Tre mesi senza te

Mi manchi tanto, babbo, ma è ora di lasciarti andare…  mi hanno chiesto di scrivere, per una pubblicazione che uscirà a novembre, un ricordo per i tuoi colleghi, allievi, conoscenti, estimatori. Non sapevo da che parte cominciare, non me la sentivo, poi, incoraggiata da un altro mio padre (non babbo di sangue, padre spirituale, il mio carissimo don Fulvio), non riuscivo a smettere… tutto è partito da un biglietto di auguri ritrovato tra le pagine del tuo Maritain:

22 aprile 1993

“ 22 aprile 1993
παρὰ τοῦ διδόντος θεοῦ πᾶσιν ἁπλῶς καὶ μὴ ὀνειδίζοντος … (Gc 1,5)
Col cuore gonfio di gioia, gratitudine, tenerezza per questi ventidue anni meravigliosi e tanti auguri per i prossimi, per quelli che vedrò e per quelli in cui vedrai anche per me. Sempre, misteriosamente, insieme, nella barca del Sole, cara, carissima Caterina,
il tuo babbo Lodovico ”

Sono passati diversi anni da quel biglietto di auguri per il mio compleanno (ventidue anni… come ero giovane! E troppo seria, un po’ rigida e lontana da Chi dona a tutti “generosamente e senza mai rinfacciare…”, ma tu, babbo, più che citare la lettera di Giacomo nel nostro amato greco, non hai fatto pressioni perché tornassi alla religione, non mi hai imposto quel che poi ho cercato di nuovo, consapevole che forse la religione si può anche imporre, la fede mai), sono passati diversi anni, ma l’emozione non passa da quando l’ho ritrovato nella copia del tuo libro su Jacques Maritain che mi avevi regalato, con la bella copertina viola tenue e celeste della collana Maestri, per l’Enciclopedia della pace. Pace, maestri… parole di un tempo lontano, quello in cui insegnavi, scrivevi, lavoravi per il realismo di un’utopia che non ti sei mai rassegnato a non vedersi fare promessa mantenuta e intanto mi vedevi crescere e arrabbiarmi, fuggire e discutere, studiare e ammalarmi, contestare e amare. Sempre nel dubbio. Con una sicurezza di fondo che quest’estate, con la tua morte, apparentemente è franata, come negli ultimi anni, con la tua malattia, si era incrinata: tu mi guardavi, mi ascoltavi, mi aspettavi.
Il tempo in cui dovrò vedere anche per te, babbo, quest’anno è arrivato. E tocca a me guardare quel che hai lasciato, ascoltare le tue lezioni fatte di gesti, azioni, stile di vita oltre che di parole, restituire in parte quella sovrabbondanza di sapere e sapore di vita che hai riversato su chi ti conosceva da vicino. E riavvicinarmi con fiducia a Chi tutti guarda, ascolta, aspetta.
Ventidue anni avevi quando hai scritto il primo articolo per Testimonianze, per la rubrica “Dialogo”, un pezzo su Cristianesimo e civiltà; era nel primo numero della rivista che hai dato alla luce con Padre Ernesto Balducci. E ora tanti, ovviamente, ti ricordano come fondatore e direttore di quella rivista impegnata per la pace, il dialogo interreligioso e i diritti umani, come ideatore (sempre con Balducci) e curatore delle Edizioni Cultura della Pace, altri come insegnante, pensatore, autore di studi e libri, operatore di pace, teologo e (ex) sacerdote, anche come amico, guida, maestro, ma a me manchi tu, il mio babbo, maestro anche per me, certo, più con l’esempio quotidiano, però, che con le parole di cui eri comunque generoso con tutti, sempre e ovunque. Mi parlavi delle beatitudini, sì, mi invitavi a leggere con te il Vangelo, ma, come dicevo prima, non mi hai imposto niente, quando mi sono allontanata dalla Chiesa non hai provato a farmi cambiare idea, nessun discorso, mi hai educata in silenzio a quel che per me non è mai stato indifferente, per esempio non c’era volta che si uscisse insieme senza che tu controllassi di aver monete per i mendicanti. Non mi hai mai detto che dovevo far l’elemosina, anzi concordavi con i miei discorsi serissimi, soprattutto quando ero una ragazzina, sull’ingiustizia da combattere (“non si risolve il problema della miseria con la carità a uno o due mendicanti per strada, con l’offerta in chiesa, con un po’ di beneficenza quando si può… babbo, bisogna