I Fòchi

 

San Giovanni ‘un vòle inganni…

ll Fiorino era la moneta d’oro coniata a Firenze: da una parte era raffigurato il giglio, simbolo della città, dall’altra San Giovanni, il patrono. E l’immagine di San Giovanni era per tutti la garanzia del peso della moneta e della purezza dell’oro usato.

Voce di uno che grida nel deserto

Oggi la Chiesa celebra la nascita di Giovanni il battezzatore, l’unico santo, insieme a Maria, di cui si celebra il compleanno. La sua figura è stata talmente importante da meritare questo onore riservato a pochissimi!
Ci sono persone che rendono onore alla razza umana, uomini e donne che nelle loro scelte e nel loro operato ci fanno sentire orgogliosi di appartenervi. Giovanni è sicuramente fra questi: chiamato fin da bambino ad assumere un ruolo scomodo, quello del profeta, ha vissuto questo compito con grande serietà, diventando il punto di riferimento per un intero popolo alla ricerca di Dio. Ricerca che la rinata classe sacerdotale, sorta intorno al tempio in costruzione, evidentemente non riusciva a soddisfare. Quanta credibilità deve dimostrare un profeta per convincere migliaia di persone a scendere nel deserto per ascoltare una sua parola? Eppure anche per noi oggi è così: la fame e la sete di infinito che portiamo nel cuore ci spingono alla ricerca di parole che possono orientare le nostre scelte. Sempre più spesso, purtroppo, la nostra ricerca si indirizza verso parole poco credibili, bizzarre, stregonesche. Sul bisogno di felicità che portiamo nel cuore la società contemporanea ha costruito un intero sistema finanziario. Ciò che ci è necessario è, invece, una parola che ci conduca a Dio, che vada dritto all’essenziale. Una Parola di cui Giovanni è diventato voce. (Paolo Curtaz, 24 Giugno 2015)

 

Le origini dei fuochi di allegrezza? All’inizio i “fòchi” all’inizio erano veri fuochi, veri e propri falò e la festa del patrono di Firenze, San Giovanni Battista, in passato non si svolgeva solo il 24 giugno, ma durava quattro giorni e tre notti.
Il primo protettore di Florentia fu Marte, con festeggiamenti pagani in parte rientrati anche nei riti nuovi, poi i longobardi portarono il culto di San Giovanni Battista, patrono della città di Firenze e santo amatissimo, ma solo dal sesto secolo e.v. (‘era volgare’ è il modo politicamente corretto per dire d.C. e ovviamente se si parla di santi cristiani è ovvio che sia sesto secolo dopo Cristo… scusate, il caldo). Le celebrazioni per festeggiare il patrono sono ancor più recenti, circa sette secoli dopo l’addio al dio della guerra come protettore.

La data era la stessa di oggi, il 24 giugno, natività di San Giovanni Battista, ma nella Repubblica fiorentina la festa iniziava già il 21 giugno, perché legata anche ai riti pagani per il solstizio d’estate, e continuava tra processioni, mostre delle arti maggiori e l’offerta dei ceri davanti al Battistero.
Un tempo c’era anche un palio, si correva in quei giorni il Palio dei Cocchi, corsa di carrozze trainate da cavalli in piazza Santa Maria Novella alla vigilia di San Giovanni. La sfida, istituita da Cosimo I, andò avanti fino a metà Ottocento e i due obelischi in piazza ne sono testimonianza, delimitavano il circuito di gara.La festa del patrono di Firenze non è tale senza “fòchi”: in principio lingue di fuoco si levavano da bacili di sego e fascine di saggina sotto la Loggia dei Lanzi, mentre il contado veniva illuminato da falò. Poi, con l’arrivo della polvere da sparo, iniziò lo spettacolo pirotecnico. Artisti importanti come il Buontalenti facevano a gara per inventare suggestive scenografie di girandole infuocate davanti a Palazzo Vecchio.

E la fortuna grande di abitare al quinto piano con vista su Campanile di Giotto, Torre di Arnolfo, San Miniato al Monte…e vedere i fòchi da casa, stretti stretti e ritti in piedi nel terrazzino,

ma senza fare a botte per un posto lungo l’Arno…

Dal 1796 è la Società di San Giovanni Battista a curare, ogni anno, questo spettacolo di luci. I primi razzi simili a quelli attuali vennero sparati da piazza della Signoria nel 1826 e nel Novecento i fuochi d’artificio di San Giovanni traslocarono sul “tetto” di Firenze, il piazzale Michelangelo.

