Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Letture al volo all’alba, con frutti dolcissimi di pace e gioia al pomeriggio… dopo una passeggiata all’inferno nella notte: 

Oggi in modo particolare risplende nel Vangelo l’amore di Gesù per i peccatori. Egli chiama a seguirlo un uomo che proviene dalla cerchia dei pubblicani, odiati e disprezzati come asserviti ai pagani dominatori. E’ già uno scandalo per i farisei, che considerano inderogabile, se si vuol essere “giusti”, la separazione dei peccatori. Ma lo scandalo giunge al colmo quando Gesù non lo allontana dai compagni della sua risma, anzi si mette a tavola a casa sua, in un banchetto che vede riuniti, con Gesù e i suoi discepoli, “molti pubblicani e peccatori”. “Perché – domandano ai suoi discepoli – il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.
Ma la risposta di Gesù è decisa:
“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati…
Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”.

Bisogna mettersi tra i peccatori, per ottenere misericordia. Su questo punto ci può essere una deviazione nella devozione, cioè la possibilità di una riparazione che diventa farisaica: “Noi santi, noi giusti ripariamo per i peccatori!”. No. Riparare vuol dire mettersi tra i peccatori, in mezzo a loro da peccatori quali siamo, e pregare per noi e per gli altri per ottenere perdono e salvezza, che è sempre un dono gratuito. Chi si fa forte della propria presunta giustizia, si chiude alla misericordia di Dio.

Canto al Vangelo (Mt 11,28)
Alleluia, alleluia.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro, dice il Signore.
Alleluia.

Vangelo

Matteo 9, 9-13
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Misericordia io voglio e non sacrifici.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi».
Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Gesù siede volentieri alla mensa dei peccatori, perché ama infinitamente l’uomo, e con il suo perdono lo rinnova e lo guarisce. Per la mediazione di Cristo redentore, rivolgiamoci al Padre, dicendo:
Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

Per il Papa, i vescovi, i presbiteri: sull’esempio di Cristo siano misericordiosi con i peccatori, vadano alla ricerca dei lontani, diventino missionari degli ultimi e degli abbandonati. Preghiamo:

Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

Per chi è spaventato della gravità delle proprie colpe: sappia guardare con fiducia al Cristo che ha già sconfitto il peccato e la morte. Preghiamo:

Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

(…)
Dal sito La Chiesa: Liturgia

Aggiungo solo alcuni appunti dalle omelie e commenti trovati in rete:

Omelia di Riccardo Ripoli (5.7.2013)
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati

Se ci feriamo, se stiamo male fisicamente andiamo dal medico, ma se il nostro stare male dipende dal cuore, dalla nostra anima, dalle cose che non vanno nella vita, da un amore deluso a chi ci rivolgiamo? Se ne possono pensare tante, si può parlare con l’amico o l’amica del cuore, con uno psicologo, con l’insegnante o sfogarsi in qualche chat su internet, ma tutto è limitato. Nessuno ha la verità in tasca, nessuno ci conosce bene nel profondo, nemmeno noi stessi.
Quando la mia vita era a pezzi provai a rivolgermi a mio padre, ma anche lui soffriva e non poté aiutarmi; parlai con la mia ragazza di allora, ma era troppo immatura per affrontare certi argomenti; guardai ai miei amici, ma erano troppo presi dai loro problemi per darmi ascolto; mi gettai a capofitto nelle gare di pesca subacquea, ma anche in quel caso non bastavano per trovare una soluzione degna di essere chiamata tale. Non sapevo dove sbattere la testa. Pregavo Dio che mi indicasse la strada, ma tutto intorno a me era silenzio. Passarono così nove mesi, un periodo di buio, un momento della mia vita in cui ero sull’orlo di un precipizio e il desiderio di suicidio era sempre molto forte in me, ogni istante. Un giorno di settembre andai a fare una girata e mi ritrovai a Montenero, nei pressi di Livorno, dove c’è un santuario mariano. Mi fermai ed entrai per fare una preghiera. Era in corso la Messa e la celebrava un sacerdote un po’ pazzo. Era lui la risposta che stavo aspettando da tanto tempo da Dio. Da quel giorno la mia vita cambiò radicalmente ed ancor oggi sono a camminare su quella strada indicatami dal Signore.
Come e quando aiutarci lo sa Gesù, noi dobbiamo avere fiducia in Lui e attendere che la sua cura faccia effetto. D’altra parte se vi sentite male allo stomaco e andate con fiducia dal medico, mica guarite all’istante. Vi darà delle medicine che faranno effetto pian piano. La differenza tra il medico ed il Signore è però che il primo può anche sbagliare, va a tentativi, cerca di capire cosa abbiamo, mentre Cristo sa esattamente di cosa abbiamo bisogno e ce lo dona quando sa che farà più effetto.
Riguardando indietro, in quei nove mesi di sofferenza, se mi avesse indicato la strada dopo poco tempo e non avesse atteso tutto quel periodo, non avrei sofferto, non mi sarei lavato di dosso il mio passato, non avrei potuto gioire del dono fattomi. Se uno mangia tutti i giorni e salta un pasto uno o due giorni, quando ricomincia a mangiare nemmeno si ricorda di quel breve periodo in cui ha patito la fame. Ma se passano nove mesi senza potersi cibare adeguatamente, quando gli viene proposta una tavola imbandita saprà fare festa a quel regalo meraviglioso ed al suo donatore, ringraziandolo per tutta la vita.

