Il sogno del Balagan. Culture contro la paura

Ieri sera si è aperta la settima edizione del Balagan Cafè, la perla preziosa dell’estate fiorentina, l’oasi di freschezza (almeno un filo d’aria persino ieri, nell’afa opprimente della conca, solo nel giardino della sinagoga), sapori, suoni, colori e incontri per fare SHALOM, pace come pienezza di vita, gioia di conoscersi, scambi di culture e profumi… nessuna crisi del settimo anno, nel segno del sogno l’iniziativa della comunità ebraica di Firenze vola alto già dall’inaugurazione.

Per me, anche, l’occasione di ripercorrere a piedi le vie di quando andavo a scuola e sognavo un mondo di scambi, pace, culture in danza… 

 

e magari mi fumavo un cicchino (sì, purtroppo avevo iniziato presto a fumare e ho smesso tardi, ma meglio tardi che mai) tra lo Spedale degli Innocenti

e la finestra sempre aperta di piazza Santissima Annunziata, a proposito di sogni!

E non so dir la commozione davanti al portone del mio vecchio amatissimo liceo…

meglio tornare alla serata del sogno. Con le delizie preparate da Jean-Michel Albert Carasso e Michele Hagen ci si rinfranca subito dopo la strada nell’afosa calura di Firenze (e non oso pensare ai due amici chef che hanno cucinato per ore con queste temperature – non hanno chiamato Lucifero a caso quest’ondata di caldo atroce – per centinaia di ospiti!), si salutano gli amici, si cerca posto tra panche di legno e seggioline, tra un soffio di brezza, un gusto piccante, la novità del kibbeh libanese, la bontà della melanzana alla yemenita, un taboulé fresco, un panino al cumino… i deliziosi dolcetti di mandorle con cacao e le interviste nel giardino. Enrico Fink, direttore dell’Orchestra Multietnica di Arezzo (e direttore artistico del Balagan), prima ha fatto parlare di Ricette e precetti l’autrice del libro, la splendida Miriam Camerini,

poi Sara Funaro su sogni e diritti, tra i sogni anche il sogno collettivo di una società più accogliente e umana. E finalmente, col calar del buio intorno e l’accendersi di luci variopinte nel giardino, il concerto “Culture contro la paura”

Tra la cena e il concerto, una foto con gli amici:

lo chef Jean-Michel e i due sposi pratesi, il grande Emanuele Bresci e suo marito Marco Ravaioli.

GRAZIE

cuore a fuoco

L’ultima volta che sono stata a Parigi con lo sposo, nell’aprile del 2012, mi ero soffermata incantata sulle statue che proteggevano Notre-Dame e Parigi… 

Uno dei luoghi più belli del mondo, il più caro al mio cuore tra le meraviglie della città che spesso mi ha curata con la sua eleganza e grazia.

Non a caso era stato il regalo per un anniversario di nozze, novembre 2010…

Parigi, certo, le Quartier Latin, il Marais,

la bellezza di Place des Vosges,

ma non posso andare a Paris senza una sosta a Notre-Dame

Ieri sera…

Notre DRAME

…senza parole davanti a tg, news on line… 

e stamattina le prime immagini dell’interno: incendio domato nella notte, la struttura non è collassata,

altare e croce… si riparte da qui

 

Sei

fiori viola nella neve

Sei la forza che mi decentra e ridimensiona, quando altre relazioni non bastano a liberarmi dalla gabbia dell’io.
Sei il mio cuore anche fuori di me, quello per cui prego che i battiti durino più a lungo, almeno più a lungo dei battiti del cuore dentro me.
Sei la mia stella del mattino anche se durante la notte ti metti tra me e il tuo babbo e ci fai morbidi a gomitate nel sonno (tuo). Certe notti vorrei svegliarti e rimetterti nel tuo lettino con un rimprovero, poi una tua manina mi stringe un dito o mi sfiora i capelli e la fronte e sono fregata per sempre, come la prima volta che ti ho vista. Sei anni fa.
Sei la mia bambina e festeggi sei anni…

