27 maggio 1993, Firenze ferita a morte

era tanto caldo anche quella sera di maggio di 29 anni fa. Buchi di memoria in quegli anni, ma la sera diventata notte di quasi trent’anni fa non la dimentico…


Era una notte di maggio da stare con la finestra spalancata. Un maggio caldo, confuso nella memoria con gli altri mesi e anni di cui ricordo poco e in disordine, perché non stavo bene, ero un po’ fuori dal mondo. Pesavo meno di una bambina, ossa e nervi a pelle, un’angoscia divorante che si è mangiata tanta parte della mia vita e dei miei ricordi… anche ora che con i chili tornati a far da confine tra l’anima e il mondo non conto più gli anni di vita nuova e per molte cose mi sono decisamente ripresa, sento a volte il buco nella memoria come una ferita che non si rimargina. Forse sono la sola della mia età, per esempio, a non ricordare dove fossi e che facessi il giorno della strage di Capaci (probabilmente ero in ospedale). Ma ricordo con precisione quella notte di maggio tra il 26 e il 27.


Ero alla finestra di cucina, con vista sulle luci di Firenze, a fumare una sigaretta dopo aver salutato il ragazzo che frequentavo… Massimiliano, che abitava diladdarno, in centro, a due passi dai luoghi colpiti quella notte, a una sigaretta dal Ponte Vecchio… zona di piazza Pitti.
Sentire un boato proveniente proprio da quella parte… un tuffo al cuore.


Sì, come molti quella notte a Firenze, lì per lì pensai a una fuga di gas, a un brutto incidente, non immaginavo un attentato lì, qui. Proprio qui a Firenze, proprio lì, a due passi dal Ponte Vecchio.


Il cuore perse qualche battito.


Nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993, Angela Fiume, 36 anni, suo marito Fabrizio Nencioni di 39 anni, le loro bambine Nadia, piccola poetessa di 9 anni, e Caterina, vita nuova nuova, di soli 50 giorni… e lo studente di architettura Dario Capolicchio (22 anni) persero la vita per una bomba che provocò anche tanti feriti, distrusse la storica Torre de’ Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili…

dopo la clausura non scelta

Dopo tre dosi di vaccino a testa per noi adulti (doppio Pfizer e booster Moderna) e le due previste per i bambini a Viola, alla fine anche qui è arrivato il Covid. Per prima la bimba, che probabilmente lo ha preso a scuola, poi febbrone anche a me (la prima notte col virus mi è salita la febbre a 40°) e test rapido casalingo chiarissimo:

14 marzo, positiva 😦

Rinunciare alla messa (diventata appuntamento quotidiano da qualche tempo) per tre domeniche di fila in quaresima è stata una severa penitenza. Mi è dispiaciuto anche di più mancare a tre incontri di fila con i bambini del catechismo. Per loro, visto che non potevo raccontare di persona la storia del giardino e del frutto proibito, prevista nella sequenza per il primo anno, in cucina, con cellulare e disegni, mi sono cimentata in un video che l’altra nuova catechista, Suor Anne, ha fatto vedere e sentire domenica scorsa ai nostri piccoli:

Al tramonto di mercoledì 16 marzo, inizio di Purim, lettura del libro di Ester con Viola e maschere arrangiate in casa per noi recluse anche se sfebbrate.

Per San Giuseppe ancora in casa, sempre positiva (Viola guarita presto, per me e per Sandro è stata più lunga, contagiata anche mia madre, in forma più lieve, ma di lunga e lenta negativizzazione).

E sempre ‘ai domiciliari’ per il capodanno fiorentino, solennità dell’Annunciazione,

con punte di insofferenza (al piano di sopra lavori di ristrutturazione e colpi, botte, trapano a tutte le ore sul capo senza poter uscire e scappare dai rumori…), ma la rinuncia forzata alla messa mi ha consentito di seguire in diretta la liturgia penitenziale presieduta dal Papa e la sua bella preghiera di consacrazione per la pace: momento intenso.

