l’olivo e la rosa

… strapperà su questo monte
il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre distesa su tutte le nazioni.
Eliminerà la morte per sempre.
Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto…
(Isaia)

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,
nessun tormento li toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero,
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza resta piena d’immortalità.
In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé;
li ha saggiati come oro nel crogiolo
e li ha graditi come l’offerta di un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno,
come scintille nella stoppia correranno qua e là…
(Sapienza)

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»
(Vangelo secondo Matteo)

Perché ti rattristi, anima mia,
perché ti agiti in me?
Spera in Dio
(Salmo 41)

 

 

«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
(Apocalisse)

 

Non aspetto il giorno della commemorazione dei defunti, ogni giorno penso al babbo, prego per mio padre e per tutti i nostri cari andati avanti…. lunedì mattina sono andata a portare una rosa bianca sulla sepoltura ancora senza tomba del babbo. Terra e piante. L’olivo cresce e i suoi rami abbracciano la croce di legno e accarezzano la foto provvisoria.
Non sono pratica di visite ai sepolcri, ma per babbo Lodovico capisco il senso di onorare anche il luogo fisico, la porzione di spazio che in un frammento di tempo ospita i resti di chi ho tanto amato in vita, tutto intero: intelligenza e limiti, fede viva e piccole grandi paure, generosità e attacchi di panico, carità e vizio del fumo, cultura immensa e carne, debolezza, acciacchi della malattia e dell’età… non mi bastano i suoi scritti e il ricordo del suo amore, mi manca la sua voce, l’odore del sigaro, la tenerezza infinita come babbo e come nonno. Manchi tanto, babbo, manchi a me, a mamma, a Viola… e a tante persone, a chi non lo dice, ma si sente, a chi lo dice spesso, a chi me lo scrive…
A me ora tornano in mente i momenti più belli, ti rivedo (anche grazie alle fotografie ingiallite che mamma ha ripescato dai cassetti) quando eri giovane e quasi snello!

 

E me piccina, poi ragazza… rimescolìo di memorie emozioni lacrime e sorrisi e a volte persino vere e proprie risate!

Perché sì, hai sofferto di depressione nera, soprattutto negli ultimi anni, ma non eri una persona triste, anzi.

Grazie, babbo, aspettami

briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Don Pino. Il coraggio di amare

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi
(Don Pino Puglisi)

Il 15 settembre 1993 don Pino Puglisi, parroco del quartiere palermitano di Brancaccio, venne ucciso da killer mafiosi.
Oggi, 15 settembre, una delle più belle pagine del Vangelo, la parabola del Padre che ama e aspetta il figlio perduto e gli corre incontro… 

«Nessun uomo è lontano dal Signore.
Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore.
Non forza il cuore di nessuno di noi.
Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere.
Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà.»
(Don Pino Puglisi)

 


Padre Puglisi non era un prete ‘anti’ era PER. Dava noia alla mafia non perché facesse l’attivista antimafia, ma perché dava al suo popolo un’alternativa, una visione bella della vita insieme. E un sostegno concreto, in positivo, non contro qualcuno. 

«Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un’illusione che non possiamo permetterci.
E’ soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…»

Trasmetteva il coraggio della speranza. 

“Quelli che riflettono troppo prima di fare un passo, trascorreranno tutta la vita su di un piede solo”

Don Giuseppe Puglisi, come ricordava Gian Carlo Caselli nel 2013  “… muore (ce lo racconta il mafioso che lo uccise) sorridendo e pronunziando le parole “me lo aspettavo”. Cosa voleva dire, con quel sorriso e con quelle parole? Per il sorriso la risposta è facile, tant’è che don Pino è stato – ieri, a Palermo – beatificato come martire. La sua fede era profonda e sincera. Sapeva che la conclusione della vita terrena è solo un passaggio all’aldilà. Un passaggio per crescere: perciò sorrideva. Ma le parole “me lo aspettavo”? Forse don Pino si è ricordato delle tante volte che – in vita – si era guardato intorno e si era trovato solo. Non perché fosse qualche passo avanti rispetto alla posizione che gli spettava. Ma perché restavano indietro, spesso molto indietro, coloro che avrebbero dovuto essere accanto a lui. E la solitudine, si sa, sovraespone”

Balliamo balliamo o siamo perduti

 

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Un paio d’anni fa, dopo aver visto un breve filmato sul ballerino siriano a Parigi,

ho letto la storia di Ahmad Joudeh, un ragazzo cresciuto in un campo profughi di Damasco.