altaléna

sf. [sec. XIV; da altaleno]. Trave posta in bilico su un qualsiasi perno, alle estremità della quale si collocano due giocatori che oscillano alternativamente in alto e in basso. Un altro tipo di altalena consiste in una tavoletta appesa a un sostegno per mezzo di due funi. In questo caso basterà una sola persona a imprimervi un movimento oscillatorio. Il gioco è antichissimo, probabilmente di origine rituale. La mitologia greca faceva risalire al mito dell’infelice Erigone, impiccatasi dopo la morte del padre Icario, l’origine dei giochi attici di Aiora. Essi consistevano nel far oscillare particolari simulacri sospesi a un albero: al movimento oscillatorio veniva attribuito un significato simbolico e religioso, associato all’idea di rinascita e di rinnovamento cosmico e naturale.

 

Sei anni da quella notte gelata in cui la mia briciola frettolosa è venuta al mondo.
Ricordo quasi con un sorriso, adesso, i dolori che mi piegavano in due.
Ricordo con un velo di lacrime, cuore in gola, gratitudine rinnovata, la gioia immensa di quando ho dato alla luce la mia ragione di vita.

8 febbraio 2013
( pochi minuti dopo la mezzanotte in sala parto )

Viola, che fretta di nascere! Ero ancora a danza, giovedì 7 febbraio, quando si ruppero le acque sotto il velo che colorava e non copriva il pancione… poi i dolori, la corsa a Careggi, lo stupore di chi nella mattina mi aveva detto che no, mi sbagliavo, non stavi per nascere e invece… invece la tua mamma sapeva più del medico quanta fame di vita premesse da dentro (lo stesso dottorino che la mattina del 7 mi aveva pronosticato una probabile induzione del parto per il mese seguente mi ha poi, non molte ore dopo, dato i punti di sutura per la tua uscita precipitosa!), sentivo sempre più forte la tua voglia di venire al mondo e infatti stringendo i pugni e tremando (e perdendo troppo sangue, ma questo me lo hanno raccontato dopo, non me ne ero proprio accorta, non pensavo più a me, soltanto a te) ti ho data alla luce nella notte, mentre il cielo preparava neve per le tue prime giornate fuori da me.

Eri piccina piccina e le tutine taglia zero ti stavano grandi

I tuoi occhioni spalancati sono sempre più belli, ogni giorno un tuo sguardo cancella dolori, paure, ferite e arrabbiature… occhi dolci e incantati a volte, spesso birichini e curiosi, sguardi affascinati e affascinanti, divertenti e divertiti! Esigenti e generosi.

Ma la prima volta che ho visto i tuoi occhi … non potrò mai scordare quell’emozione.
Enorme.
Minuscola tu.
Ti sei presa tutto e a tutto dai un senso nuovo.

Sei anni di te fuori di me e sembra ieri. E invece è passata una vita, la tua vita.
Una vita che cresce senza smettere di meravigliarmi.

Ti abbiamo portata anche in Curva, volevi vedere lo stadio “il posto dove vi siete conosciuti”…sì, babbo e mamma si sono conosciuti in Curva Fiesole, uniti dalla passione per la Fiorentina. Ora la Viola che ci unisce sei tu.

28 gennaio 2018 in Curva4

A luglio è morto il tuo nonno, il mio babbo mi manca tanto che a volte dimentico che non manca soltanto a me…

ieri mi hai detto che eri triste per il tuo primo compleanno senza nonno Lodovico, a novembre sei venuta con noi a vedere dove riposa il suo corpo, ma tu sei gioia di vivere sempre e piangi, certo, senza i freni stupidi degli adulti, ma sai subito riaprirti al sorriso e alla felicità …questa estate sei stata la mia ancora di salvezza, in acqua con te ero felice, senza te non sarei andata al mare quest’anno.

In acqua eri contenta, ma sei un fiore d’inverno tu… ancora quest’anno non si è giocato a palle di neve, l’anno scorso a Firenze neve di marzo, c’è tempo…

per ora ci godiamo i giardini di febbraio.