E l’ormai caro Paolo Curtaz che sempre regala carezze al cuore:

Paolo Curtaz (6.7.2012)
Commento su Matteo 9,9-13

È seduto al banco delle imposte Matteo, quando incrocia lo sguardo di quel falegname ospite in casa di Simone il pescatore. Pensa che gli voglia chiedere qualcosa, un favore, uno sconto, un aiuto. È temuto Levi, è un pubblicano che riscuote le tasse per conto dei romani. Lo odiano tutti, visceralmente, ma lo temono e lo rispettano. E invece il Nazareno non gli chiede nulla. Sorride e gli dice di lasciare tutto. Sta scherzando, sicuramente. È stranito ora Matteo, ma lo sguardo di Gesù non lo abbandona. Cosa avrà visto in quello sguardo? Quale abisso di bene e di luce? Quanta misericordia e compassione? Cosa può spingere una persona a lasciare tutto per davvero? Sul serio? Forse anche noi abbiamo incrociato il suo sguardo, forse anche noi ci siamo sentiti travolti dalla misericordia, forse anche noi abbiamo colto la misura infinita della tenerezza di Dio. È venuto per noi ammalati, il Signore, non per quelli che non hanno bisogno di salvezza. È venuto senza porre condizioni, mettendosi in gioco, sfidandoci ad osare, a rischiare. E la cosa straordinaria è che questo incontro Matteo lo racconta trent’anni dopo e ne parla con una freschezza e una nostalgia che commuove.

Per stasera, intanto, mi è arrivato in mattinata un libro ordinato on line per poterne parlare con un ambasciatore di Misericordia, il mio amico e confessore, padre spirituale, amico, fratello maggiore, Don Fulvio (anche se, nel pomeriggio, oggi mi sono rivolta al parroco, Don Luigi, perché il sacramento in chat ancora non vale e Fulvio è in meritata vacanza al mare)

 

Mors tua vita mea … “Love Kaputt” di Antonio Giugliano

“Il suo più grande errore era stato proprio sposarsi, si disse. La sola verità che ne era emersa era che quando si cade nelle sabbie mobili difficilmente se ne esce in due. Mors tua vita mea, il detto latino non sbagliava mai”

Una storia di amore e disamore, una caduta agli inferi e un riscatto anomalo, una trama per niente banale, un’analisi penetrante del male che sanno farsi gli amanti. Love Kaputt è un sottile noir psicologico con finale davvero sorprendente, inatteso per quanto, alla luce degli indizi disseminati tra le pagine, perfettamente logico.
Niente spoiler, mai potrei rovinare il gusto di farsi prendere dalla storia di Maurizio e della morte di Elena, diventare partecipi del cupo dolore del vedovo sconvolto prima dai sospetti di aver ucciso la sua amata, poi dalla progressiva scoperta della doppia vita di quella donna con cui pensava di poter essere finalmente felice.
Appena un accenno alla trama, perché la storia è ben costruita, funziona, regge alla grande (che progresso nella tecnica narrativa dai tempi dei “Racconti bastardi”! Mi sento privilegiata a seguire la crescita dello scrittore che mi turbò con quell’infuocata raccolta e che ora inchioda i  lettori allo sviluppo di psicologie complesse e alla disamina spietata delle conseguenze delle passioni), merita nuovi lettori:

