briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Assenza in casa, presenza in cuore.

Mentre in tanti scrivono elogi, ricordi, parole nobili, alte e ben elaborate in tua memoria, voglio ricordarti come in quella foto con me nata da poco, non ne ho memoria di pensiero, ma di sentire… al sicuro come tra le tue braccia non mi sono mai più sentita.
E considero un regalo grande esserti stata accanto nell’ora della tua morte, poter accogliere tra le mie braccia di donna ormai adulta, mamma, disincantata a volte, ancora troppo ingenua forse, le tue ultime parole di amore puro e fede profonda. Non volevi tornare all’ospedale, babbo Lodo, mi hai chiesto di pregare con te per aiutarti nel momento del passaggio… GRAZIE

Oggi inizio a rendermi conto della tua assenza, potente quanto la tua presenza negli anni in cui eri un vulcano, prima della malattia  che ti ha allontanato un po’ dal mondo, non dalle finestre sul mondo e sull’eterno fuori dal mondo, che ti ha sottratto in parte a chi ti ricorda e onora come maestro, guida, professore, intellettuale, collega… e ti ha dato tutto a noi come marito (mamma sente tanto il vuoto, ora), babbo indimenticabile, suocero amato e nonno dolcissimo…

Fino al funerale, il tuo corpo è rimasto in casa, la sera stessa della tua morte, Viola, cinque anni, lo ha visto e salutato e il mattino dopo si è svegliata presto e ha fatto un disegno con “lettera dietro”:

25 luglio 2018 Viola per il nonno dis

“…lo so che il nonno è morto, ma io gli ho scritto una letterina che lui non può leggere, così me lo ricordo meglio… e ora che è andato in Cielo da Gesù gli voglio ancora più bene”

Ma ieri iniziava a prenderla peggio… non voleva andare al centro estivo “perché oggi portano in cielo il nonno” e la sera “ma, dopo che è stato un po’ da Gesù, quando torna il nonno?” Il nonno non torna…

Il 25 luglio, il giorno dopo la morte, le parole di un amico:

“Ieri è morto Lodovico Grassi, vecchio amico e maestro, direttore emerito della Rivista Testimonianze, che aveva contribuito a fondare e diretto a lungo. Sono quindi quanto mai vicino alla famiglia, ed in particolare a Caterina, a Pietro e a Paolo in questo momento funesto.
Figura importante del cattolicesimo fiorentino, legato per una vita ad Ernesto Balducci e perciò particolarmente colpito dal vuoto lasciato anche nel suo mondo dalla prematura scomparsa di Padre Ernesto. 
Una conversazione con Lodovico non era un percorso ma una navigazione. Lodovico Grassi aveva inventato l’interattività e la multimedialità ben prima di Internet: apriva, parlando, una pagina dietro l’altra senza mai la pretesa di chiuderla ma solo per suggerire, incuriosire, evocare.
Intellettuale ricchissimo di cultura e umanità.
Sempre generoso di sè fino ad essere prodigo. Mai preoccupato di far fruttare i propri notevoli talenti, ma solo di distribuirli a chi mostrava interesse, accettando anche il rischio di sprecarli.
Ciao Lodovico anzi a te si può dirlo senz’altro nel senso piu pieno: addio caro Lodo!”
(Luca Biagi Mozzoni)

Babbo, scusa se ieri ho letto male, con poca voce… per il funerale, dopo aver chiesto consiglio anche a don Fulvio che è venuto a celebrare e ti ha accompagnato alle porte del cielo con la sua delicatezza unica, avevo scelto il mio amato Isaia. Ero incerta con un’altra lettura che a te forse sarebbe piaciuta di più, ma il funerale è anche o forse soprattutto per chi resta…

 

Oggi Letizia Pancani mi ha mandato un messaggio di Filippo, suo marito:

“… il pensiero alle tantissime occasioni di incontro con Lodovico quando andavo alla Badia Fiesolana a portargli le bozze di “Testimonianze”.
Ricordo con nostalgia la sua generosità nel dedicare un po’ del suo tempo al giovane (allora….) stampatore della rivista, la sua gentilezza nel richiedere qualche correzione dell’ultimo minuto, la sua cultura grande ma mai ostentata; sarei rimasto ore ad ascoltarlo parlare dei più disparati argomenti e non è retorico per me affermare che Lodovico è tra le persone che hanno contribuito significativamente alla mia crescita personale.
Insieme a Letizia lo ricorderemo sempre con molto affetto”

 

Ieri, tra chi ha parlato per ricordare il mio babbo, tengo in cuore soprattutto Andrea Cecconi, il caro Andrea che mi soccorse per strada dopo un incidente (sì, ho la scusa, ho battuto la testa da piccina!)… non so ridir quel che ha toccato tutti nel profondo.


…pomeriggio di lacrime e messaggi di condoglianze da tante tante persone… poi, la sera, fuori a rendere omaggio al tuo amore per la vita e la pace, per il sapere e i sapori, gli incontri e la musica, il buon cibo e la conoscenza di ogni cultura. Con l’amico Fulvio alla serata del Balagan Café già in mente da prima che tu, babbo mio adorato, ci lasciassi così. Nel giardino del Tempio c’è aria fresca anche nell’afa del luglio fiorentino,

con la Luna piena e la musica di Lyron Meyuhas con Manuela Iori (pianoforte e clarinetto) e Simone Solazzo (chitarra e violino). Canzoni bellissime che mettevano voglia di ballare…

Una dolce serata, tra il funerale e la notte più triste  – quella della consapevolezza che neanche il tuo corpo è più in casa – accanto a chi la mattina ti ha dato l’ultimo saluto prima di affidarti alle braccia del Padre.

E al comune amico, lo chef Jean-Michel Albert Carasso… ebbri di musica, un paio di aperitivi leggermente alcolici e la mania delle foto non solo alla candida sorella in cielo… ecco le strane ombre degli incapaci del selfie (moi et JM, don Fulvio ne ha scattato uno migliore, con la Luna e la Sinagoga alle spalle, ma non ce lo ha ancora fatto vedere!)

PS bastava aver un briciolo di pazienza… virtù che a me notoriamente manca

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