Buon compleanno, amore mio ❤

 

tra terra e cielo

Dentro San Miniato

Per Santo Stefano protomartire, visita alla basilica del protomartire della città di Firenze… sì, anche, ma l’apertura straordinaria dell’abbazia di San Miniato al Monte è soprattutto l’occasione per nutrirsi di bellezza e divertirsi imparando dal fantastico abate Padre Bernardo. Persona meravigliosa e uomo di fede viva, luce straripante da un cuore che si è fatto i suoi giri nel buio e nei dubbi… grazie!

Bernishow20181226_152040

L’ultima volta a visitare chiostro e locali dell’abbazia, sei anni fa, con lo sposo e la nostra bimba ancora nel mio pancione…

26.12.2012

e oggi Viola danza e saltella libera, anche se torna a rifugiarsi tra le mie braccia più che volentieri.
La sua nascita ha dissolto nebbie di paura antiche…

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Gioia contagiosa, incontenibile entusiasmo e

applauso 20181226_151216_1

pensieri a un timido prezioso custode della sua mamma: Viola, mentre Sandro ci scattava la foto con Dom Bernardo, diceva che bisognava mandarla a “don Fulvio amico mio”

con Berni e Viola 20181226_152710

E se il primo Natale senza babbo Lodovico è stato difficile (gioia e luce, ma con una voragine nel cuore), celebrarne il cuore a San Jacopino mi ha fatto bene.

Natale a san Jacopino

Tu scendi tra le rose,
con tutte le spine...

tu scendi tra le rose

Portare oggi Viola a vedere Firenze dalla porta del cielo

bellezza, fuori20181226_143816

e ripartire. Insieme.

Cate Viola Sandro 26.12.2018

Anche quando la vita è in salita, 

salita

perché non mi interessa che sia facile, ho bisogno che ne valga la pena…San Miniato al Monte_20181226_153014

 

Tre mesi senza te

Mi manchi tanto, babbo, ma è ora di lasciarti andare…  mi hanno chiesto di scrivere, per una pubblicazione che uscirà a novembre, un ricordo per i tuoi colleghi, allievi, conoscenti, estimatori. Non sapevo da che parte cominciare, non me la sentivo, poi, incoraggiata da un altro mio padre (non babbo di sangue, padre spirituale, il mio carissimo don Fulvio), non riuscivo a smettere… tutto è partito da un biglietto di auguri ritrovato tra le pagine del tuo Maritain:

22 aprile 1993

“ 22 aprile 1993
παρὰ τοῦ διδόντος θεοῦ πᾶσιν ἁπλῶς καὶ μὴ ὀνειδίζοντος … (Gc 1,5)
Col cuore gonfio di gioia, gratitudine, tenerezza per questi ventidue anni meravigliosi e tanti auguri per i prossimi, per quelli che vedrò e per quelli in cui vedrai anche per me. Sempre, misteriosamente, insieme, nella barca del Sole, cara, carissima Caterina,
il tuo babbo Lodovico ”