Maurizio Marullo è un agente di commercio, un solitario misantropo, ma non ancora vaccinato abbastanza contro il virus del sogno romantico. E si innamora della bella donna conosciuta in treno nel viaggio di ritorno alla terra natia, ben presto la sposa, inizia con lei una vita piena di cose buone fino al precoce logoramento della felicità coniugale. La vivace, brillante, originale, elegante, splendida Elena diventa distratta, spenta, smarrita, disorientata, forse gravemente depressa, forse malata di Alzheimer… finché un giorno viene ritrovata impiccata nell’ospedale dove lavora. Omicidio? Suicidio? All’inizio è proprio il marito il primo sospettato, poi però il caso viene archiviato come suicidio. Ma il vedovo non riesce a consolarsi nel gorgo di evasioni anche rischiose in cui si butta per  stordirsi, dimenticare, sentirsi di nuovo vivo, non può cancellare i dubbi, non può scansare il dover capire, si ritrova a scoprire un’altra donna, fino a pensare di non aver mai conosciuto davvero la moglie. Ritrova il suo cinismo e una speciale forma di sopravvivenza psichica oltre che fisica…

Da leggere. E godere. Per la storia e per il linguaggio pulito, asciutto, curato. 

prologo Love Kaputt

Editore: Augh! (1 marzo 2017)
Collana: Ombre
Autore: Antonio Giugliano … che io conoscevo come Woland nell’altro altrove…

Antonio Giugliano è nato a Napoli.
Alcuni suoi scritti sono stati inclusi in antologie edite da Giulio Perrone Editore (2005-2006). Ha pubblicato “Racconti bastardi” (Zona Editore, 2010) e il romanzo “Più nero che qui” (Monetti&Ragusa, 2014). Nel 2017 è uscita, in self publishing, la raccolta di racconti “Corpi

 

gratitudini inespresse o quasi

« È incredibile ch’io ti cerchi in questo
o in altro luogo della terra dove
è molto se possiamo conoscerci.
Ma è ancora un’età, la mia,
che s’aspetta dagli altri
quello che è in noi
oppure non esiste.»

da Aprile-amore, in Primizie del deserto
Mario Luzi

Babbo è di nuovo a casa.
Tornato nel pomeriggio di oggi … no, ieri ormai, passata già la mezzanotte…
dall’ospedale dove era stato riportato a Pasqua.
Ora lo cureremo a casa.
Babbo è tornato.

In tempo per il mio compleanno.

Grazie

Amare è dire: tu non morirai

L’omelia di padre Ermes Ronchi
Amare è dire: tu non morirai. Ed ora è una realtà

Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale – piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – e lo riprende in un’altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile su un pugno di uomini e di donne sgomenti e disorientati. Le cose più grandi avvengono di notte.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio in cielo e buio in cuore. Non porta olii profumati o nardo, non ha niente tra le mani, ha solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all’assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). E vide che la pietra era stata tolta. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba, aperto come il guscio di un seme. E nel giardino è primavera.
I Vangeli di Pasqua iniziano raccontando ciò che è accaduto alle donne in quell’alba piena di sorprese e di corse. La tomba, che avevano visto chiudere, è aperta e vuota.
Lui non c’è. Manca il corpo del giustiziato. Ma questa assenza non basta a far credere: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo.
Un corpo assente. È da qui che parte in quel mattino la corsa di Maddalena, la corsa di Pietro e Giovanni, la paura delle donne, lo sconcerto di tutti. Il primo segno è il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza, il suo bilancio è negativo. La Risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, e sulle piaghe della vita si posa il bacio della speranza.
Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine, svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.
Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.
Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno.

Perché la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell’ultima tomba (Von Balthasar).

Donne o guardie e una tomba vuota

Mt 28,1-10
È risorto e vi precede in Galilea.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba.

Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.

L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli.

Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

il commento di Paolo Curtaz:

“Continuiamo a cercare il crocefisso, non ci sono santi.
Pensiamo davvero che Dio ami essere imbalsamato.
Ci crediamo e finiamo con l’adeguare la nostra vita e la nostra pastorale alla tragica logica dell’imbalsamazione.
Come se Dio amasse essere venerato come una mummia. O in un mausoleo.
È pia e devota la fede delle donne che, il giorno dopo il sabato, vanno a completare ciò che non sono riuscite a fare quel tragico venerdì.
Cercano il loro Maestro, drammaticamente travolto dagli eventi.
Lo cercano con disperazione e rassegnazione.
Vogliono restituire una parvenza di dignità a quell’uomo che hanno amato e seguito.
Che le ha amate e istruite.
Illuse.
Dio è già altrove. Risorto.