cambiare il sistema, lottare contro lo sfruttamento!”), mi davi ragione e poi davi mille lire a Michele che se le spendeva al bar, duemila alla zingara che li portava a chi la mandava a caritar per strada, più tardi manciate di monete da uno o due euro a chiunque tendesse la mano “Sì, Cate, la soluzione sarebbe far smettere di bere quell’alcolizzato, ma intanto per oggi non picchierà la moglie per farsi dare i soldi che lei mette al sicuro… bisognerebbe che M. fosse aiutata a trovare un lavoro, ma intanto forse stasera non prenderà botte per esser tornata senza un soldo alla base…”. Non mi hai detto a parole che era giusto dare attenzione e affetto a tutti, soprattutto a chi meno se l’aspettava, me lo hai insegnato con la tua disponibilità, di tempo e ascolto per chiunque arrivasse a casa, di giorno o a volte anche di notte: lo studente scappato di casa, la ragazza che si era scoperta incinta e pensava all’aborto, ma non voleva, però era sola e smarrita, la coppia ostacolata dalle famiglie di origine, la signora malata di AIDS in tempi in cui se ne parlava poco perché si cominciava appena a studiare quella sindrome (e a noi bambini raccomandavi di lavarci bene le mani prima di avvicinarci a lei e di evitare se avevamo il raffreddore, per proteggere lei, col sistema immunitario compromesso, non per parare un contagio assai improbabile senza contatti intimi o scambio di sangue, quello almeno si sapeva), il malato psicotico uscito dalla residenza assistita e abbandonato con la camicia di forza chimica dei farmaci più che liberato, per A. c’era sempre una tazza di tè o una scodella di minestra (e in questo ti aiutava mamma, la tua sposa incompatibile con la precedente scelta di vita, il sacerdozio cattolico vuole il celibato) e la lettura delle sue sconclusionate poesie, tra un delirio e un ricovero chiesto da suo fratello… in quei tuoi gesti, nel tuo comportamento non c’era commiserazione nel senso deteriore, semmai compassione nel senso alto di sentire insieme la sofferenza di cui è intessuta la gioia più vera, lo spezzare se stessi per gli altri come il pane dell’eucaristia, l’umiltà che libera per la gloria dei figli di Re. E mi facevi vivere, privilegio capito poi, il discorso della Montagna:
“Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati i perseguitati, beati i costruttori di pace…”. Non un messaggio consolatore, ma un saluto di fierezza (Salve, voi felici fin d’ora!) ai cittadini di un regno di libertà, il popolo dei figli di Dio. Solo chi è re può vivere senza affanni e preoccupazioni materiali per il domani, sfrecciare come uccelli nell’aria, vestire come i gigli del campo, darsi agli altri, ai più ‘piccoli’, agli esclusi nei quali Cristo è presente “avevo fame, avevo sete, ero carcerato, ero straniero…” e magari anche “ero disoccupato, ero senza tetto, ero tossicodipendente”.
Ci sono stati giorni (più di una domenica, anzi il lunedì quando i compagni di scuola raccontavano di gite con la famiglia nel weekend) in cui ho desiderato un babbo ‘normale’, non sempre preso da scritti e convegni da preparare, ma erano rari momenti di egoismo infantile, in realtà sono sempre stata parecchio fiera di esser tua figlia, nella stagione entusiasmante dei convegni, appunto, con quel titolo felice Se vuoi la pace prepara la pace a rovesciare il motto romano si vis pacem para bellum, negli anni dell’impegno politico quando da consigliere comunale, eletto come indipendente nella lista del PCI, hai fatto dichiarare Firenze “città operatrice di pace” e spinto per far concedere la cittadinanza onoraria di Firenze a Desmond Tutu e Nelson Mandela (era il 1985 e Sindaco era Bogianckino), come negli anni della crisi, personale e politica, quando il pacifismo militante iniziava a scricchiolare, l’impegno per i diritti umani sembrava velleità da anime belle (oggi lo chiamano “buonismo”) e tu forse ti eri pentito di aver lasciato l’insegnamento nei licei per la casa editrice, soprattutto dopo la morte di Balducci.

