Potere forte

Roberta Covelli, laureata in Giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci, propone, nel suo saggio sull’attualità della nonviolenza, anche attraverso storie, episodi, personaggi del passato recente (oltre a Danilo Dolci, Gandhi, Nelson Mandela, Martin Luther King, Pietro Pinna, Aldo Capitini, Don Lorenzo Milani, Gigi Ontanetti), una vera guarigione dell’immaginario e delle parole come parte della ri-evoluzione ancora necessaria e speriamo possibile. La forza non è violenza, per esempio, eppure nel comune immaginario è difficile non connotare negativamente le parole (e le idee) che si riferiscono alla forza e al potere. Si parla di “forze armate” e s’intende l’organizzazione di mezzi di distruzione, armi e uomini in armi, non si ragiona di forze come capacità oppure si parla dei soprusi dei forti sui più deboli, senza considerare che la forza della nonviolenza è molto più forte della violenza. La forza è, prima di tutto, capacità, tratto della vita, non della violazione della vita. La forza non tesa alla distruzione difende anche la vita dell’avversario e l’educazione nonviolenta insegna a vedere nei nemici esseri umani dove la guerra, invece, si prepara insegnando a vedere nemici negli altri esseri umani. Potere forte è la capacità di pensare, affrontare, gestire i conflitti con modalità e mezzi nonviolenti, mentre la violenza è debolezza, fallimento, rassegnazione alla sconfitta della vita. In ogni conflitto violento è la vita che perde, nessuno vince davvero.

Le forze della vita, le armi dell’essere vivente più debole al mondo se isolato – l’uomo – sono nonviolente: la comunione, la parola, il dialogo, l’intelligenza, la comunicazione e la creatività, la condivisione di bisogni e idee per la soluzione dei problemi… vere forze, vero potere.

Mi sono emozionata alla citazione di Gigi Ontanetti, per la sua idea di lanciare mongolfiere di carta con messaggi di solidarietà dai civili bosniaci ai civili serbi, opera di fraternizzazione durante la guerra dei Balcani, per l’opera di vera intercessione (cammino in mezzo al conflitto per costruire la pace, la PACE SUBITO “Mir sada”) tra ponti simbolici e ponti reali. Prima che per l’Operazione Colomba raccontata da Roberta Covelli, Pierluigi Ontanetti mi era stato ‘presentato’ da don Fulvio Capitani che ne ha proposta una canzone nel suo canale YouTube: Un sorriso vi salverà

Don Lorenzo Milani viene citato più volte e ogni volta un tuffo al cuore. Me l’aspettavo, però. Non mi aspettavo invece il groppo di lacrime tra ciglia e cuore poco dopo l’inizio del capitolo sulla profonda relazione tra educazione e nonviolenza “Lo sviluppo creativo”.

A pagina 126 viene citato Balducci dalla presentazione al testo scritto da lui e dal mio babbo “La pace. Realismo di un’utopia”

Nel capitolo dedicato alla fine dell’Apartheid in Sudafrica “Reagire alla violenza, raccontare la verità, riparare i danni”, più che l’efficacia del boicottaggio internazionale, della ricerca di consenso con costanza, persuasione, resistenza nonviolenta, mi ha colpita la riflessione sulla giustizia riparativa e non retributiva, a proposito della ‘Commissione per la verità e la riconciliazione’, dove “la dignità sembrò aver la meglio sulla rabbia, la volontà di capire sul desiderio di vendetta” e soprattutto dove non ci si concentra sulla punizione del reo, ma sulla riparazione del danno e sulla rigenerazione dei rapporti, senza pretendere l’assurdo, non si può istituzionalizzare il perdono, il perdono resta una scelta intima della vittima, un dono capace di scardinare il circuito della violenza, ma come dono, gratuito, non può essere preteso. “La vittima non ha il dovere di perdonare, ha piuttosto il diritto di vedere riconosciuta la verità, di ottenere tutela, riparazione, ristoro, comprensione” mentre è l’autorità che ha il dovere di ricostruire i fatti e i rapporti.