Sono passati diversi anni da quel biglietto di auguri per il mio compleanno (ventidue anni… come ero giovane! E troppo seria, un po’ rigida e lontana da Chi dona a tutti “generosamente e senza mai rinfacciare…”, ma tu, babbo, più che citare la lettera di Giacomo nel nostro amato greco, non hai fatto pressioni perché tornassi alla religione, non mi hai imposto quel che poi ho cercato di nuovo, consapevole che forse la religione si può anche imporre, la fede mai), sono passati diversi anni, ma l’emozione non passa da quando l’ho ritrovato nella copia del tuo libro su Jacques Maritain che mi avevi regalato, con la bella copertina viola tenue e celeste della collana Maestri, per l’Enciclopedia della pace. Pace, maestri… parole di un tempo lontano, quello in cui insegnavi, scrivevi, lavoravi per il realismo di un’utopia che non ti sei mai rassegnato a non vedersi fare promessa mantenuta e intanto mi vedevi crescere e arrabbiarmi, fuggire e discutere, studiare e ammalarmi, contestare e amare. Sempre nel dubbio. Con una sicurezza di fondo che quest’estate, con la tua morte, apparentemente è franata, come negli ultimi anni, con la tua malattia, si era incrinata: tu mi guardavi, mi ascoltavi, mi aspettavi.
Il tempo in cui dovrò vedere anche per te, babbo, quest’anno è arrivato. E tocca a me guardare quel che hai lasciato, ascoltare le tue lezioni fatte di gesti, azioni, stile di vita oltre che di parole, restituire in parte quella sovrabbondanza di sapere e sapore di vita che hai riversato su chi ti conosceva da vicino. E riavvicinarmi con fiducia a Chi tutti guarda, ascolta, aspetta.
Ventidue anni avevi quando hai scritto il primo articolo per Testimonianze, per la rubrica “Dialogo”, un pezzo su Cristianesimo e civiltà; era nel primo numero della rivista che hai dato alla luce con Padre Ernesto Balducci. E ora tanti, ovviamente, ti ricordano come fondatore e direttore di quella rivista impegnata per la pace, il dialogo interreligioso e i diritti umani, come ideatore (sempre con Balducci) e curatore delle Edizioni Cultura della Pace, altri come insegnante, pensatore, autore di studi e libri, operatore di pace, teologo e (ex) sacerdote, anche come amico, guida, maestro, ma a me manchi tu, il mio babbo, maestro anche per me, certo, più con l’esempio quotidiano, però, che con le parole di cui eri comunque generoso con tutti, sempre e ovunque. Mi parlavi delle beatitudini, sì, mi invitavi a leggere con te il Vangelo, ma, come dicevo prima, non mi hai imposto niente, quando mi sono allontanata dalla Chiesa non hai provato a farmi cambiare idea, nessun discorso, mi hai educata in silenzio a quel che per me non è mai stato indifferente, per esempio non c’era volta che si uscisse insieme senza che tu controllassi di aver monete per i mendicanti. Non mi hai mai detto che dovevo far l’elemosina, anzi concordavi con i miei discorsi serissimi, soprattutto quando ero una ragazzina, sull’ingiustizia da combattere (“non si risolve il problema della miseria con la carità a uno o due mendicanti per strada, con l’offerta in chiesa, con un po’ di beneficenza quando si può… babbo, bisogna cambiare il sistema, lottare contro lo sfruttamento!”), mi davi ragione e poi davi mille lire a Michele che se le spendeva al bar, duemila alla zingara che li portava a chi la mandava a caritar per strada, più tardi manciate di monete da uno o due euro a chiunque tendesse la mano “Sì, Cate, la soluzione sarebbe far smettere di bere quell’alcolizzato, ma intanto per oggi non picchierà la moglie per farsi dare i soldi che lei mette al sicuro… bisognerebbe che M. fosse aiutata a trovare un lavoro, ma intanto forse stasera non prenderà botte per esser tornata senza un soldo alla base…”. Non mi hai detto a parole che era giusto dare attenzione e affetto a tutti, soprattutto a chi meno se l’aspettava, me lo hai insegnato con la tua disponibilità, di tempo e ascolto per chiunque arrivasse a casa, di giorno o a volte anche di notte: lo studente scappato di casa, la ragazza che si era scoperta incinta e pensava all’aborto, ma non voleva, però era sola e smarrita, la coppia ostacolata dalle famiglie di origine, la signora malata di AIDS in tempi in cui se ne parlava poco perché si cominciava appena a studiare quella sindrome (e a noi bambini raccomandavi di lavarci bene le mani prima di avvicinarci a lei e di evitare se avevamo il raffreddore, per proteggere lei, col sistema immunitario compromesso, non per parare un contagio assai improbabile senza contatti intimi o scambio di sangue, quello almeno si sapeva), il malato psicotico uscito dalla residenza assistita e abbandonato con la camicia di forza chimica dei farmaci più che liberato, per A. c’era sempre una tazza di tè o una scodella di minestra (e in questo ti aiutava mamma, la tua sposa incompatibile con la precedente scelta di vita, il sacerdozio cattolico vuole il celibato) e la lettura delle sue sconclusionate poesie, tra un delirio e un ricovero chiesto da suo fratello… in quei tuoi gesti, nel tuo comportamento non c’era commiserazione nel senso deteriore, semmai compassione nel senso alto di sentire insieme la sofferenza di cui è intessuta la gioia più vera, lo spezzare se stessi per gli altri come il pane dell’eucaristia, l’umiltà che libera per la gloria dei figli di Re. E mi facevi vivere, privilegio capito poi, il discorso della Montagna:
“Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati i perseguitati, beati i costruttori di pace…”. Non un messaggio consolatore, ma un saluto di fierezza (Salve, voi felici fin d’ora!) ai cittadini di un regno di libertà, il popolo dei figli di Dio. Solo chi è re può vivere senza affanni e preoccupazioni materiali per il domani, sfrecciare come uccelli nell’aria, vestire come i gigli del campo, darsi agli altri, ai più ‘piccoli’, agli esclusi nei quali Cristo è presente “avevo fame, avevo sete, ero carcerato, ero straniero…” e magari anche “ero disoccupato, ero senza tetto, ero tossicodipendente”.
Ci sono stati giorni (più di una domenica, anzi il lunedì quando i compagni di scuola raccontavano di gite con la famiglia nel weekend) in cui ho desiderato un babbo ‘normale’, non sempre preso da scritti e convegni da preparare, ma erano rari momenti di egoismo infantile, in realtà sono sempre stata parecchio fiera di esser tua figlia, nella stagione entusiasmante dei convegni, appunto, con quel titolo felice Se vuoi la pace prepara la pace a rovesciare il motto romano si vis pacem para bellum, negli anni dell’impegno politico quando da consigliere comunale, eletto come indipendente nella lista del PCI, hai fatto dichiarare Firenze “città operatrice di pace” e spinto per far concedere la cittadinanza onoraria di Firenze a Desmond Tutu e Nelson Mandela (era il 1985 e Sindaco era Bogianckino), come negli anni della crisi, personale e politica, quando il pacifismo militante iniziava a scricchiolare, l’impegno per i diritti umani sembrava velleità da anime belle (oggi lo chiamano “buonismo”) e tu forse ti eri pentito di aver lasciato l’insegnamento nei licei per la casa editrice, soprattutto dopo la morte di Balducci.