Un ragazzo sì, anche un sogno fatto carne, però, una scintilla di luce in un punto del tempo e dello spazio dove da un po’ è difficile trovare la bellezza. A riprova della verità che dentro di noi sappiamo: in ogni luogo può brillare la scintilla di bellezza nata da un sogno e in ogni tempo quella scintilla può divampare in un fuoco di passione.

Ahmad è figlio di madre siriana e padre palestinese, da quando è bambino ha sempre avuto il sogno di fare il ballerino. Quando il padre se ne accorge si infuria, gli vieta severamente di accostarsi in qualsiasi maniera alla danza, ma Ahmad continua a ballare e non solo, insegna danza, offre lezioni di danza gratis ai bambini orfani e disabili (e in zone di guerra i bambini orfani o con disabilità causate da ferocia, armi, mine e non da malattie sono tanti).

Ahmad insegna a ballare, balla, ama la danza. Non la smette, no! Suo padre se ne accorge e lo picchia, lo prende anche a bastonate sulle gambe, ma non esiste bastonata che possa uccidere una passione.

Ahmad sfida suo padre e sfida anche l’Isis e la minaccia di morte. Ahamd  si fa tatuare sul collo la scritta «Danza o muori» e lo fa nel punto preciso dove i boia dell’Isis calano la spada per eseguire le condanne capitali.

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Per mesi e mesi   Ahmad balla sui tetti di Damasco flagellata dalle bombe e posta in rete i video delle sue coreografie.

Un regista olandese, Rusbel Kanonif, lo vede e capisce al volo di avere tra le mani una storia eccezionale, così si precipita in Siria per realizzare un documentario su di lui. Girano anche a Palmira, dove viveva la famiglia di Ahmad… casa distrutta. I sogni no.

Grazie a Kanonif, il Dutch National Ballet di Amsterdam nota il talento di Ahmad e lo aiuta ad espatriare in Olanda, dove Ahmad inizia a danzare professionalmente nel corpo di ballo… e arrivò Parigi e poi un incontro con Roberto Bolle e 

il libro DANZA O MUORI

Maddalena, Giuda e la Misericordia infinita.

Dio ci chiama per nome.

 

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».  Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». ”
(dal Vangelo secondo Giovanni)

 

Il commento di Paolo Curtaz:

Quanto è amata la piccola Maria di Magdala? Simbolo della misericordia e del perdono ricevuto, la santa unisce in sé tre figure storiche: la peccatrice perdonata, la sorella di Lazzaro e una discepola proveniente da Magdala.

A Vézelay, in Borgogna, una straordinaria Cattedrale romanica custodisce, secondo la tradizione, le spoglie mortali di santa Maria Maddalena. Quel luogo è così diventato il tempio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della compassione. Attraverso un percorso iniziatico, il pellegrino sperimentava la misura della bontà di Dio. Appena prima di uscire da una delle tre porte della facciata, un capitello posto in alto, inaccessibile alla vista, rivela il paradosso dei paradossi. Lo scultore raffigura l’impiccagione di Giuda, il maledetto per antonomasia. La rappresentazione è quella consueta medievale: l’anima di Giuda esce dal suo corpo esanime mentre un demone la rapisce. Ma sull’altro lato un pastore, il buon pastore, porta sulle spalle il povero Giuda. Il volto del pastore è diviso a metà, mischiando gioia a sofferenza. È Cristo che porta sulle sue spalle l’anima di Giuda. Solo in quel luogo si poteva osare tanto. Maria di Magdala continua a ricordarci la misura senza misura dell’amore infinito di Dio. Lei che ha sperimentato il perdono senza condizioni, ancora ci invita a diventare discepoli della compassione.