Fuggire il sepolcro
Devono allontanarsi dal sepolcro, non vegliarlo. Andarsene altrove, là dove il Signore le aspetta. È risorto, il Nazareno. Non rianimato, né reincarnato, no, è splendidamente risorto. Nemmeno sappiamo bene che cosa significhi essere risorti, nessuno è mai risorto come lui.
Lazzaro è tornato in vita, ma morirà, di nuovo.
Gesù no. È vivo. Splendido. Non un fantasma, non un ectoplasma.
È proprio lui: si fa riconoscere attraverso dei segni, mangia con i suoi sbalorditi discepoli.
Gesù è risorto, cercatori di Dio.
Che ce ne accorgiamo o meno, che lo crediamo o meno.
È risorto. E tutto cambia, ogni cosa assume una luce diversa. Allora il Nazareno non è solo un grande uomo, un rabbi, un profeta.
È di più.
Matteo, nel suo racconta, parla di due terremoti: uno alla crocefissione e uno alla resurrezione. Terremoti interiori, ovviamente, che il discepolo sperimenta quando vede la misura dell’amore di Dio che muore, sconfitto, per mostrare quanto ci ama.
Terremoto che siamo chiamati a vivere quando scopriamo che il Maestro è vivo e lo possiamo incontrare.
E, davanti alla resurrezione, possiamo essere donne o guardie.
Donne: discepoli che amano il Maestro, lo seguono, lo individuano nelle pieghe della propria vita, della storia. Discepoli fragili e incapaci di togliere le tante pietre che chiudono il sepolcro. Pietre interiori, drammi del passato, errori commessi. Tutto ciò che ci impedisce di vivere da risorti.
L’angelo ribalta la pietra e vi si siede sopra.
Somma ironia.
Guardie: pagate (come Giuda, di nuovo il denaro!) per mentire, per sconfessare l’evidenza, per non avere guai. Per loro la resurrezione è inciampo, inghippo, problema. Come per la nostra civiltà occidentale distratta e feroce, arrogante e decadente che nega l’evidenza, che irride la fede, che scorda se stessa e le proprie radici.
Buona Pasqua, discepoli del risorto.
Buona Pasqua, voi che avete superato la croce e che seminate speranza e luce.
Buona Pasqua anche a chi è rimasto inchiodato al Golgota. Avremo ancora tempo per convertirci alla gioia, dopo esserci convertiti alla logica di un Dio che muore per amore.
Buona Pasqua, perché se Gesù è risorto dobbiamo cercare le cose di lassù. Lasciare in fretta il sepolcro, perché la morte non è riuscita a custodire la forza immensa della vita di Dio.
Raccontatelo, che Gesù è vivo: pochi lo sanno. Anche i cristiani sembrano esserselo dimenticato.
Eppure è tutta in quella tomba la nostra fede.
Lo so bene, è un momento difficile … Perciò dobbiamo risorgere.
E non venitemi a dire che non siete capaci, che nessuno vi ascolta. Quel buontempone di Gesù ha affidato il più prezioso messaggio della storia dell’umanità a donne, persone che non avevano diritto di parlare in pubblico!
Animo, allora.
Viviamo da risorti, cerchiamo le cose di lassù.
E se ancora dubitate fatevi un giro a Gerusalemme, in uno dei posti più brutti della cristianità, una basilica sporca e caotica in cui prevalgono le grida dei devoti. In quella basilica è conservata una tomba, quella tomba, straordinariamente vuota.
Da millenni, migliaia di uomini e donne hanno sfidato la morte per andare a vedere quella tomba vuota. Splendidamente vuota.
Buffo: di solito le persone fanno viaggi per venerare un mausoleo che custodisce le spoglie di qualche grande politico, o cantante, o uomo spirituale.
I cristiani vanno a vedere una tomba vuota.
E questo la dice lunga su quanto siamo anche noi un po’ fuori di testa!