Negli ultimi anni volevi scrivere un libro su don Milani, ma forse eri troppo direttamente coinvolto, prima di lasciare l’abito (ma non l’animo) di sacerdote ne fosti il confessore. Don Lorenzo non prese benissimo la tua scelta di vita, tu ne hai sofferto per il resto dei tuoi giorni, non per via della iniziale contrarietà del tuo grande amico, ma per qualcosa che un po’ sta cambiando, forse, coi ritmi che conosciamo, se per esempio Paolo Curtaz parla della sua scelta, analoga alla tua di allora, come “congedo senza limiti di tempo per motivi di famiglia”… e volevi scrivere un libro su Dietrich Bonhoeffer, era il tuo ultimo desiderio, ma non ne avevi le forze. Difficile immaginare te spaventato, angosciato, depresso, ammutolito, per chi ti conosceva energico, eloquente, vulcanico, ma la malattia si è mangiata tanto dell’ultima parte della tua vita, senza toglierti sensibilità e tenerezza, capacità di capire gli altri e dare aiuto, ascolto, amore anche quando eri a pezzi. Almeno un numero monografico di Testimonianze su Bonhoeffer, in collaborazione con Andrea Bigalli, sei riuscito a farlo uscire. Bello e importante, declinazione particolare della speciale e universale ricerca di un equilibrio tra resistenza e resa del martire ( impiccato all’alba del 9 aprile 1945 nel lager di Flossenbürg) della Theologia Crucis.

Ciao, Lodo, è ora di salutarti davvero e lasciarti andare, farti ricordare da chi potrà continuare la tua opera, mentre a me resta il dolcissimo compito di far danzare ancora il tuo sangue nel mio, crescere la tua nipotina e farti vivere nella vita che mi resta.