Negli ultimi anni volevi scrivere un libro su don Milani, ma forse eri troppo direttamente coinvolto, prima di lasciare l’abito (ma non l’animo) di sacerdote ne fosti il confessore. Don Lorenzo non prese benissimo la tua scelta di vita, tu ne hai sofferto per il resto dei tuoi giorni, non per via della iniziale contrarietà del tuo grande amico, ma per qualcosa che un po’ sta cambiando, forse, coi ritmi che conosciamo, se per esempio Paolo Curtaz parla della sua scelta, analoga alla tua di allora, come “congedo senza limiti di tempo per motivi di famiglia”… e volevi scrivere un libro su Dietrich Bonhoeffer, era il tuo ultimo desiderio, ma non ne avevi le forze. Difficile immaginare te spaventato, angosciato, depresso, ammutolito, per chi ti conosceva energico, eloquente, vulcanico, ma la malattia si è mangiata tanto dell’ultima parte della tua vita, senza toglierti sensibilità e tenerezza, capacità di capire gli altri e dare aiuto, ascolto, amore anche quando eri a pezzi. Almeno un numero monografico di Testimonianze su Bonhoeffer, in collaborazione con Andrea Bigalli, sei riuscito a farlo uscire. Bello e importante, declinazione particolare della speciale e universale ricerca di un equilibrio tra resistenza e resa del martire ( impiccato all’alba del 9 aprile 1945 nel lager di Flossenbürg) della Theologia Crucis.

Ciao, Lodo, è ora di salutarti davvero e lasciarti andare, farti ricordare da chi potrà continuare la tua opera, mentre a me resta il dolcissimo compito di far danzare ancora il tuo sangue nel mio, crescere la tua nipotina e farti vivere nella vita che mi resta.

Tua Caterina

senza colpa di colore o dolore

Briciole di poesia da chi porta in punta di dita l’amore per la vita e la verità che libera, grazie don Fulvio!

I figli della terra
non hanno chiesto
il permesso

di cogliere
del sole il raggio

di declinare
i passi tra i fili d’erba

di carpire
il vento tra i palmi
della mano

non lo hanno chiesto
e sono però senza colpa
di colore o dolore

 

don Fulvio Capitani, scritta ieri, 18 Ottobre ’18

 

Immagine:
“nel ricercare un’immagine per accompagnare la poesiola “figli della terra” ho trovato questa immagine di una scultura che porta un titolo molto simile: situata al Capo Nord, essa raffigura una madre e suo figlio; la madre tiene vicino a sé il bambino, il quale indica con la mano sinistra il monumento “Bambini del mondo”, dinnanzi a lui sette medaglioni in pietra, con disegni di bambini di sette nazioni diverse ” (Fulvio Capitani)

 

Che sia benedetta ogni parola e ogni azione di chi si prende cura della bellezza della vita in ogni sua forma e misura:

mini melograni

mini melograni in vaso nel giardino della canonica e una nuova splendida rosa dove si impara a superar la logica giusto/sbagliato per approdare alla libertà autentica dei figli amati di Dio, dove la grazia dei peccati riconosciuti e perdonati dissolve nella sua luce la soffocante ombra dei sensi di colpa… GRAZIE

rosa a san Jacopino 18.10.18

Assenza in casa, presenza in cuore.

Mentre in tanti scrivono elogi, ricordi, parole nobili, alte e ben elaborate in tua memoria, voglio ricordarti come in quella foto con me nata da poco, non ne ho memoria di pensiero, ma di sentire… al sicuro come tra le tue braccia non mi sono mai più sentita.
E considero un regalo grande esserti stata accanto nell’ora della tua morte, poter accogliere tra le mie braccia di donna ormai adulta, mamma, disincantata a volte, ancora troppo ingenua forse, le tue ultime parole di amore puro e fede profonda. Non volevi tornare all’ospedale, babbo Lodo, mi hai chiesto di pregare con te per aiutarti nel momento del passaggio… GRAZIE

Oggi inizio a rendermi conto della tua assenza, potente quanto la tua presenza negli anni in cui eri un vulcano, prima della malattia  che ti ha allontanato un po’ dal mondo, non dalle finestre sul mondo e sull’eterno fuori dal mondo, che ti ha sottratto in parte a chi ti ricorda e onora come maestro, guida, professore, intellettuale, collega… e ti ha dato tutto a noi come marito (mamma sente tanto il vuoto, ora), babbo indimenticabile, suocero amato e nonno dolcissimo…