Ieri sera ho cercato qualche immagine di Vézelay.

Ecco il capitello:

E mi è tornato in mente un frammento di omelia di don Primo Mazzolari che mi ha fatto ascoltare don Fulvio (una registrazione della predica del Giovedì Santo del 1958). Cercato il testo, ne riporto qualcosa con gratitudine: 

 «Povero Giuda – aveva esordito il parroco – Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».

«Amico! Questa parola – continuava Mazzolari – che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli sono diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro».

Dopo aver ricordato la fine disperata dell’apostolo traditore, Mazzolari concludeva: «Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là…».

« E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico».

Eterno riposo

Cimitero di San Martino a Brozzi

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Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescant in pace.

 

Con Viola a far visita alla sepoltura del babbo.
Non le abbiamo nascosto la sua morte il giorno stesso in cui ha smesso di respirare, non le abbiamo raccontato favole su viaggi lontani con possibili ritorni, in un certo senso un viaggio c’è… l’ultimo, il più importante. E un ritorno, il ritorno alla vera casa dopo l’esilio.
E senza catechismo ancora, la sua nipotina mi sa che l’ha capito meglio di me:  

“ ti voglio bene, nonno, saluta Gesù e ricorda che la mia mamma, che è la tua bambina, ti vuole tanto bene e sente la tua mancanza e non deve piangere troppo perché tu ci aspetti in cielo, vero?” 

mi ha ricordato la poesia-preghiera ricavata da S. Agostino:

Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.

Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.

Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli
al confronto.

Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.

Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.

Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!

Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.

Non piangere più, se veramente mi ami

…non è facile.
Forse è presto.

Non smetto di piangere, perché mi manchi, babbo, ma non piango di continuo, lascio spazio quanto posso alla gioia e all’amore per la vita e la bellezza

e per il gioco… quando da sola non ci arrivo, mi nutro della gioia pura di tua nipote.

Ti amiamo

 

Tre mesi senza te

Mi manchi tanto, babbo, ma è ora di lasciarti andare…  mi hanno chiesto di scrivere, per una pubblicazione che uscirà a novembre, un ricordo per i tuoi colleghi, allievi, conoscenti, estimatori. Non sapevo da che parte cominciare, non me la sentivo, poi, incoraggiata da un altro mio padre (non babbo di sangue, padre spirituale, il mio carissimo don Fulvio), non riuscivo a smettere… tutto è partito da un biglietto di auguri ritrovato tra le pagine del tuo Maritain:

22 aprile 1993

“ 22 aprile 1993
παρὰ τοῦ διδόντος θεοῦ πᾶσιν ἁπλῶς καὶ μὴ ὀνειδίζοντος … (Gc 1,5)
Col cuore gonfio di gioia, gratitudine, tenerezza per questi ventidue anni meravigliosi e tanti auguri per i prossimi, per quelli che vedrò e per quelli in cui vedrai anche per me. Sempre, misteriosamente, insieme, nella barca del Sole, cara, carissima Caterina,
il tuo babbo Lodovico ”