Perché quella tomba vuota ci dice che la morte non ha vinto,
E non vince.
Mai “

Con la fragile speranza che anche le pietre e le macerie dell’anima e le ferite finora non cicatrizzate e i troppi errori in cui ricado e tutto quel che dovrebbe essere passato e non è ancora svanito, venga spazzato via, come la pietra rotolata… 
Con vergogna e timore, bisogno di credere, voglia di rinascere.

tende la mano

Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.
E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
Il tentatore allora gli si accostò e gli disse:
“Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”

gustave-dore-gesu-tentato-dal-demonio-incisione

“ Oggi, prima domenica di quaresima. Il Vangelo parla delle tentazioni di Gesù.
Ebbene sì, come uomo anche lui fu tentato, come lo è ogni uomo sulla terra.
Se Cristo non si fosse lasciato tentare dal diavolo non ci avrebbe insegnato a vincere“, diceva sant’Agostino.
Quindi è possibile superare la tentazione!
Se lasciamo che essa diventi atto concreto, allora emergerà dal nostro cuore la parte più squallida.
Se riusciamo, con l’aiuto di Dio, a vincerla, allora emergerà una interiorità più rafforzata.
Come vincere, dunque? Ascoltiamo Gesù e seguiamo le sue orme, il suo esempio. Dice:
1. C’è una fame più profonda, nel nostro animo, che non può essere saziata solo col consumismo sfrenato. Solo la Parola di Dio realizza la quiete dell’anima, perché educa la nostra inquietudine;
2. Cerchiamo Dio per fede e amore, fiduciosi sempre della sua bontà, come fa un figlio e non solo per servirci di Lui quando ci fa comodo;
3. Adorate il bene, adorate Dio, il sommo bene, perché sentiremo di vivere da uomini veramente liberi; perché se adoreremo il male, vivendo solo in funzione dei soldi, del potere e della gloria, presto scopriremo di essere diventati schiavi dentro, non liberi per vivere davvero felici.
Dunque, buon cammino di vita. E se ti dovesse succedere di cadere, non dimenticare che Cristo ha già la mano tesa per aiutarti a rimetterti in piedi.
Dio ti benedica e io ti abbraccio ”

Don Luigi
Domenica, 5 marzo 2017
I Domenica di Quaresima – Anno A

5-marzo-2017-fiori-e-foglie

nella pioggia e nella fragilità, nella fame che nessun pane sazia, nell’ora dell’inquietudine… gocce di bellezza.

5-marzo-2017-colomba-e-pioggia

momenti di sosta, ricerca di quiete, abbandono fiducioso…

5-marzo-2017-colombi

e poi un arc en ciel dopo pioggia e sonno…

5-marzo-2017-doppio-arcobaleno-e-cielo-scuro

un doppio arcobaleno, come se il cielo tendesse entrambe le mani a risollevar chi vacilla e cade, ma non cede.

5-marzo-2017-arc-en-ciel

Bambini nel tempo

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” Non poteva parlarne con sua moglie perché anche lei lavorava nell’Amministrazione, come ufficiale medico, e non voleva coinvolgerla. “Mi medicherà lei, una volta a casa” (…)
Stephen chiamò per telefono un taxi e, mentre aspettavano che arrivasse, Morley parlò dei suoi figli. Aveva tre maschi.
L’amore che provava per loro non costituiva solo una gioia, ma anche un modo per non scordarsi la propria vulnerabilità. Nei momenti di massima crisi ai giochi olimpici, lui e la moglie erano rimasti svegli tutta la notte, ammutoliti dalla paura per i loro ragazzi, terrorizzati dalla propria impotenza a difenderli dal pericolo. Sdraiati vicini, non erano neppure  più in grado di dar voce ai pensieri, quasi cercavano di non ammettere con se stessi di non poter chiudere occhio. All’alba,  il più piccolo si era arrampicato come al solito nel loro letto e solo allora sua moglie era scoppiata a piangere con tale strazio che alla fine Morley si era visto costretto a riportare il bambino nella sua stanza e a rimanere a dormire con lui. Più tardi lei gli aveva confessato che a farla cedere era stata la fiducia assoluta del piccolo: quel bimbo pensava che bastasse raggomitolarsi sotto le coperte accanto alla mamma, ma siccome non era così, siccome poteva essere distrutto nel giro di pochi minuti, le era sembrato di averlo tradito. Ricordando la propria incivile noncuranza di quel periodo, Stephen scosse il capo senza dire nulla.