Fino al funerale, il tuo corpo è rimasto in casa, la sera stessa della tua morte, Viola, cinque anni, lo ha visto e salutato e il mattino dopo si è svegliata presto e ha fatto un disegno con “lettera dietro”:

25 luglio 2018 Viola per il nonno dis

“…lo so che il nonno è morto, ma io gli ho scritto una letterina che lui non può leggere, così me lo ricordo meglio… e ora che è andato in Cielo da Gesù gli voglio ancora più bene”

Ma ieri iniziava a prenderla peggio… non voleva andare al centro estivo “perché oggi portano in cielo il nonno” e la sera “ma, dopo che è stato un po’ da Gesù, quando torna il nonno?” Il nonno non torna…

Il 25 luglio, il giorno dopo la morte, le parole di un amico:

“Ieri è morto Lodovico Grassi, vecchio amico e maestro, direttore emerito della Rivista Testimonianze, che aveva contribuito a fondare e diretto a lungo. Sono quindi quanto mai vicino alla famiglia, ed in particolare a Caterina, a Pietro e a Paolo in questo momento funesto.
Figura importante del cattolicesimo fiorentino, legato per una vita ad Ernesto Balducci e perciò particolarmente colpito dal vuoto lasciato anche nel suo mondo dalla prematura scomparsa di Padre Ernesto. 
Una conversazione con Lodovico non era un percorso ma una navigazione. Lodovico Grassi aveva inventato l’interattività e la multimedialità ben prima di Internet: apriva, parlando, una pagina dietro l’altra senza mai la pretesa di chiuderla ma solo per suggerire, incuriosire, evocare.
Intellettuale ricchissimo di cultura e umanità.
Sempre generoso di sè fino ad essere prodigo. Mai preoccupato di far fruttare i propri notevoli talenti, ma solo di distribuirli a chi mostrava interesse, accettando anche il rischio di sprecarli.
Ciao Lodovico anzi a te si può dirlo senz’altro nel senso piu pieno: addio caro Lodo!”
(Luca Biagi Mozzoni)

Babbo, scusa se ieri ho letto male, con poca voce… per il funerale, dopo aver chiesto consiglio anche a don Fulvio che è venuto a celebrare e ti ha accompagnato alle porte del cielo con la sua delicatezza unica, avevo scelto il mio amato Isaia. Ero incerta con un’altra lettura che a te forse sarebbe piaciuta di più, ma il funerale è anche o forse soprattutto per chi resta…

 

Oggi Letizia Pancani mi ha mandato un messaggio di Filippo, suo marito:

“… il pensiero alle tantissime occasioni di incontro con Lodovico quando andavo alla Badia Fiesolana a portargli le bozze di “Testimonianze”.
Ricordo con nostalgia la sua generosità nel dedicare un po’ del suo tempo al giovane (allora….) stampatore della rivista, la sua gentilezza nel richiedere qualche correzione dell’ultimo minuto, la sua cultura grande ma mai ostentata; sarei rimasto ore ad ascoltarlo parlare dei più disparati argomenti e non è retorico per me affermare che Lodovico è tra le persone che hanno contribuito significativamente alla mia crescita personale.
Insieme a Letizia lo ricorderemo sempre con molto affetto”

 

Ieri, tra chi ha parlato per ricordare il mio babbo, tengo in cuore soprattutto Andrea Cecconi, il caro Andrea che mi soccorse per strada dopo un incidente (sì, ho la scusa, ho battuto la testa da piccina!)… non so ridir quel che ha toccato tutti nel profondo.


…pomeriggio di lacrime e messaggi di condoglianze da tante tante persone… poi, la sera, fuori a rendere omaggio al tuo amore per la vita e la pace, per il sapere e i sapori, gli incontri e la musica, il buon cibo e la conoscenza di ogni cultura. Con l’amico Fulvio alla serata del Balagan Café già in mente da prima che tu, babbo mio adorato, ci lasciassi così. Nel giardino del Tempio c’è aria fresca anche nell’afa del luglio fiorentino,

con la Luna piena e la musica di Lyron Meyuhas con Manuela Iori (pianoforte e clarinetto) e Simone Solazzo (chitarra e violino). Canzoni bellissime che mettevano voglia di ballare…

Una dolce serata, tra il funerale e la notte più triste  – quella della consapevolezza che neanche il tuo corpo è più in casa – accanto a chi la mattina ti ha dato l’ultimo saluto prima di affidarti alle braccia del Padre.