Tra lo ‘sciopero alla rovescia’ di Danilo Dolci in Sicilia e le riflessioni sulla maieutica reciproca e l’ideale capitiniano dell’omnicrazia che scongiuri i rischi di oclocrazia dispotica con un’educazione continua, il saggio di Roberta Covelli aiuta a riconoscere la vitalità di una teoria che è anche e soprattutto pratica, di un metodo spirituale che si avvale di educazione emotiva e manuale. In sintesi, l’attualità della nonviolenza, che si propone “aperta e creativa verso una realtà liberata, in cui la partecipazione è fine e mezzo, la comunicazione è veicolo e contenuto, e la politica raggiunge gli obiettivi già nel condividerne l’elaborazione (…). Dall’autoritarismo all’omnicrazia, dal dominio al potere, così che il potere non rimanga più solo un sostantivo, ma un verbo che costruisce nel percorso il potenziale immaginato: il potere è di tutti, perché tutti possano

Sete e colori… il pozzo è profondo

... Signore il pozzo è profondo
più fondo del fondo

degli occhi della notte del pianto.
Lui disse – Mi basta,

mi basta che sia
più profondo di me

Appena un accenno di linee scure su fondo rossastro.

Prove tecniche di ‘grisaglia’ e un po’ di esercizi per vedere se riprendo la mano con i pennelli.

Ancora esercizi con i colori, anche se, per ora, sono tempere da poco, solo per imparare di nuovo senza lezioni, solo provando e riprovando

In quel tempo il Signore Gesù giunse a una città della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunse una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provviste. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stesa avresti chiesto a lui da bere ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete: ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, – gli dice la donna – dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».

In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.

(dal Vangelo secondo Giovanni, Gv4, 4-30)

Solo un p.s. a LETTERE

Come in Comete Alessandro Dehò aveva ritrovato tra le sue e nostre macerie frammenti di stelle, in LETTERE, parole come pioggia battente, ogni destinatario mette a nudo il mittente. A riprova del fatto che non ci si conosce da sé, ma sempre un rapporto ci rivela a noi stessi prima che agli altri. GRAZIE

A Viola piacciono tanto le api. Sto per andare a riprenderla a scuola. La scuola è in presenza, la DAD non è scuola, la didattica a distanza dei mesi che hanno partorito Comete non era scuola, non per i bambini delle elementari almeno. Sì, lo so che ora si dice ‘primaria’, ma la mia bimba frequenta proprio la scuola – nel senso dell’edificio, non solo come denominazione – che aveva ospitato me alle elementari e, alla mia non più tenera età, mi ritrovo ancora a fare i conti con qualche fantasma di quel periodo… egoisticamente per me sarebbe stato meglio continuare tramite Zoom e Meet, con i compiti assegnati sul registro on line… ma per Viola ci vuole la scuola vera, la classe, i compagni di classe, lo scazzo coi coetanei e il confronto con i bambini più grandi, i dispetti e le prime vere amicizie, le prove tecniche di innamoramento e le bugie… la scuola.

Tra le LETTERE una delle più belle è quella di Zaccaria alla sua sposa Elisabetta, appassionata e illuminante. Me ne salvo due frasi appena: ‘Credo nell’Eterno perché essere “giusti davanti a Dio” e “irreprensibili” non significa non sbagliare mai, ma non maledire la vita, non accartocciarsi, non vivere da risentiti’ e ‘ci credo perché Giovanni è un “precursore”, cioè uno che è nato per incarnare l’Attesa. Abbiamo partorito Attesa, amore mio, ti sei accorta? (…) avendo atteso da tutta una vita noi siamo sempre stati fertili! Sterile è solo chi non attende. Abbiamo partorito Attesa perché qui non possiamo imparare nient’altro che questo, a vivere di fame e di sete’.

Poi ci sono pagine che lasciano senza fiato, la lettera di Maria a Giuseppe, la lettera di Giuseppe al Bambino, la lettera ai pastori di un pastore morente… oltre alle lettere in memoria dei morti di Covid. E l’abbraccio al babbo. Sempre

GRAZIE

e consiglio a chi vuole respirare bellezza e luce, il bellissimo blog di Alessandro Dehò

LETTERE di Alessandro Dehò

Arrivate alla fine di dicembre, prima del congedo dal 2020 che tanto ci ha scavati un po’ tutti e rimescolati, le travolgenti LETTERE di Dehò mi avevano subito coinvolta. Troppo. Mi sono fermata qualche giorno a spazzare via un po’ di polvere, senza pretesa di rimuovere macerie su cui altri (o l’Altro) potrà forse ricostruir(mi).

Conosco la tentazione di ritirarsi in silenzio, rifiutare inviti a scrivere e “rovistare tra ferite che ancora bruciano”, ma riconosco ancor più “l’urgenza della scrittura, questo demone salvifico, questo bisogno irrinunciabile…”. Resa magnifica. “…scrivere, in fondo, è arrendersi”.