Dopo che Morley se ne fu andato, entrò nella stanza vuota della figlia e accese la luce ″

29-dicembre-2015-bambini-nel-tempo-e-te

Iniziato con ansia e lasciato più di una volta per fatica mentale e dolore negli ultimi mesi, da un pezzo avevo finalmente letto tutto intero il romanzo Bambini nel tempo di Ian McEwan, regalo gradito di un’amica carissima. Finalmente si fa per dire, perché avrei voluto continuasse…
Prima di passare a un romanzo decisamente diverso, dopo qualche settimana senza letture di puro piacere, mi devo congedare con qualche citazione almeno da questo libro amato e temuto.

“Restò così per ore, l’intera notte, assopendosi brevemente ogni tanto e senza muoversi o allontanare lo sguardo dalla grata, quando si svegliava. In quell’arco di tempo gli parve che qualcosa si stesse raccogliendo nel silenzio circostante, il sollevarsi lento di un’onda di consapevolezza, di una specie di marea strisciante che, senza esplodere o frangersi drammaticamente, lo portò, intorno alle prime ore del mattino, al primo autentico flusso di comprensione della vera natura della sua sofferenza. Tutto ciò che aveva preceduto quell’evento non era che finzione, una banale e frenetica imitazione del dolore. Albeggiava appena quando incominciò a piangere e fu questo momento nella semioscurità che avrebbe in seguito fatto coincidere con l’inizio del suo lutto”

In certi momenti era troppo il coinvolgimento emotivo (Stephen perde la sua bambina di tre anni al supermercato, la crede smarrita, la teme rapita, si rifiuta per anni di pensarla uccisa…e sprofonda in una depressione lontana parente del lutto, comunque innaturale e insostenibile), in altri era la mia bimba di tre anni viva e presente a rapire me e ogni mia capacità di ascolto, attenzione, energia. Ma quando riuscivo a uscire da me e dalla cura di Viola per entrare nel mondo di Stephen e Julie, fantasma di Kate compreso, Charles e Thelma… era come rielaborare in sogno tanta roba. Senza dormire.

Ma il lato importante della faccenda era emotivo, e con quello gli riusciva più difficile confrontarsi o parlarne. Desiderava la sicurezza dell’infanzia, la mancanza di potere, l’obbligo all’obbedienza e la libertà che ne consegue: libertà da denaro, decisioni, progetti, esigenze. Diceva sempre di voler fuggire dal tempo, dagli appuntamenti, dagli orari, dalle scadenze. L’infanzia era per lui assenza di tempo, ne parlava come di uno stato mistico. Anelava a tutto questo, non faceva che parlarmene e deprimersi e intanto continuava a far soldi, diventava famoso, si prendeva centinaia di impegni nel mondo adulto, scappava dai suoi pensieri. Il tuo libro, Lemonade, ha significato molto per lui [Thelma a Stephen dopo il suicidio di Charles]. Diceva che era come se una parte di lui si rivolgesse all’altra. Diceva che aveva capito, leggendolo, di aver delle responsabilità precise nei riguardi dei propri desideri, e di dover fare qualcosa in proposito, prima che il tempo rendesse tutto impossibile. Quel libro metteva in guardia contro la mortalità. Doveva fare qualcosa in fretta o rimpiangere di non averlo fatto, per sempre ”

Catartico.
Scritto bene come sempre scrive bene McEwan, con ironia e sensibilità. Forse troppe digressioni, ma colme di poesia.
C’è qualcosa che non mi convince, in questo suo famoso romanzo, altri mi sono piaciuti di più: Sabato in particolare, Espiazione, Il giardino di cemento… e vorrei sapere che fine ha fatto Lettera a Berlino, regalo di compleanno che mi tenevo in serbo… sparito come Kate?

 

Dalla  quarta di copertina:

Stephen Lewis, autore di fortunati libri per bambini, padre e marito felice, un giorno si reca al supermercato con sua figlia Kate, e mentre è intento a svuotare il carrello alla cassa si accorge di aver perso la bambina. Rapita? Uccisa? Fuggita? Ogni cosa intorno a lui da quel momento sembra precipitare. Il vuoto doloroso che lascia la sparizione di Kate dà il via a una serie di azioni e reazioni che porteranno Stephen a rivedere tutta la sua vita. Le sue tante certezze incrollabili si mostreranno deboli; abitudini e atteggiamenti mai messi in discussione riveleranno il loro lato più fastidioso. Senza mai perdere di vista il suo protagonista, McEwan racconta il viaggio di un uomo messo di fronte all’inaccettabile, facendoci percepire la precarietà e la fragilità in cui viviamo, e nello stesso tempo restituendoci la nostra umana e indistruttibile speranza.

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