Conforti colorati dai fiori sbocciati ancora

Sono arrivati anche libri nutrienti per il cuore,

conforto assaggiato già, ma lettura distesa rimandata,

perché intanto ho ripreso in mano un libro che mi aveva regalato mio padre anni fa…

E poi, finalmente, la liberazione, con test negativo a casa, prima dell’alba, confermato dal tampone in farmacia…

bello camminare e veder moltiplicate le bandiere della pace ai balconi e alle finestre nelle vie vicine

Compleanno in cielo…

Oggi avrei cercato immagini belle dei fiori che più amavi per farti gli auguri, avresti compiuto 54 anni, invece li uso per salutarti, perché ora sei fuori dal tempo, libera dal passare degli anni. Non era così che immaginavo la tua uscita dal tunnel, ma se ti eri stancata di arredarlo, ti capisco. Ci manca il tuo sorriso, Lara, ci hai gelati tutti con la notizia della tua morte. Gli ultimi messaggi con te il 27 febbraio e il 4 marzo un malore improvviso… lo abbiamo saputo mercoledì 8 marzo, non ci si credeva, ancora non mi capacito…

Dovevi tornare a mangiare la schiaccia con l’uva e la pappa col pomodoro! Volevo farti vedere com’è cresciuta Viola, che ama la danza come mamma e come ‘zia Lara’… abbiamo rimandato troppo, anche per via di una pandemia, eh… e ora che sembra ‘sotto controllo’ quella, almeno da queste parti, siamo ripiombati nell’incubo della guerra in Europa, almeno l’angoscia per la catastrofe nucleare te la risparmi, altro che magone! Ma ora chi penserà a chiamare i pompieri per una cavalletta?

Ricordo con emozione e gratitudine ogni momento vissuto insieme, soprattutto le tue carezze sul pancione, dal tuo arrivo alla stazione

alla giratina in centro

“i colori di Firenze e della Fiorentina!”
Lara: “veramente… è la bandiera del Rimini”

Era il 13 ottobre 2012, ero incinta di Viola e Lara era venuta a trovarci a Firenze:

Un sorriso tra le lacrime, luce e colori per la bella persona che è passata alla vita che non passa, è stata un dono nella vita di chi l’ha conosciuta.

Lara era una tifosa del Rimini, la squadra che ci faceva tribolare in C2 quando ci si chiamava come uno stabilimento balneare della Versilia, Florentia Viola con la maglia bianca perché alla Fiorentina avevano tolto nome e colore… Lara era bella e simpatica, ballava quando non lavorava, amava i girasoli, ballare, mangiare, ridere, aiutare gli altri… Lara era mia amica, anche se ci si frequentava poco fisicamente, ma dei momenti insieme ricordi indelebili. E delle telefonate con l’accento a tortellino…

A Dio, Lara bella, Lara sorridente, Lara che mi accarezzavi il pancione emozionata per i calci di Viola… GRAZIE

Grazie per il 2021

Passeggiata nella nebbia, con incontri romanzeschi...

E poi, a casa, un po’ di malinconia prima dell’ultima messa dell’anno (in vista di una serata per noi non troppo diversa dalle nostre precedenti ‘veglie’ di fine anno, senza cenoni o veglioni, con il fim a cartoni – “Aristogatti” – in compagnia di Viola e brindisi a mezzanotte con spumante brut e dodici chicchi d’uva… ma per tanti non sarà una scelta la rinuncia a feste e grandi riunioni, proprio noi, anzi, avremo una persona in più, Emanuele che resta con noi invece di raggiungere la fidanzata e la sua famiglia… la pandemia non ci molla). E allora un’idea dal foglietto quotidiano di San Jack:


“Questa giornata rischia di avere un sottofondo di malinconia per tutto quello che non è andato bene nell’anno appena trascorso. Qualche anno fa ho scoperto quanto sia bello, in questo giorno così strano, prendermi un’ora di tempo e fermarmi: pormi davanti al tabernacolo e ripercorrere insieme a Lui l’anno appena trascorso. Questa è diventata un momento a cui non voglio rinunciare, essenziale per concludere un tempo nel migliore dei modi. In questa sosta scrivo il mio Te Deum: la mia lode al Padre per i dodici mesi che mi sono stati donati. Scelgo poi dodici istantanee, una per ogni mese: dodici foto per benedire il tempo ricevuto in dono”


Un’ora davanti al tabernacolo non mi tocca, oggi, ma una sosta di ringraziamento sì! E senza scrivere qui tante parole, ringrazio in cuore


Quali sono le dodici istantanee che compongono il mio Te Deum?