In accompagnamento alle parole scritte, le parole cantate intrecciate con le note: ogni testo è seguito da una canzone, musiche come un respiro e spazi che “non sono un contorno”, anche canzoni note in altre versioni, come Todo cambia di Mercedes Sosa o Sidun di Fabrizio De André e La Sposa indimenticabile nell’interpretazione di Giuni Russo, ma tutte, qui, proposte nella versione cantata da Ginevra Di Marco, mia concittadina sensibile e raffinata che mi è toccato imparare a conoscere meglio e amare grazie a un tizio dalla discutibile fede calcistica (l’unico link che non ho seguito è quello alla traiettoria di un certo pallone…il mio cuore viola mi frena! Nemici nel calcio, anche se sento Alessandro Dehò profondamente fratello). Qui ripropongo la prima canzone reinterpretata da Ginevra: Tutto cambia.

Le parole alla nipotina che Alessandro scrive, da zio, dopo la morte del padre Franco: “io non voglio che tu dimentichi il nonno… troppo importante, è importante per te. E forse anche per me, che figli non ne ho… ho tanta paura dello spreco dell’amore” riaprono ferite e riaccendono speranza e voglia di far vivere ancora un altro nonno, il mio babbo, che a mia figlia e sua nipote manca come manca a me, anche se lei lo ha conosciuto per pochi anni e non quando era un vulcano di energie, amore, idee, slanci, generosità e impegno. Dovrò parlare a Viola del suo grande fragile indimenticabile nonno.
E la farfalla… per me, la farfalla è un segno preciso. Quando vedo volarmi vicino un paio di ali bianche so che babbo mi è accanto.

Chi conosce una storia un po’ taciuta capirà perché questa pagina:

mi ha fatta piangere. Anche se mio padre l’amore vicino l’ha vissuto e moltiplicato.

Per stasera mi fermo qui, forse. Forse riprendo più tardi e intanto pubblico… tanto non sto scrivendo un articolo di giornale, questo è solo il mio piccolo blog personale, terapia selvaggia alla sete di senso che nulla di finito mai colmerà

La guerriera che sorride

Prima o poi qualcuno dovrà spezzare la catena della violenza e della mancanza di amore

Appassiona come un romanzo, ma è una storia vera che insegna molto, non solo sulla realtà storica dei rapporti tra aborigeni e immigrati europei in Australia, la vita di Rina Louise Dal Cengio insegna molto sul cuore, sulla forza dei legami tra persone e sulla bellezza del perdono. Al termine del racconto, la guerriera che sorride nonostante tutto il male che le hanno fatto e di cui è stata testimone diretta, dichiara quel che desidera trasmettere: “Cerco di tramandare tutto l’affetto che non ho mai conosciuto nella mia infanzia. Prima o poi qualcuno dovrà spezzare la catena della violenza e della mancanza di amore”

La storia di Rina Louise Dal Cengio, il racconto di una vita difficile eppure bella davvero, grazie alla generosità immensa di questa donna e alla delicatezza con cui Stefano Girola le ha dato voce. Un viaggio nel passato non remoto, un sogno dall’altra parte del mondo.

Si legge in tre ore, ci ho messo quasi due settimane. L’avevo iniziato un pomeriggio di pace, con tisana calda e bimba tranquilla a fare i compiti…

Contenta di essermi regalata di nuovo il lusso di leggere un libro per volta.

Poi è ripartita una baraonda in testa e nel cuore e nella vita intorno… e riprese le letture sparse, ma non solo. Oggi, posati i pennelli e i colori dell’altra passione ritrovata, ricominciato e finito il bellissimo libro di Stefano Girola. Non mi ero fermata in un punto a caso, comunque, ma alla parte della vita in ‘famiglia’… non ero pronta a leggere di abusi…

Stasera è stato bello, dopo le lacrime anche di rabbia, raccogliere il sorriso del perdono, autentica vittoria di una fragile e fortissima bambina diventata donna, mamma, persona fiera delle sue origini e della sua novità…

grazie!

Un caso letterario

In questi giorni sono stata in Turchia e in India, ma soprattutto nelle strade di Ancona e in particolare a San Ciriaco, a vedere l’alba e il tramonto nello stesso giorno sullo stesso mare, “con le nuvole basse che confluivano fino al confine tra l’aria e l’Adriatico”, un incanto dipinto con colori che amo, mentre sull’Ararat sentivo la potenza di un silenzio temibile e amico insieme, un soffio di infinito, con l’eco di profumi e note capaci di far camminare il cuore e i pensieri.