Sono passati diversi anni da quel biglietto di auguri per il mio compleanno (ventidue anni… come ero giovane! E troppo seria, un po’ rigida e lontana da Chi dona a tutti “generosamente e senza mai rinfacciare…”, ma tu, babbo, più che citare la lettera di Giacomo nel nostro amato greco, non hai fatto pressioni perché tornassi alla religione, non mi hai imposto quel che poi ho cercato di nuovo, consapevole che forse la religione si può anche imporre, la fede mai), sono passati diversi anni, ma l’emozione non passa da quando l’ho ritrovato nella copia del tuo libro su Jacques Maritain che mi avevi regalato, con la bella copertina viola tenue e celeste della collana Maestri, per l’Enciclopedia della pace. Pace, maestri… parole di un tempo lontano, quello in cui insegnavi, scrivevi, lavoravi per il realismo di un’utopia che non ti sei mai rassegnato a non vedersi fare promessa mantenuta e intanto mi vedevi crescere e arrabbiarmi, fuggire e discutere, studiare e ammalarmi, contestare e amare. Sempre nel dubbio. Con una sicurezza di fondo che quest’estate, con la tua morte, apparentemente è franata, come negli ultimi anni, con la tua malattia, si era incrinata: tu mi guardavi, mi ascoltavi, mi aspettavi.
Il tempo in cui dovrò vedere anche per te, babbo, quest’anno è arrivato. E tocca a me guardare quel che hai lasciato, ascoltare le tue lezioni fatte di gesti, azioni, stile di vita oltre che di parole, restituire in parte quella sovrabbondanza di sapere e sapore di vita che hai riversato su chi ti conosceva da vicino. E riavvicinarmi con fiducia a Chi tutti guarda, ascolta, aspetta.
Ventidue anni avevi quando hai scritto il primo articolo per Testimonianze, per la rubrica “Dialogo”, un pezzo su Cristianesimo e civiltà; era nel primo numero della rivista che hai dato alla luce con Padre Ernesto Balducci. E ora tanti, ovviamente, ti ricordano come fondatore e direttore di quella rivista impegnata per la pace, il dialogo interreligioso e i diritti umani, come ideatore (sempre con Balducci) e curatore delle Edizioni Cultura della Pace, altri come insegnante, pensatore, autore di studi e libri, operatore di pace, teologo e (ex) sacerdote, anche come amico, guida, maestro, ma a me manchi tu, il mio babbo, maestro anche per me, certo, più con l’esempio quotidiano, però, che con le parole di cui eri comunque generoso con tutti, sempre e ovunque. Mi parlavi delle beatitudini, sì, mi invitavi a leggere con te il Vangelo, ma, come dicevo prima, non mi hai imposto niente, quando mi sono allontanata dalla Chiesa non hai provato a farmi cambiare idea, nessun discorso, mi hai educata in silenzio a quel che per me non è mai stato indifferente, per esempio non c’era volta che si uscisse insieme senza che tu controllassi di aver monete per i mendicanti. Non mi hai mai detto che dovevo far l’elemosina, anzi concordavi con i miei discorsi serissimi, soprattutto quando ero una ragazzina, sull’ingiustizia da combattere (“non si risolve il problema della miseria con la carità a uno o due mendicanti per strada, con l’offerta in chiesa, con un po’ di beneficenza quando si può… babbo, bisogna cambiare il sistema, lottare contro lo sfruttamento!”), mi davi ragione e poi davi mille lire a Michele che se le spendeva al bar, duemila alla zingara che li portava a chi la mandava a caritar per strada, più tardi manciate di monete da uno o due euro a chiunque tendesse la mano “Sì, Cate, la soluzione sarebbe far smettere di bere quell’alcolizzato, ma intanto per oggi non picchierà la moglie per farsi dare i soldi che lei mette al sicuro… bisognerebbe che M. fosse aiutata a trovare un lavoro, ma intanto forse stasera non prenderà botte per esser tornata senza un soldo alla base…”. Non mi hai detto a parole che era giusto dare attenzione e affetto a tutti, soprattutto a chi meno se l’aspettava, me lo hai insegnato con la tua disponibilità, di tempo e ascolto per chiunque arrivasse a casa, di giorno o a volte anche di notte: lo studente scappato di casa, la ragazza che si era scoperta incinta e pensava all’aborto, ma non voleva, però era sola e smarrita, la coppia ostacolata dalle famiglie di origine, la signora malata di AIDS in tempi in cui se ne parlava poco perché si cominciava appena a studiare quella sindrome (e a noi bambini raccomandavi di lavarci bene le mani prima di avvicinarci a lei e di evitare se avevamo il raffreddore, per proteggere lei, col sistema immunitario compromesso, non per parare un contagio assai improbabile senza contatti intimi o scambio di sangue, quello almeno si sapeva), il malato psicotico uscito dalla residenza assistita e abbandonato con la camicia di forza chimica dei farmaci più che liberato, per A. c’era sempre una tazza di tè o una scodella di minestra (e in questo ti aiutava mamma, la tua sposa incompatibile con la precedente scelta di vita, il sacerdozio cattolico vuole il celibato) e la lettura delle sue sconclusionate poesie, tra un delirio e un ricovero chiesto da suo fratello… in quei tuoi gesti, nel tuo comportamento non c’era commiserazione nel senso deteriore, semmai compassione nel senso alto di sentire insieme la sofferenza di cui è intessuta la gioia più vera, lo spezzare se stessi per gli altri come il pane dell’eucaristia, l’umiltà che libera per la gloria dei figli di Re. E mi facevi vivere, privilegio capito poi, il discorso della Montagna:
“Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati i perseguitati, beati i costruttori di pace…”. Non un messaggio consolatore, ma un saluto di fierezza (Salve, voi felici fin d’ora!) ai cittadini di un regno di libertà, il popolo dei figli di Dio. Solo chi è re può vivere senza affanni e preoccupazioni materiali per il domani, sfrecciare come uccelli nell’aria, vestire come i gigli del campo, darsi agli altri, ai più ‘piccoli’, agli esclusi nei quali Cristo è presente “avevo fame, avevo sete, ero carcerato, ero straniero…” e magari anche “ero disoccupato, ero senza tetto, ero tossicodipendente”.
Ci sono stati giorni (più di una domenica, anzi il lunedì quando i compagni di scuola raccontavano di gite con la famiglia nel weekend) in cui ho desiderato un babbo ‘normale’, non sempre preso da scritti e convegni da preparare, ma erano rari momenti di egoismo infantile, in realtà sono sempre stata parecchio fiera di esser tua figlia, nella stagione entusiasmante dei convegni, appunto, con quel titolo felice Se vuoi la pace prepara la pace a rovesciare il motto romano si vis pacem para bellum, negli anni dell’impegno politico quando da consigliere comunale, eletto come indipendente nella lista del PCI, hai fatto dichiarare Firenze “città operatrice di pace” e spinto per far concedere la cittadinanza onoraria di Firenze a Desmond Tutu e Nelson Mandela (era il 1985 e Sindaco era Bogianckino), come negli anni della crisi, personale e politica, quando il pacifismo militante iniziava a scricchiolare, l’impegno per i diritti umani sembrava velleità da anime belle (oggi lo chiamano “buonismo”) e tu forse ti eri pentito di aver lasciato l’insegnamento nei licei per la casa editrice, soprattutto dopo la morte di Balducci.