Ne ho dovute lasciare tante, a scegliere una sola per mese. E invece i motivi di gratitudine sono tanti di più.

Buona fine e miglior principio a tutti!

Sette anni dopo

Era una bella mattina di novembre, un martedì, da giorni soffrivo di un mal di testa che non passava in alcun modo, ero fuori con Viola piccina e all’improvviso come se qualcosa o qualcuno mi avesse ‘sgabbiata’, una sensazione di pace e sollievo, sparito il mal di testa e la mia voce a pronunciare parole che ricordo come fosse oggi, ma che allora non avevo pensato prima, come se qualcuno avesse usato la mia voce e le mie parole per dirmi quel che non potevo ancora sapere: “devo tornare a casa, la mia nonna sta morendo”. Appena a casa, infatti, babbo Lodovico: “Cate, mettiti a sedere, devo dirti una cosa” e io, addolorata, ma serena: “Lo so, babbo, la nonna… “.

(in questa foto aveva 102 anni, la stampella perché si era rotta il femore)


Era venuta a salutarmi, credo.


Come, dopo questo saluto e il doppio arcobaleno alla fine del funerale, due giorni dopo, al termine di un temporale, siano cambiate tante cose nel mio vivere la ricerca dell’infinito che non conoscerò pienamente qui, ma che mi conosce da sempre, è un’altra storia, anche bella, non senza inciampi e contraddizioni, ma voglio sperare che nonna sorrida a saperlo.

Immensa eredità di pensieri e gesti, pochi oggetti. E oggi meno ancora, le fedi nuziali dei nonni sono state rubate, il rosario e la fede di nonna sono quel che nessuno mi può rubare, anche dovessero portarsi via pure il rosario inteso come catenina e la madonnina di legno che tengo sulla mensola in camera da letto…

Sono passati sette anni e il pieno di amore è cresciuto, non si esaurisce… sì che può compensare il vuoto a ogni passo importante, a ogni snodo della vita, anche se il dolore della separazione resta e sfoga in pianto silenzioso ogni tanto. A Dio, nonna, mettici una parola…

l’ultimo giorno di agosto

Alle Cascine, Firenze, 31 agosto 2021

Era il giorno in cui lasciavo che il vento mi spettinasse i capelli e portasse i pensieri a volare tra le nuvole, il 31 di agosto era il giorno in cui sbirciavo la cassetta della posta in attesa di cartoline, il giorno in cui chiudevo nell’armadio i costumi da bagno e il cappello di paglia fino all’estate dopo, sceglievo i quaderni e il diario per la scuola, facevo la punta alle matite e lavavo lo zaino. Era una vigilia di anno nuovo. La scuola riprenderà a metà settembre, ma non per me, ormai, ora sta per ricominciare per la mia bambina. Le cartoline non si mandano più o quasi. Resta la gioia di sentire nell’aria settembre che arriva a far nuovi i colori. Resta vigilia di anno nuovo, per me ancora si cambia ‘anno’ a settembre. I ricordi d’estate andrebbero accompagnati da un buon bianco freddo ben fermo, come quello gustato con un’amica venuta a trovarci il 18 agosto a Castiglioncello, ultimo giorno di vacanza al mare, già lasciato l’albergo…

Anche una canzone può andar bene o una tazza di tè verde, qualsiasi carezza al cuore per addolcire la malinconia di ogni congedo e ravvivare l’attesa delle novità. Sogni, solo sogni, basta progetti e propositi! Solo sogni e ricordi. Speranze e stupore in germe…

e quando il rumore del mare sovrasta quello dei pensieri, sei nel posto giusto… se poi ci sei con chi ami…

in cielo e in cuore

insomma, dove non so, ma voglio sperare di sapere con Chi. E dove ancora scotta la tua assenza. Dove il tempo si compie e in una delle stanze più belle del mio cuore, lavata spesso a lacrime e baci…

(uno degli ultimi momenti felici, con la mia bimba davanti, sorridevi alla tua nipotina…)

Una torta di compleanno oggi sarebbe fuori luogo, penso, ma nei giorni al mare ho visto le more!