Come si viaggia tanto in tempi di lockdown? E senza fare uso dell’erba della verità (“Peccato che quest’erba che unisce, da noi è sempre stata proibita, invece si approvano alcool e slot machine…”). Stamattina avevo quasi finito il noir scritto da Marina Malgioglio e Riccardo G. Palmieri… centellinavo le ultime pagine, perché mi dispiace sempre congedarmi da un libro che mi piace. Era tanto che non mi appassionavo a leggere per viaggiare con la mente, riconoscermi, evadere e tornare a me, non per dovere, insomma.
Non posso togliere a chi deve ancora leggerlo il gusto del giallo, anche se psicologico più che investigativo in senso classico, quindi nessun appunto su trama e personaggi. Stavo per scrivere “persone”, perché mi sembra di averci parlato e bevuto il tè insieme. E questo dice tutto sulla bravura degli autori. Notevoli le scene di sesso, mai banale o volgare, non è facile trovarne scritte senza banalità ridicole o volgarità che disturbano. Quel che mi disturbava, quel che non riuscivo a comprendere, non tanto con la testa, quanto per un istintivo senso di difesa (istinto di sopravvivenza psichica?), mi ha trattenuta dal cercar di pensare alla soluzione del giallo e ne era la chiave. Bel viaggio. Grazie!

Letture in corso

In ebraico occhio si dice ‘ajin,
termine che significa anche sorgente.
Se apri gli occhi si aprono sorgenti,
negli altri e in te.
Uno sguardo giudicante
paralizza e separa,
mentre uno sguardo non giudicante,
ma includente,
disseppellisce sorgenti negli altri,
spighe, luce, talenti, futuro.

(Ermes Ronchi)

Arginare il caos è una scelta. Se inizio dieci libri insieme, in un periodo di pensieri non lievi e di smarrimento per tutti, rischio di non gustarne a fondo uno che sia uno. E allora, visto che oggi sono arrivati i libri nuovi, ordinati per amicizia, fiducia e stima nei confronti di chi li ha scritti, oggi mi sono congedata da uno dei tanti avviati e mai finiti: “Lo sguardo dell’altro. Per un’etica della cura e della compassione” di Simone Olianti e Alfredo Jacopozzi che dichiaravano nell’introduzione:

Non si può vivere pienamente senza relazioni umane nutrienti.
Scriviamo questo libro per riaffermare e condividere il valore delle relazioni umane, della cura dell’altro, dei comportamenti gratuiti di generosità e di dono, della bellezza e dell’importanza di sviluppare la compassione per l’altro

Nella prefazione, il cardinale Gualtiero Bassetti scriveva:

“Angosce, preoccupazioni, rabbia, dolore, frustrazioni, paure, disorientamento stanno segnando il quotidiano di molti. Come pure il peso di gestire molte domande senza risposta. C’è, inoltre, la tenuta economica del nostro paese da tenere presente. Più l’emergenza durerà, più è probabile che dovremmo confrontarci con una crisi davvero drammatica. Quale prospettiva abbiamo di fronte a tutto ciò? (…) Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c’è il nostro tesoro”

Mi unisco alla preghiera per chi scriveva ancora “quanta più passione si nutre nel prendersi cura dell’uomo, tanto più è possibile trovarsi sulla strada di Dio” e per tutti i malati e per chi se ne prende cura.

Prima di chiudere il libro che mi ha accompagnata in mezzo al caos, salvo qualche frase e condivido pochi passaggi qui. Dalla prima parte, testi di Simone Olianti, almeno il brano per me più liberante:

“L’uomo non obbedisce a logiche deterministiche e rigidamente predeterminate.
L’uomo è di più. È più dei suoi condizionamenti, è più delle sue ferite, è più di quello che i suoi geni e le sue esperienze pregresse lo porterebbero ad essere. L’uomo non è una formula matematica. L’uomo è soprattutto quello che sceglie di essere. Ed essere egoisti sempre e comunque non è una condanna a priori della natura”

Mentre dalla parte dedicata al paradigma del dono, a cura di Alfredo Jacopozzi, mi salvo l’inno all’improduttività (mia profonda convinzione che solo l’inutile sia indispensabile per vivere e non meramente sopravvivere):

E l’etimologia di comunità, cum-munus con quel che segue per le dinamiche della gratuità e reciprocità.