Negli ultimi anni volevi scrivere un libro su don Milani, ma forse eri troppo direttamente coinvolto, prima di lasciare l’abito (ma non l’animo) di sacerdote ne fosti il confessore. Don Lorenzo non prese benissimo la tua scelta di vita, tu ne hai sofferto per il resto dei tuoi giorni, non per via della iniziale contrarietà del tuo grande amico, ma per qualcosa che un po’ sta cambiando, forse, coi ritmi che conosciamo, se per esempio Paolo Curtaz parla della sua scelta, analoga alla tua di allora, come “congedo senza limiti di tempo per motivi di famiglia”… e volevi scrivere un libro su Dietrich Bonhoeffer, era il tuo ultimo desiderio, ma non ne avevi le forze. Difficile immaginare te spaventato, angosciato, depresso, ammutolito, per chi ti conosceva energico, eloquente, vulcanico, ma la malattia si è mangiata tanto dell’ultima parte della tua vita, senza toglierti sensibilità e tenerezza, capacità di capire gli altri e dare aiuto, ascolto, amore anche quando eri a pezzi. Almeno un numero monografico di Testimonianze su Bonhoeffer, in collaborazione con Andrea Bigalli, sei riuscito a farlo uscire. Bello e importante, declinazione particolare della speciale e universale ricerca di un equilibrio tra resistenza e resa del martire ( impiccato all’alba del 9 aprile 1945 nel lager di Flossenbürg) della Theologia Crucis.

Ciao, Lodo, è ora di salutarti davvero e lasciarti andare, farti ricordare da chi potrà continuare la tua opera, mentre a me resta il dolcissimo compito di far danzare ancora il tuo sangue nel mio, crescere la tua nipotina e farti vivere nella vita che mi resta.

Tua Caterina

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