C’erano le more, lungo la ferrovia, ancora quasi tutte rosse a metà mese…

Ti sarebbe piaciuta la pineta di Castiglioncello, le nuotate in mare le ho dedicate alla nonna Gabriella, ma ho ritrovato una foto di me piccola al mare in braccio a te

Benedico il giorno della tua nascita, anche se da tre anni non si festeggia più, qui in terra, il tuo compleanno. Sei nato per vivere per sempre, si muore una volta sola per poi non morire più… voglio crederci davvero.

Guardavo il mare mosso e non pensavo a niente. “Facile pensare a qualcosa, non pensare è per pochi eletti…” ma quanto mi divertivo a farmi prendere in giro da te? Si discuteva, tanto, si rideva moltissimo, abbiamo pianto insieme e riso, riso tanto. Ora ricordo anche le risate e i sorrisi, sfumano gli anni della malattia e le crisi brutte… tornano i ricordi felici, lontani nel tempo piccino, vicini nel tempo del cuore.

E mi scrivono di te, ancora, tuoi studenti di un tempo ora genitori, artisti, ingegneri, medici… e mi mandano tue foto di quando eri il Prof al liceo, il Grassi, Lodovico “uno di noi”…

Auguri, babbo, ti amo da sempre e per sempre

Tradizione e tradimento al Castello

Il 10 agosto, a Castiglioncello, non cercavo stelle cadenti nella notte di San Lorenzo, ero a Castello Pasquini per il concerto di Niccolò Fabi.

Il primo concerto dal vivo dall’avvento del Covid. Avevo scordato la bellezza e la potenza della musica e dello scambio di energie tra pubblico e artisti a pochi metri di distanza… ecco. La differenza tra un concerto e la musica riprodotta dai nostri dispositivi… come mangiare o stare a guardare chi mangia. Ecco. Alla canzone “Ecco” cantata da Niccolò occhi quasi negli occhi… ho frignato senza ritegno. GRAZIE

La sera a spasso da sola, Sandro in albergo con la bimba, senza alcun timore. Non era facile dormire per la folla vociante, ma tanta gente e tanta luce di sera, a Castiglioncello nei giorni più frequentati dell’agosto, avevano un risvolto positivo per una donna… poter uscire senza scorta di maschio adulto. Ecco.

Notevole anche la presenza di Rob Angelini. A proposito di maschio adulto.

E i pini intorno.

La strada si fa stretta
ed è più stretta ad ogni giro di lancette
E perché estuario e non un delta
questa strada alla fine non dà scelta
alla fine non c’è scelta
E l’itinerario umano non prevede alcun ritorno
ma un’andata un anno come un giorno
solo sabbia colorata
nell’ampolla sottostante della mia clessidra
il tempo non si sfida
Il tempo non si sfida
tu muoviti per sempre pigramente
si muore nel rigore
nel movimento assente
nel pensiero senza amore
E io è di questo che ho paura
perché quando mi fermo
è arrivata la mia ora
Non è finita, non è finita
può sembrare ma la vita non è finita
basta avere una memoria ed una prospettiva
a prescindere dal tempo
Non è finita, non è finita
nonostante tutto il male non è finita
fino a quando ho una memoria ed una prospettiva
a prescindere dal tempo, a prescindere da tutto
a prescindere da me
Chi tace non è vero che acconsente
è solamente che il rifiuto non sempre trova le parole
anche io modestamente non capisco ma resisto
e ammutolisco dal disgusto
ma cosa centrerò mai io con tutto questo?
cosa centrerò mai io con tutto questo?
Comandanti fateci il piacere
e se prendete decisioni decisive sulle nostre vite
fatelo soltanto nel momento successivo a un vostro orgasmo
grazie a quell’attimo di pace
avremmo un mondo senza rabbia
un mondo senza guerra
Non è finita non è finita
può sembrare ma la vita non è finita
basta avere una memoria ed una prospettiva
a prescindere dal tempo
Non è finita non è finita
nonostante tutto il male non è finita
fino a quando ho una memoria ed una prospettiva
a prescindere dal tempo, a prescindere da tutto
a prescindere da me

Alla fine ci ha fatti alzare in piedi “mantenendo le distanze per non far favori al virus” e ballare