 

 

Espiazione. Difficile tentativo

Balham 1940 London

“… era accaduto tanto tempo prima e tutte le conseguenze a ogni livello, dalla più insignificante alla più colossale, si erano già verificate. Qualunque cosa fosse successa in futuro, per quanto superficialmente insolita o sconvolgente, avrebbe contenuto anche un che di noto e di familiare che le avrebbe fatto bisbigliare, ma solo tra sé e sé: Ah già. Ma certo. Avrei dovuto saperlo”

e, poche pagine prima,

 “ si rese conto che fin dal mattino si era sentita strana, e che guardava alle cose in modo insolito, come se tutto fosse già passato da un pezzo ed esaltato da un’ironia postuma che lei non era in grado di afferrare appieno”

Solo la lettura delle ultime pagine, un epilogo sorprendente, rivela appieno quel che sin dai primi capitoli suona come un accenno alla chiave del romanzo. C’è una colpa, sì, c’è una storia di vite rovinate per un atroce errore, ma l’espiazione non sarà mai sufficiente. E non sarà nelle azioni, non soltanto. E conterrà una buona dose di amara ironia postuma, letteralmente.

Prima di Espiazione non avevo letto altro di Ian McEwan, a parte qualche citazione e diversi pareri sul suo talento. Una rivelazione e un dono davvero. Dalla maternità (ultimi mesi dell’attesa e quasi tutto il primo anno con la piccina) nessuna lettura mi aveva catturata tanto. La prima parte, quasi duecento pagine per una sola torrida giornata di estate (compresa la notte che segnerà tutta la vita della protagonista), mi è sembrata un sogno, un volo in un altro mondo; non potevo smettere di respirarne i colori, la luce, le sfumature di sentire e l’atmosfera ricreata da uno scrittore uomo che sembrava una donna per certi tratti.
La seconda e la terza parte, piene di dolore e avvenimenti, non prive di passaggi commoventi, narrate ciascuna con un unico punto di vista anche se non in prima persona, mancano della sinfonia di tanti punti di vista che anima la prima parte e soprattutto della straordinaria penetrazione dei sentimenti, specialmente quelli di una ragazzina nella pericolosa innocenza dei tredici anni, lo “spazio transitorio che estendeva i propri confini imprecisi dalla nursery al mondo degli adulti”, un caos mal tollerato da Briony, “una di quelle bambine possedute dal desiderio che al mondo fosse tutto perfetto” e convinta di esser diventata una vera scrittrice nel momento in cui alla realtà sfuggente impone e sovrappone la visione suggerita dal demone dell’ordine che ferocemente la guida.

“La verità era contenuta nella simmetria, in altre parole, si radicava nel buonsenso. Era stata la verità a guidare lo sguardo. Perciò quando Briony ripeté, più e più volte, «Io l’ho visto», non mentiva, era anzi assolutamente onesta e convinta.”

Con le migliori intenzioni, senza malizia, non per cattiveria, il suo errore procura un danno irreparabile. Una vita di sforzi e sacrificio non basterà per espiare.

espiazione copertina

“ … solo quella notte aveva capito che cosa significava essere un’infermiera.
Non aveva mai visto piangere un uomo in vita sua. Dapprima la cosa l’aveva sconvolta, ma nel giro di poche ore non ci badava nemmeno più. D’altra parte lo stoicismo di alcuni soldati la sorprese fino a lasciarla stupefatta. Gli uomini che tornavano in reparto dopo l’amputazione di un arto, parevano sentirsi in dovere di fare battute atroci. E adesso con che cosa la prendo a calci mia moglie? Ogni segreto del corpo veniva reso pubblico: ossa sporgenti dalla carne, brandelli di visceri fuoriusciti, nervi scoperti. Da quella prospettiva tanto inedita quanto indiscreta, Briony imparò una cosa ovvia e semplicissima che aveva sempre saputo, come tutti: ogni persona è, tra le altre cose, qualcosa di facile da rompere e difficile da riparare”

Per chi non l’avesse ancora letto (beati i ritardatari! Se l’avessi letto prima mi sarei privata di questa magnifica evasione nelle sere di fine inverno, appena messa a letto Viola), non mi azzardo a rivelare il finale, ma per chi prima di procurarsi una copia volesse avere un assaggio della trama (che non è il meglio del libro, precisiamo), mi limito a riportare quello della quarta di copertina:

“All’età di tredici anni, in un caldo giorno d’estate del 1935, Briony Tallis sente di essere diventata una scrittrice. La sera stessa, accusando di un crimine odioso un innocente, commette l’errore che la segnerà per tutta la vita. Eppure la giornata era iniziata sotto i migliori auspici. C’era una commedia da mettere in scena, i cugini arrivati dal nord per trascorrere qualche tempo in casa Tallis. Da Londra invece sarebbe arrivato per il weekend l’amatissimo fratello maggiore Leon con un amico, industriale della cioccolata. Soltanto la sorella maggiore Cecilia impensieriva Briony per il misterioso rapporto che la legava a Robbie Turner, figlio della loro donna di servizio.
Tutti i personaggi entrano in scena, ma, nella commedia della vita, non ci sono prove prima della recita. Presto, sarà troppo tardi per fermare la macchina dell’ingiustizia e la guerra arriverà a spazzare via il vecchio mondo con le sue raffinate e rassicuranti ipocrisie”