisei, che considerano inderogabile, se si vuol essere “giusti”, la separazione dei peccatori. Ma lo scandalo giunge al colmo quando Gesù non lo allontana dai compagni della sua risma, anzi si mette a tavola a casa sua, in un banchetto che vede riuniti, con Gesù e i suoi discepoli, “molti pubblicani e peccatori”. “Perché – domandano ai suoi discepoli – il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.
Ma la risposta di Gesù è decisa:
“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati…
Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”.

Bisogna mettersi tra i peccatori, per ottenere misericordia. Su questo punto ci può essere una deviazione nella devozione, cioè la possibilità di una riparazione che diventa farisaica: “Noi santi, noi giusti ripariamo per i peccatori!”. No. Riparare vuol dire mettersi tra i peccatori, in mezzo a loro da peccatori quali siamo, e pregare per noi e per gli altri per ottenere perdono e salvezza, che è sempre un dono gratuito. Chi si fa forte della propria presunta giustizia, si chiude alla misericordia di Dio.

Canto al Vangelo (Mt 11,28)
Alleluia, alleluia.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro, dice il Signore.
Alleluia.

Vangelo

Matteo 9, 9-13
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Misericordia io voglio e non sacrifici.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi».
Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Gesù siede volentieri alla mensa dei peccatori, perché ama infinitamente l’uomo, e con il suo perdono lo rinnova e lo guarisce. Per la mediazione di Cristo redentore, rivolgiamoci al Padre, dicendo:
Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

Per il Papa, i vescovi, i presbiteri: sull’esempio di Cristo siano misericordiosi con i peccatori, vadano alla ricerca dei lontani, diventino missionari degli ultimi e degli abbandonati. Preghiamo:

Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

Per chi è spaventato della gravità delle proprie colpe: sappia guardare con fiducia al Cristo che ha già sconfitto il peccato e la morte. Preghiamo:

Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

(…)
Dal sito La Chiesa: Liturgia

Aggiungo solo alcuni appunti dalle omelie e commenti trovati in rete:

Omelia di Riccardo Ripoli (5.7.2013)
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati

Se ci feriamo, se stiamo male fisicamente andiamo dal medico, ma se il nostro stare male dipende dal cuore, dalla nostra anima, dalle cose che non vanno nella vita, da un amore deluso a chi ci rivolgiamo? Se ne possono pensare tante, si può parlare con l’amico o l’amica del cuore, con uno psicologo, con l’insegnante o sfogarsi in qualche chat su internet, ma tutto è limitato. Nessuno ha la verità in tasca, nessuno ci conosce bene nel profondo, nemmeno noi stessi.
Quando la mia vita era a pezzi provai a rivolgermi a mio padre, ma anche lui soffriva e non poté aiutarmi; parlai con la mia ragazza di allora, ma era troppo immatura per affrontare certi argomenti; guardai ai miei amici, ma erano troppo presi dai loro problemi per darmi ascolto; mi gettai a capofitto nelle gare di pesca subacquea, ma anche in quel caso non bastavano per trovare una soluzione degna di essere chiamata tale. Non sapevo dove sbattere la testa. Pregavo Dio che mi indicasse la strada, ma tutto intorno a me era silenzio. Passarono così nove mesi, un periodo di buio, un momento della mia vita in cui ero sull’orlo di un precipizio e il desiderio di suicidio era sempre molto forte in me, ogni istante. Un giorno di settembre andai a fare una girata e mi ritrovai a Montenero, nei pressi di Livorno, dove c’è un santuario mariano. Mi fermai ed entrai per fare una preghiera. Era in corso la Messa e la celebrava un sacerdote un po’ pazzo. Era lui la risposta che stavo aspettando da tanto tempo da Dio. Da quel giorno la mia vita cambiò radicalmente ed ancor oggi sono a camminare su quella strada indicatami dal Signore.
Come e quando aiutarci lo sa Gesù, noi dobbiamo avere fiducia in Lui e attendere che la sua cura faccia effetto. D’altra parte se vi sentite male allo stomaco e andate con fiducia dal medico, mica guarite all’istante. Vi darà delle medicine che faranno effetto pian piano. La differenza tra il medico ed il Signore è però che il primo può anche sbagliare, va a tentativi, cerca di capire cosa abbiamo, mentre Cristo sa esattamente di cosa abbiamo bisogno e ce lo dona quando sa che farà più effetto.
Riguardando indietro, in quei nove mesi di sofferenza, se mi avesse indicato la strada dopo poco tempo e non avesse atteso tutto quel periodo, non avrei sofferto, non mi sarei lavato di dosso il mio passato, non avrei potuto gioire del dono fattomi. Se uno mangia tutti i giorni e salta un pasto uno o due giorni, quando ricomincia a mangiare nemmeno si ricorda di quel breve periodo in cui ha patito la fame. Ma se passano nove mesi senza potersi cibare adeguatamente, quando gli viene proposta una tavola imbandita saprà fare festa a quel regalo meraviglioso ed al suo donatore, ringraziandolo per tutta la vita.