Scaletta del concerto del 10 agosto 2021 a Castello Pasquini

  • 1  Evaporare
    2. Una somma di piccole cose
    3. Filosofia agricola
    4. È non è
    5. Elementare
    6. Il primo della lista
    7. La promessa
    8. Amori con le ali
    9. Una buona idea
    10. Diventi inventi
    11. Te lo ricordi (Pier Cortese)
    12. Condor (Roberto Angelini)
    13. Fantastico (Bianco)
    14. Io sono l’altro
    15. Ecco
    16. Vince chi molla
    17. Una mano sugli occhi
    18. Costruire
    19. Scotta

  • Encore:
    20. Il negozio di antiquariato
    21. Lasciarsi un giorno a Roma

Potere forte

Roberta Covelli, laureata in Giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci, propone, nel suo saggio sull’attualità della nonviolenza, anche attraverso storie, episodi, personaggi del passato recente (oltre a Danilo Dolci, Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King, Pietro Pinna, Aldo Capitini, Don Lorenzo Milani, Gigi Ontanetti), una vera guarigione dell’immaginario e delle parole come parte della ri-evoluzione ancora necessaria e speriamo possibile. La forza non è violenza, per esempio, eppure nel comune immaginario è difficile non connotare negativamente le parole (e le idee) che si riferiscono alla forza e al potere. Si parla di “forze armate” e s’intende l’organizzazione di mezzi di distruzione, armi e uomini in armi, non si ragiona di forze come capacità oppure si parla dei soprusi dei forti sui più deboli, senza considerare che la forza della nonviolenza è molto più forte della violenza. La forza è, prima di tutto, capacità, tratto della vita, non della violazione della vita. La forza non tesa alla distruzione difende anche la vita dell’avversario e l’educazione nonviolenta insegna a vedere nei nemici esseri umani dove la guerra, invece, si prepara insegnando a vedere nemici negli altri esseri umani. Potere forte è la capacità di pensare, affrontare, gestire i conflitti con modalità e mezzi nonviolenti, mentre la violenza è debolezza, fallimento, rassegnazione alla sconfitta della vita. In ogni conflitto violento è la vita che perde, nessuno vince davvero.

Le forze della vita, le armi dell’essere vivente più debole al mondo se isolato – l’uomo – sono nonviolente: la comunione, la parola, il dialogo, l’intelligenza, la comunicazione e la creatività, la condivisione di bisogni e idee per la soluzione dei problemi… vere forze, vero potere.

Mi sono emozionata alla citazione di Gigi Ontanetti, per la sua idea di lanciare mongolfiere di carta con messaggi di solidarietà dai civili bosniaci ai civili serbi, opera di fraternizzazione durante la guerra dei Balcani, per l’opera di vera intercessione (cammino in mezzo al conflitto per costruire la pace, la PACE SUBITO “Mir sada”) tra ponti simbolici e ponti reali. Prima che per l’Operazione Colomba raccontata da Roberta Covelli, Pierluigi Ontanetti mi era stato ‘presentato’ da don Fulvio Capitani che ne ha proposta una canzone nel suo canale YouTube: Un sorriso vi salverà

Don Lorenzo Milani viene citato più volte e ogni volta un tuffo al cuore. Me l’aspettavo, però. Non mi aspettavo invece il groppo di lacrime tra ciglia e cuore poco dopo l’inizio del capitolo sulla profonda relazione tra educazione e nonviolenza “Lo sviluppo creativo”.

A pagina 126 viene citato Balducci dalla presentazione al testo scritto da lui e dal mio babbo “La pace. Realismo di un’utopia”

Nel capitolo dedicato alla fine dell’Apartheid in Sudafrica “Reagire alla violenza, raccontare la verità, riparare i danni”, più che l’efficacia del boicottaggio internazionale, della ricerca di consenso con costanza, persuasione, resistenza nonviolenta, mi ha colpita la riflessione sulla giustizia riparativa e non retributiva, a proposito della ‘Commissione per la verità e la riconciliazione’, dove “la dignità sembrò aver la meglio sulla rabbia, la volontà di capire sul desiderio di vendetta” e soprattutto dove non ci si concentra sulla punizione del reo, ma sulla riparazione del danno e sulla rigenerazione dei rapporti, senza pretendere l’assurdo, non si può istituzionalizzare il perdono, il perdono resta una scelta intima della vittima, un dono capace di scardinare il circuito della violenza, ma come dono, gratuito, non può essere preteso. “La vittima non ha il dovere di perdonare, ha piuttosto il diritto di vedere riconosciuta la verità, di ottenere tutela, riparazione, ristoro, comprensione” mentre è l’autorità che ha il dovere di ricostruire i fatti e i rapporti.