Tua Caterina

dove, come… non lo so

 

arc en ciel.jpgma ci ritroveremo.
Stamani con Sandro e Viola e mia madre (e tua moglie) siamo stati a vedere dove è sepolto il tuo corpo.

Viola triste e sgomenta “avevo capito che si andava a trovare il nonno… quindi in Cielo! Mamma, tu mi avevi detto che il nonno ora è in Cielo, abbracciato da Gesù… non era vero? Il nonno è lì sottoterra?”

“No, amore, portiamo un fiore a quel che resta qui del tuo nonno, ma tu pensalo in cielo e nel tuo cuore, come anch’io cerco in cuore e penso in cielo il mio babbo…”

 

Ogni estate esige il suo tributo di lacrime e sangue, questa non si è smentita. Altri lutti lontani e vicini, molto vicini, oltre alla tragedia assurda di Genova. Non ci sono parole con un senso e una logica, solo troppi pensieri e tanti ricordi, in ordine sparso…

Tutti sanno quanto amassi mia nonna Gabriella e il nonno Giuliano (mamma e babbo del mio babbo), eppure neanche so dove sono di preciso i loro resti (a Trespiano e a Soffiano, sì, ma non sono andata a cercare le loro tombe)… non sono incline a far visita ai miei cari defunti sotto centimetri di terra o dietro lastre di marmo, mentre a Parigi ho visitato cimiteri monumentali e anche altrove ho fatto sosta davanti alla tomba di qualcuno. Per babbo, eccezione. Ma non sei lì sotto, Lodo, lo so, almeno credo… non so più niente, mi manca il terreno sotto i piedi, cammino nel mondo senza un pezzo di cuore… forse un posto ci vuole, sapere che un pezzo di terreno ci appartiene, in qualche modo, non piace alla me senza patria (anima sans toit ni loi), ma un pochino frena il mal di terra… la vertigine del quotidiano senza te.

A Portoferraio, sul molo dove zio Enzo mi insegnava a pescare quando ero piccolina, ho ricordato lui e te che lo prendevi in giro affettuosamente… siete vivi nei miei ricordi, nei profumi della terra, nei riflessi del mare…

In mare non avverto quella nausea e quelle vertigini, in acqua e sugli scogli, sulla nave o nuotando, mi sento in pace. La febbre alta al rientro in città dopo una settimana all’Elba si è bruciata un po’ di magone, ora riaffiorano le immagini del mare stampate nel cuore… dalla nave dell’andata, l’Oglasa che prendevo con babbo e mamma e Pietro e Paolo piccino,

alla villa di Napoleone, visitata con Viola come babbo portava me e i miei fratellini sempre a vedere tutto di ogni posto… a qualsiasi età, magari a cinque anni nessuna interrogazione di storia, ma a scuola Viola saprà già chi era Napoleone. E dove è stato in esilio. Ne ha visto anche la vasca da bagno e la scrivania, la serra e la terrazza…

e gli alberi, da riconoscere per le foglie e i rami, gli uccelli anche dai versi, le stelle dalla posizione in cielo… e poi godere della bellezza senza dover dare a tutto nome e misura, anzi, proprio nella smisurata bellezza di tanto, sentire la gratuità della vita… i pentagoni dorati disegnati dal sole sul fondo sabbioso a volte si coloravano dei colori dell’arcobaleno, abbandonarsi all’acqua verde azzurra blu (sì, piccola, l’acqua è trasparente, come l’aria, i colori sono dati da onde, vibrazioni, energia… tutto è vivo nell’universo, profondità e correnti riflettono il cielo in mare) insegna la fiducia in qualcosa di più grande di noi e sconosciuto…

nuotare e insegnare a galleggiare e iniziare a muoversi in mare … gioia pura. La scarsa connessione (wi-fi solo a pochi metri dalla reception dell’hotel, in camera neanche campo per telefonare) ci ha regalato una vera vacanza.