Grazie!

Comete come te

Luce e colori. Parole e cuore. Spazio aperto. Cielo.

Non un libro, non una rivista.. un po’ libro, un po’ rivista, una sola uscita, per ora, su richiesta, già esaurita. Un po’, molto anzi, un abbraccio con l’anima, in questo tempo sospeso di abbracci con le braccia ancora parecchio limitati quando non vietati. Comete di Alessandro Dehò ha inciso un solco di luce nella mia incapacità di portare in fondo una qualsiasi lettura da… da quando anche il tempo intorno si è sbriciolato, se mai era stato integro. La mia copia cartacea di Comete è arrivata a casa mentre stava per cominciare la bella esperienza della Summerlife per Viola tra i bimbi e per me in altro senso… solo oggi ho girato l’ultima pagina. Quasi un mese per poco più di trenta pagine? Ogni pagina avrebbe richiesto settimane di riflessioni e pagine di diario personale, per quel che riaccendeva! E poi, anzi, prima, l’invito all’ascolto. Ascoltare ancora il Requiem di Mozart dopo non molto tempo (babbo amava moltissimo Mozart… ama, lo ama, si saranno incontrati nella sinfonia infinita? A divertirsi insieme con gli angeli, chiuse le lodi con Bach…), stavolta nella versione diretta da James Gaffigan con l’Orchestre national de France, è stato come aprire la diga a una piena di lacrime che premeva da mesi.

E poi la scoperta di un Requiem diverso, inatteso, disturbante quasi all’inizio, meraviglioso e liberante “Stringeranno nei pugni una cometa” di Silvia Colasanti

davanti al Duomo di Spoleto

con le parole di Mariangela Gualtieri contrappunto Dubitante al coro di chi non dubita che continua a pronunciare il testo latino antico e mai vecchio…

Dubitante con te chiedo perdono per tutte le volte che “non ho guardato con la dovuta attenzione tutte le meraviglie del quotidiano, per quando ho riso troppo poco…”

Ho pianto di nuovo al Secondo tempo. Come specchiarmi, a volte. Comete non consola, ma tiene la mano, la bagna di lacrime sue, sa stare accanto.

Don Alessandro ritrova tra le sue e nostre macerie frammenti di stelle, lacrime per lutti non ancora vissuti, preghiere scritte in tempi lontani e ipotesi di preghiera che valgono tutto il catechismo che non ascoltai fuggita via e tornata dopo un incontro con un’altra cometa

“Fu solo allora che capii che il miracolo non era aprire gli occhi, ma tenerli aperti. Tenere aperto uno spazio. Capivo che il miracolo non era un premio, ma una responsabilità. (…) Quella guarigione che consideravo definitiva in realtà era un inizio”

E in fondo pagine bianche, anzi, due riquadri “Per le tue parole” e la gioia di prendere un lapis per appunti in corsivo, a mano… con in testa ancora le pietre in mano al coro del Secondo tempo.

GRAZIE

dalla finestra

…volo così.

….tra le nuvole e la Luna

 “È vero, ma non lo sapevo prima. Adesso lo so. […] Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo”
Albert Camus, Caligola


 

Luna, ben ritrovata nel cielo sopra Firenze, promessa di evasione anche dalla finestra di cucina, pallida sorella, amica incantevole,

sempre più chiara quanto più diventa buio intorno


 

il dolore innocente

La sofferenza ingiusta, la malattia degli innocenti, il dolore dei bambini, la disgrazia che si abbatte su chi si comporta bene come su chi se la spassa senza curarsi di nessuno… se non si esce dall’arcaico e ancora forte, almeno inconsciamente, schema di merito e colpa, non si trova risposta al quesito che prima o poi tutti i credenti affrontano, se Dio è e se è buono e giusto e onnipotente, perché il male nel mondo? Perché muoiono i bambini? Il dialogo tra Ivan e Alëša nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij si sposa con il grido di Giobbe, oggetto della scommessa del ‘satan’ con Dio. Il ‘satan’ era l’avvocato dell’accusa, il diavolo è l’accusatore, il primo sponsor dei sensi di colpa, il nemico invidioso dell’amore del Creatore per le sue creature…

Ovviamente nessuna risposta verrà da questo post, ci si sono rotti le corna fior di teologi… mi segno solo alcune citazioni e qualche frammento di riflessione. Briciole:

Dirò a Dio: Non condannarmi!
Fammi sapere perché mi sei avversario.
E’ forse bene per te opprimermi,
disprezzare l’opera delle tue mani
e favorire i progetti dei malvagi?
Hai tu forse occhi di carne
o anche tu vedi come l’uomo?
Sono forse i tuoi giorni come i giorni di un uomo,
i tuoi anni come i giorni di un mortale,
perché tu debba scrutare la mia colpa
e frugare il mio peccato,
pur sapendo ch’io non sono colpevole
e che nessuno mi può liberare dalla tua mano?
Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto
integro in ogni parte; vorresti ora distruggermi?
Ricordati che come argilla mi hai plasmato
e in polvere mi farai tornare.
Non m’hai colato forse come latte
e fatto accagliare come cacio?
Di pelle e di carne mi hai rivestito,
d’ossa e di nervi mi hai intessuto.
Vita e benevolenza tu mi hai concesso
e la tua premura ha custodito il mio spirito.
Eppure, questo nascondevi nel cuore,
so che questo avevi nel pensiero!
Tu mi sorvegli, se pecco,
e non mi lasci impunito per la mia colpa.
Se sono colpevole, guai a me!
Se giusto, non oso sollevare la testa,
sazio d’ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.
Se la sollevo, tu come un leopardo mi dai la caccia
e torni a compiere prodigi contro di me,
su di me rinnovi i tuoi attacchi,
contro di me aumenti la tua ira
e truppe sempre fresche mi assalgono.
Perché tu mi hai tratto dal seno materno?
Fossi morto e nessun occhio m’avesse mai visto!
Sarei come se non fossi mai esistito;
dal ventre sarei stato portato alla tomba!

Il tono è un po’ diverso dalla prima reazione, quando gli era stato tolto tutto: ricchezze, bestiame, figli:

«Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».

Ma nel grido, nei lamenti, nell’insofferenza per le consolazioni moralistiche dei tre amici, Giobbe non smette di rivolgersi a Dio, lo chiama a rispondergli, lo invoca e la risposta alla fine verrà. Non una spiegazione, ma un rapporto personale, l’incontro.

(che poi perché intitolano i dipinti “Giobbe consolato dagli amici” quando quei tre non fanno che accusarlo di qualche colpa segreta o, nel migliore dei casi, ammonirlo e invitarlo a prendere tutto quel patire come purificazione…?)

Micidiale la reazione della moglie di Giobbe, mix di rimprovero e disgusto: al marito colpito anche nella carne e nell’osso (sempre per la sfida del satan a Dio “sì, sì, bravo il tuo Giobbe, ma non ti rispetta gratis, per nulla… toccalo nei suoi beni…” “sì, sì, ha retto bene alla perdita di bestie e figli, case e cose, ma toccalo nella sua pelle e vedrai come ti benedirà in faccia!”), ridotto a una piaga continua “dalla pianta dei piedi alla cima del capo”, mentre si gratta con un coccio, immerso nella cenere e nel sudiciume, quella donna grida: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Benedici ancora Dio e poi crepa!» . Eppure in passato tutto andava bene, Giobbe era buono e giusto, ricco e ‘benedetto’ in ogni aspetto dell’esistenza, nel segno della compassione per i più sventurati:  «Soccorrevo il povero che chiedeva aiuto e l’orfano che ne era privo. La benedizione del disperato scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia. Mi rivestivo di giustizia come di un abito, la mia equità era come il mio manto e il turbante. Ero gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo e padre per i poveri» ( Libro di Giobbe 29,12-16).

Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «E’ stato concepito un uomo!».
Quel giorno sia tenebra,
non lo ricerchi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.
Lo rivendichi tenebra e morte,
gli si stenda sopra una nube
e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!
Quel giorno lo possieda il buio
non si aggiunga ai giorni dell’anno,
non entri nel conto dei mesi.
Ecco, quella notte sia lugubre
e non entri giubilo in essa.
La maledicano quelli che imprecano al giorno,
che sono pronti a evocare Leviatan.
Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,
speri la luce e non venga;
non veda schiudersi le palpebre dell’aurora,
poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno,
e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!
E perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?

(Cap. 3)

Eppure, non si rompe mai il filo della fede. Dopo l’incontro con l’assurdo, l’incontro con l’origine della vita.  Senza spiegazione, ma cambia tutto.

E magari a qualcuno verrà voglia di rileggere tutto il bellissimo libro di Giobbe, che inizia come una favola e si innalza in vette di poesia insuperate…