Tra lo ‘sciopero alla rovescia’ di Danilo Dolci in Sicilia e le riflessioni sulla maieutica reciproca e l’ideale capitiniano dell’omnicrazia che scongiuri i rischi di oclocrazia dispotica con un’educazione continua, il saggio di Roberta Covelli aiuta a riconoscere la vitalità di una teoria che è anche e soprattutto pratica, di un metodo spirituale che si avvale di educazione emotiva e manuale. In sintesi, l’attualità della nonviolenza, che si propone “aperta e creativa verso una realtà liberata, in cui la partecipazione è fine e mezzo, la comunicazione è veicolo e contenuto, e la politica raggiunge gli obiettivi già nel condividerne l’elaborazione (…). Dall’autoritarismo all’omnicrazia, dal dominio al potere, così che il potere non rimanga più solo un sostantivo, ma un verbo che costruisce nel percorso il potenziale immaginato: il potere è di tutti, perché tutti possano

26 anni senza nonno Giuliano

Era un venerdì, il 17 febbraio 1995. Te ne sei andato in una notte fredda senza che potessi darti un ultimo bacio. Eri ricoverato in un altro ospedale, non in quello dove ti venivo a trovare, io magra magra, malata di anoressia, tu incapace di mandar giù un boccone “ora ti capisco, Caterina, non si può mangiare per forza, per favore, portami via questa roba…”

Sono più gli anni senza te che gli anni vissuti con te vicino, nonno.

Tra nonno Giuliano e nonna Gabriella

Non ricordo più il suono della tua voce, non ricordo più il profumo del tuo dopobarba, ma ricordo le tue battute di spirito e la tenerezza che riservavi a me, tua prima nipotina, dopo tre figli maschi e poi tanti nipotini, tutti maschi; ricordo la bolla di plastica con sorpresa che mi comprasti vicino al Giardino dell’Orticoltura e come ridevi del mio girare fiera del regalo “una colana ho vinto una colana” (poi mai amate le collane, da grande);

ricordo qualche discussione, ogni diapositiva nel tuo studio di pittore per passione e insegnante di disegno e storia dell’arte per campare; ricordo come ti trasformavi in valoroso cavaliere con un manico di scopa per spada e un vecchio lenzuolo per mantello a scacciare i fantasmi che temevo nelle mosche (passavo giornate intere da voi nonni, specie quando il mio fratellino era al Meyer con la meningite).
Sono ventisei anni oggi da quella notte di febbraio in cui te ne sei andato, nonno Giuliano, ricordo solo quanto ho pianto il giorno del funerale, incredula e smarrita. Non eri in quella bara, per me, non sapevo dove te ne fossi andato e nei mesi (e negli anni) a seguire ti cercavo ancora nelle vie di Firenze e nei quadri, in ogni museo, in ogni chiesa, in ogni strada e in ogni scatola di colori a olio.

Ti ritrovo ancora nell’odore della vernice, ti ho stretto al cuore la mia prima volta a Parigi, davanti all’Orsay pensavo “oh se ci fosse nonno Giuliano!”…

ti sorrido quando riprovo a dipingere,

piango quando Viola gioca con il pelouche che ti avevo portato in ospedale e che mi hanno restituito dopo la tua morte. Non hai conosciuto la tua bisnipotina che pare sia portata per il disegno come anch’io un tempo prima di perdere la mano e la fiducia. L’ha conosciuta e abbracciata nonna Gabriella.

Un dono che non posso disprezzare. Una nonna viva e davvero presente fino a 104 anni! Mi mancano le sue prediche, la sua severità giusta (esigente con gli altri, solo perché addirittura implacabile con se stessa, a volte) e i suoi consigli saggi, affettuosi, ma mai melensi, come mi manca la tua dolcezza complice (tra artistoidi ci si capiva al volo) e il tuo scherzare su tutto, fino all’ultimo respiro.