E al comune amico, lo chef Jean-Michel Albert Carasso… ebbri di musica, un paio di aperitivi leggermente alcolici e la mania delle foto non solo alla candida sorella in cielo… ecco le strane ombre degli incapaci del selfie (moi et JM, don Fulvio ne ha scattato uno migliore, con la Luna e la Sinagoga alle spalle, ma non ce lo ha ancora fatto vedere!)

PS bastava aver un briciolo di pazienza… virtù che a me notoriamente manca

Moi, Fulvio et JM.jpg

un sorso di felicità

in giorni strani, con tanti problemi (possono forse mancare errori e problemi, finché siamo vivi?), immani dolori pubblici, piccole gioie private, in cammino tra cicatrici ancora fresche e nuova rinascita, dopo cadute e scivoloni… non scrivevo più tra le mie briciole, ma oggi voglio appoggiare solo qualche immagine a pezzettini di memoria futura, per non dimenticare la felicità assaporata in una serata di puro affetto.

Con don Fulvio e con Anna, con il padre spirituale (e amico speciale) e con la madrina (e amica vera e testimone e sorella di cuore) all’incontro di ieri del Balagan Café

anche per stare un po’ con Jean-Michel, lo chef più charmant della diaspora e …altro amico super!

che ci ha deliziati con fagottini brik (li ho scelti nella versione vegetariana anche se non sono veg io, ma ero curiosa …ripieni di patate e spezie invece che di carne speziata), carote alla marocchina con mandorle e cumino, melanzane al forno allo za’atar, tabbuleh di bulgur alle erbe e poi la salsa tahina…

ma soprattutto si è seduto accanto a noi a mangiare anche lui.

Tra noi non potremmo dire (e non da ieri sera, anche se ieri sera per la prima volta tutti e quattro insieme) quel che si ripete quando si vuol sottolineare una distanza “ma abbiamo mai mangiato insieme, noi?”

Le vere amicizie passano anche dalla condivisione del cibo.

Mentre il cielo regala giochi di luce e colori sulla bellezza uscita da mani umane a gloria dell’infinito…

Tra un assaggio di cibo preparato con cura e un sorso di vino, tra i rami e le foglie del giardino della sinagoga e il cielo sopra Firenze, tra un incontro e un canto, tra l’incanto e la memoria, la pace si costruisce nella bellezza, il sapere anche nei sapori.

Grazie per il vento lieve, grazie per il vino bianco, grazie per un sorriso e per gli occhi lucidi, grazie per gli abbracci e le carezze, grazie per le canzoni e le risate, grazie per i battiti del cuore accelerati dalle emozioni e placati dalla brezza e dalla musica… grazie, grazie per la vita

Libera da e libera per

«Che hai fatto?».
Rispose la donna:
«Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché hai fatto questo,
maledetto tu fra tutto il bestiame
e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai
e polvere mangerai
per tutti i giorni della tua vita.
Io porrò inimicizia fra te e la donna,
fra la tua stirpe e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno».

 

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.

alla fine di una giornata speciale, con un senso nuovo di pace che rende dolce la stanchezza, dopo tanta pioggia e tanti passi e ore strane di lavoro in un giorno di festa …

8 dicembre 2017 foglie per via

prima di chiudere gli occhi quel che ricordo della meravigliosa omelia di don Fulvio Capitani (spero la memoria mi assista mentre il sonno forse arriva davvero benedetto)