E quel pianoforte…

babbo capì tutto al volo quando dissi che non mi piaceva più mentre avevo solo sentito lui e mamma parlare del momento di difficoltà economica e del costo di lezioni di piano e noleggio del pianoforte… “non mi piace più suonare, ho cambiato idea, babbo possiamo restituire il piano?” Non dimentico il suo abbraccio. Amo ancora il pianoforte, ascoltarne la voce… chiunque lo suoni. E sfiorarne i tasti con un filo di nostalgia.

Il ritorno mi ha fatta ammalare perché non c’era babbo Lodovico a casa a Firenze a cui raccontare tutto e portar la schiaccia briaca per il compleanno…il 24 agosto sarà un mese dalla morte, il 25 agosto …il primo compleanno mancato. Poi posso dar la colpa a microbi sparsi, all’aria condizionata troppo ghiaccia sulla nave, ma so che mi sono ammalata quando ho mollato dentro, quando ho lasciato cadere la diga e ho iniziato a piangere in auto…

Dopo ogni notte, fino all’ultima ora che non spetta a noi decidere, ci aspetta un’alba nuova

 

Cinque anni, Viola che cresci

Cinque dita, una mano spalancata…

Dovevo diventare mamma per capire con il cuore e la pancia quanto sono amata come figlia. E non parlo dei genitori in terra…

Luna calante, pioggia e vento freddo.
Tregua di luce e pioggia di ricordi tra le pozze e il cielo.

Cinque anni da quella notte gelata in cui quella briciola frettolosa è venuta al mondo.
Ricordo quasi con un sorriso, adesso, i dolori che mi piegavano in due.
Ricordo con un velo di lacrime, cuore in gola, gratitudine rinnovata, la gioia immensa di quando ho dato alla luce la mia ragione di vita.

8 febbraio mezzanotte in sala parto

Viola, quanta fretta di nascere! Ero ancora a danza, giovedì 7 febbraio 2013, quando si ruppero le acque sotto il velo che non copriva il pancione… poi i dolori, la corsa a Careggi, lo stupore di chi nella mattina mi aveva detto che no, mi sbagliavo, non stavi per nascere e invece… invece la tua mamma sapeva più del dottore quanta fame di vita premesse da dentro (lo stesso dottorino che la mattina del 7 febbraio mi aveva pronosticato una probabile induzione del parto per il mese seguente mi ha poi, non molte ore dopo, dato i punti di sutura per la tua uscita precipitosa!), sentivo sempre più forte la tua voglia di venire al mondo e infatti danzando e tremando (e perdendo troppo sangue, ma questo me lo hanno raccontato dopo, non me ne ero accorta, non pensavo più a me) ti ho data alla luce nella notte, mentre il cielo preparava neve per le tue prime giornate fuori da me.

Eri piccina piccina e le tutine taglia zero ti stavano grandi

febbraio 2013 (attenti crescerò)

Febbraio 2013, con la mano di Viola nella mano…

febbraio 2018 …

I tuoi occhioni spalancati sono sempre più belli, ogni giorno un tuo sguardo cancella dolori, paure, ferite e arrabbiature…occhi dolci e incantati a volte, spesso birichini e curiosi, sguardi affascinati e affascinanti, divertenti e divertiti!
M
a la prima volta che ho visto i tuoi occhi … non potrò mai scordare quell’emozione.
Enorme.
Minuscola tu.
Ti sei presa tutto e a tutto dai un senso nuovo.

Dopo più di trent’anni di fumo, per la prima volta, grazie a te ho deciso di smettere.
Ti avevo promesso che avrei smesso di fumare per il tuo compleanno, l’ultima sigaretta risale al 7 gennaio.
Un mese senza neanche un tiro.
Per la mia salute, per imparare a prendermi cura anche di me, per volermi bene, per darti una mamma più serena, libera, viva.

Cinque anni di te fuori di me e sembra ieri. E invece è passata una vita, la tua vita.
Una vita che cresce senza smettere di meravigliarmi.

Ti abbiamo portata anche in Curva, volevi vedere lo stadio “il posto dove vi siete conosciuti”…sì, babbo e mamma si sono conosciuti in Curva Fiesole, uniti dalla passione per la Fiorentina. Ora la Viola che ci unisce sei tu.

Buon compleanno, amore mio

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