E l’ormai caro Paolo Curtaz che sempre regala carezze al cuore:

Paolo Curtaz (6.7.2012)
Commento su Matteo 9,9-13

È seduto al banco delle imposte Matteo, quando incrocia lo sguardo di quel falegname ospite in casa di Simone il pescatore. Pensa che gli voglia chiedere qualcosa, un favore, uno sconto, un aiuto. È temuto Levi, è un pubblicano che riscuote le tasse per conto dei romani. Lo odiano tutti, visceralmente, ma lo temono e lo rispettano. E invece il Nazareno non gli chiede nulla. Sorride e gli dice di lasciare tutto. Sta scherzando, sicuramente. È stranito ora Matteo, ma lo sguardo di Gesù non lo abbandona. Cosa avrà visto in quello sguardo? Quale abisso di bene e di luce? Quanta misericordia e compassione? Cosa può spingere una persona a lasciare tutto per davvero? Sul serio? Forse anche noi abbiamo incrociato il suo sguardo, forse anche noi ci siamo sentiti travolti dalla misericordia, forse anche noi abbiamo colto la misura infinita della tenerezza di Dio. È venuto per noi ammalati, il Signore, non per quelli che non hanno bisogno di salvezza. È venuto senza porre condizioni, mettendosi in gioco, sfidandoci ad osare, a rischiare. E la cosa straordinaria è che questo incontro Matteo lo racconta trent’anni dopo e ne parla con una freschezza e una nostalgia che commuove.

Per stasera, intanto, mi è arrivato in mattinata un libro ordinato on line per poterne parlare con un ambasciatore di Misericordia, il mio amico e confessore, padre spirituale, amico, fratello maggiore, Don Fulvio (anche se, nel pomeriggio, oggi mi sono rivolta al parroco, Don Luigi, perché il sacramento in chat ancora non vale e Fulvio è in meritata vacanza al mare)

 

…”morire” di maggio, ci vuole ancora tanto coraggio

Un Dio, che è stato per trent’anni muratore e falegname, riuscirà a venire a capo delle macerie della mia anima.

Hans Urs von Balthasar, “Il chicco di grano”

Appunto salvato nella memoria da diversi anni, troppo spesso scordato nel senso profondo, ogni tanto riaffiora, quando mi sembra che, toccato il fondo, più che sperare di cominciare a risalire, non resti altro che scavare. Tra le macerie.


Assaggi di Misericordia in terra, nel giardino accanto alla chiesa di San Jacopo in Polverosa, dove don Fulvio (che non è il mio parroco, ma che ormai è diventato il mio confessore prioritario e il padre spirituale che mi mancava e un amico vero, senza nulla togliere al carisma di un altro sacerdote amico, il carissimo don Luigi,  parroco nella chiesa dove vado a messa, anche perché proprio sotto casa) riceve, come strumento dell’Unico che può salvarci tutti e ciascuno, il peggio delle mie scivolate fuori dal sentiero di un cammino scelto con tanta gioia e amore, solo per amore, all’inizio e poi reso parecchio accidentato dai “casi della vita”, diciamo così.
Don Fulvio riceve, ascolta, indaga, accoglie, guida – ascoltato, anche se non immediatamente costantemente seguito – trasforma piano piano la colpa, con il suo carico di dolore, in occasione di crescita, esperienza della felicità indicibile che è la riconciliazione, sia pur provvisoria e frammentata.  Evita, soprattutto, almeno cerca di evitare che una scivolata diventi caduta rovinosa, insegna la pazienza verso i limiti della nostra comune fragilità, riporta in cammino anche dopo altri inciampi. E se un essere umano, come me e come te che leggi, mi ha fatta sentire accolta e abbracciata da un affetto di padre buono mentre io mi giudicavo da sola degna soltanto di disprezzo e condanna, il Padre nostro che cosa mai potrà farmi provare se saprò, col Suo aiuto, afferrare la mano tesa per chi cade e vuole rialzarsi e tornare in cammino?


Diventa sciocco e resta inutile per le ferite in cuore, non solo dannoso per il fegato e il cervello, tentare di affogare negli alcolici il disagio che ormai sa nuotare meglio di me nell’ebbrezza artificiale.
Restano effimere parentesi di sollievo illusorio le fughe…e in fuga diventa poco, troppo poco, anche la pura bellezza che si coglie con gli occhi nel vento leggero delle colline, spendendo fuori dalla città bollente la pausa per il pranzo dove spesso non pranzo proprio.

Diventa invece finalmente possibile dare parole a dolori antichi rimasti sepolti troppo a lungo, portati di nuovo alla coscienza da colpi “nuovi” che riaprono vecchie ferite, portati finalmente dove li nomino e forse piano piano me ne libero… anche se la strada è lunga, molto più lunga del tragitto fisico per il posto dove si cerca di aggiustare un po’ il cumulo di macerie di cui mai verrò a capo da sola.

E poi respiri, con gli occhi agli alberi e il cuore alle sorelle nuvole.

E sguardi distratti alla strada, rapita dalla bellezza che si trova guardando sopra la folla e oltre le follie.

Che privilegio aspettare il cambio di autobus con gli occhi su San Marco… esser nata a Firenze e viverci (sia pure quasi ogni giorno bloccata in periferia) non mi ha ancora assuefatta all’incanto.

E andiamo avanti, senza perdere la speranza, ché a maggio, sempre, ci vuole coraggio quando lo splendore della primavera inoltrata cazzotta i lividi di un’anima a fettine… 

Poi ci sono le amiche, con cui dividere un pasto e un’attesa dolce di vita nuova

o un cicchino al sole dopo una notte in bianco, fregandosene delle occhiaie e dell’aria sbattuta.

E continuare a vivere mentre intorno l’orrore avanza in grande pompa, come non bastassero gli orrori minuti delle singole esistenze.