L’Onnipotente si è fermato trattenendo il respiro del mondo in attesa del sì di una ragazza. Dio non era certo obbligato a farsi uomo, lo ha fatto per amore, per salvarci e lo ha fatto attraverso la porta della vita da cui siamo passati tutti noi. Davanti a quella porta tutti devono accostarsi con rispetto, rispetto della libertà.
Maria è stata preservata dalla debolezza davanti al male, pensata concepita creata libera dal peccato originale perché fosse perfettamente lucida (una ragazzina che parla come da pari a pari con l’angelo, con l’ambasciatore del Signore, in libertà «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» – come è possibile? Che cosa accadrà e come e che mi aspetta? – Consenso informato darà, la fanciulla  diventata Madre del suo e nostro Creatore) e libera per acconsentire o rifiutare. Un sì senza forzatura, senza ricatto di sorta. 
Persino Dio chiede permesso prima di entrare nel corpo e nella vita di una donna.
E la prepara da prima che nasca perché sia libera di dare il suo assenso pieno … piena di Grazia

E in cuore la gratitudine per il momento di felicità al risveglio, contemplando l’amore di babbo e bimba… Viola, dono incredibile dell’Amore, Sandro sposo unico e immeritato… tenerezza infinita.

8 dicembre 2017 Viola e Sandro

Dolcezze d’autunno

Trovata la farina buona per uno dei miei dolci preferiti, anche se a Sandro non piace…pace.

Amo l’autunno, le foglie rosse e gialle in danza nel vento, l’olio nòvo e le castagne,


mi inebria anche solo il profumo della farina di castagne e col primo freddo a modino, promessa di inverno, mi parte irresistibile la voglia di castagnaccio.
Per amici golosi e curiosi, ricetta passo dopo passo.

Ingredienti:
farina di castagne (mezzo chilo)
acqua (650 grammi)
uvetta (100 grammi)
pinoli sgusciati (100 grammi)
gherigli di noci (100 grammi)
ramerino (un bel rametto o due piccini)
sale fine (un pizzico)
olio extravergine d’oliva (un cucchiaio)

 La farina va setacciata ben benino, staccia buratta

con colino a maglia fine e con la nuova frusta

22.11.2017 frusta

(che fine avrà fatto quella che usavo l’anno scorso?)
anche per mescolare bene con l’acqua

Sciacquata sotto acqua corrente l’uva passa, l’ho fatta rinvenire in acqua fresca per dieci minuti

 

e ho scaldato un po’ d’olio nòvo col ramerino (rosmarino per chi legge da fuori Firenze). Solo scaldato, per fargli prendere sapore e profumo del rosmarino elbano. Non deve prendere l’amaro di bruciaticcio.


Nel nostro castagnaccio NON c’è lievito, non c’è zucchero, non ci sono uova o burro…ma uvetta, pinoli e gherigli di noci tagliati grossolanamente…

gira gira mescola…

aggiunti pinoli interi, l’uvetta asciugata e i pezzetti di noci alla farinata di castagne (anche un pizzico di sale),

poi tutto sulla teglia leggermente unta (coperta di stagnola e carta forno per penar poco a lavarla dopo). 


Forno preriscaldato a 195 gradi, non ventilato, una mezz’ora circa.


Mi godo il panorama e fumo una sigaretta in terrazza con vista (ormai ridotta da alberi e palazzi) sul campanile di Giotto e la Torre di Arnolfo, poi, mentre il castagnaccio cuoce, lavo e asciugo subito quel che ho usato,


“a metà cottura” – dice qualche ricetta –  no, verso la fine proprio, solo in finale di cottura, quando compaiono le prime crepe, aggiungo, sopra la crosticina che si sta formando,  l’olio al ramerino che così non piglia l’amaro, questo è il passaggio importante.

Un’occhiata alle news (amare) e …il profumo dal forno avvisa che il castagnaccio è cotto. 

GRAZIE

e portato un assaggio a don Fulvio. Che mi sta salvando la vita, non da solo, con Chi me l’ha messo sul cammino. Luce nel buio, rose oltre il cancello

22.11.2017 davanti casa di Fulvio

Precetti e ricette. L’odio e il perdono

” Non odiare l’egiziano, perché fosti uno straniero nella sua terra ” (Dt 23,7)

… per essere liberi, dobbiamo liberarci dell’odio, questo è ciò che stava dicendo Mosè. Se i figli d’Israele avessero continuato a odiare i loro nemici di un tempo, Mosè sarebbe riuscito a portarli fuori dall’Egitto, ma non sarebbe riuscito a portare fuori da loro l’Egitto. Con la mente, sarebbero rimasti ancora là, schiavi del passato, prigionieri dei loro ricordi. Sarebbero rimasti in catene, non quelle di metallo, ma quelle della mente. E le catene mentali sono talvolta le peggiori di tutte.

(…)
Non si può creare una società libera sulla base dell’odio. Risentimento, rabbia, umiliazione, una sensazione di vittimismo e di ingiustizia, il desiderio di ristabilire l’onore infliggendo danni ai tuoi precedenti persecutori – sentimenti comunicati nel nostro tempo da un flusso interminabile di video di decapitazioni e di omicidi di massa – sono le condizioni di un’assoluta mancanza di libertà. Ciò che Mosè insegnò al suo popolo era: devi vivere con il passato, ma non nel passato. Quelli che sono prigionieri della rabbia contro i loro precedenti persecutori sono ancora prigionieri. Coloro che permettono ai loro nemici di definire chi sono non hanno ancora raggiunto la libertà.

Ho imparato questo dai sopravvissuti alla Shoah. (…) All’inizio fu difficile capire come avessero fatto a sopravvivere, come avessero convissuto con i loro ricordi, sapendo ciò che sapevano e avendo visto quello che avevano visto (…)
Tuttavia erano e sono alcune delle persone più positive che abbia mai incontrato. Quello che colpiva maggiormente era il fatto che vivessero senza rancore. Non cercavano vendetta. Non odiavano. Si preoccupavano, più di chiunque altro di mia conoscenza, quando altre persone venivano massacrate in Bosnia, Ruanda, Kosovo o Sudan. Il loro dolore li rendeva sensibili al dolore degli altri ( …)

Come, mi chiedevo, avevano esorcizzato il dolore che doveva averli tormentati notte dopo notte e portato molti, tra cui Primo Levi, al suicidio, talvolta molti anni più tardi? Alla fine ho compreso la risposta. Per decenni non avevano parlato del passato, non ai coniugi e neppure ai figli. Si erano concentrati esclusivamente sul futuro. Avevano appreso la lingua e la cultura della loro nuova patria. Avevano lavorato e si erano costruiti una carriera. Si erano sposati e avevano avuto figli. Soltanto quando si erano sentiti al sicuro anche per il futuro, quaranta o cinquant’anni dopo, si erano concessi di guardare indietro e di ricordare il passato.

Prima devi costruirti un futuro. Solo dopo puoi rivisitare il passato senza esserne prigioniero.
Ricordate, NON PER VIVERE NEL PASSATO, MA PER IMPEDIRE LA RIPETIZIONE DEL PASSATO.

(…)
… quello che mi hanno insegnato i sopravvissuti della Shoah: guarda avanti, non indietro. Costruisci una vita, una famiglia, un futuro, una speranza. L’odio ci rende schiavi…
Non fare la guerra ai figli delle tenebre.
Assicurati piuttosto che tu e i tuoi figli siate sorgenti di luce

(ancora da Non nel nome di Dio di Jonathan Sacks)

 

E una bellissima ricetta proposta da don Fulvio 

 

Il Piatto della Vendetta (dell’Osteria del Cenacolo)

Contrariamente alle leggende metropolitane 
non va servito freddo

Dosi per tutte le persone:
Memoria qb.
Perdono 490 abbondanti manciate
Serenità qb
Sorrisi senza esagerare
Cuore 1

Esecuzione
Tale ricetta è più difficile di quanto si possa credere, e riesce solo a chi si affida alla guida di Qualcuno che l’ha eseguita alla perfezione. 
Prima di tutto non è necessario dimenticarsi del male ricevuto, ma esso non va mai rigirato nel rancore (ingrediente che sconsiglio, fa andare a male tutto).
Poi occorre uscire da sé e entrare nel cuore e nella sofferenza dell’altro fino alla compassione; tale processo richiede non pochissimo tempo e sforzo.
Il perdono va raccolto prima in abbondanza dove lo si può trovare (ci sono degli spacci specializzati ed autorizzati).
Lo si deve ricevere e far maturare in sé, altrimenti dato senza tale maturazione può rimanere indigesto.
Dopo tale maturazione il perdono va impastato con la serenità e il sorriso.
A questo punto servitelo senza risparmiare nelle porzioni e a cuore caldo.

Ah, dice chi l’ha provato che è il miglior piatto di vendetta.

(Don Fulvio Capitani)

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