Il mare di Guardia. Ricordi vicini

La vacanza estiva, breve (come da qualche anno) o lunga (da bambina coi miei, da ragazza, insomma tanto tempo fa…), vicini o a tanti chilometri da Firenze, deve farmi mettere i piedi in mare o non è.


E in Calabria merita mettere les pieds dans l’eau (e mangiare invece a tavola, con i piedi all’asciutto).

Al mare si arrivava in pochi minuti a piedi dall’hotel, passando sotto la ferrovia.

Dalla camera si vedeva la roccia del monte.

La vista sul mare dal terrazzo in comune

Ovunque colori, luce, mare, cielo, fiori… e ogni tanto il passaggio di un treno.
Un suono che mi manca e che mi faceva sognare di viaggi e viaggiatori…

 

 

 

 

il rientro…

va reso più dolce con le immagini raccolte per via e più piccante coi doni portati in città

ieri sera, sul tardi, siamo tornati.
A Firenze, dove abitiamo, ma… non ‘a casa’.
Non mi sento più a casa in alcun posto a lungo e mi sento un po’ a casa un po’ ovunque per un po’…


Nuvola, vivo con il vento. Amo viaggiare, amo partire, non mi piace arrivare, soprattutto per stare.


Tornati ieri sera, bagagli in parte ancora sparsi in corridoio, panni stesi e qualcosa già piegato e messo a posto, ma l’anima è rimasta tra gli scogli della Calabria, il borgo valdese di Gardia,

gli incontri a senza fiato di cui racconterò

alla faccia del virtuale

16 agosto 2019 a Fiumefreddo con Viola, Anna Ringa e Sandro

e la scoperta di Fiumefreddo,

i tramonti sul mare

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e l’Abbazia di Montecassino…

sì, perché il viaggio era lungo e abbiamo pensato bene di allungarlo ulteriormente!

Sandro mi ha fatto proprio un bel regalo portandomi a visitare la ricostruzione della ricostruzione della ricostruzione della ‘casa’ di San Benedetto.

Amo viaggiare e conoscere, amo le visite in più e la vista della bellezza ovunque.

Avrei tanta voglia di raccontare tutto e non so da dove cominciare, tante foto, anche troppe, tante emozioni… mai troppe, mai troppe le emozioni. Amo vivere

 

frammenti di storia… i fucilati alle Cascine

Tornata a correre vicino alle rive del fiume,

nel caldo di questo agosto fiorentino,

mentre si avvicina l’anniversario della Liberazione di Firenze, non mi sono solo fermata a dire una preghiera e lasciare un fiorellino stavolta… oggi ho fatto le foto al monumento nel parco che ricorda le vittime di una strage fascista quasi dimenticata.

Tutti, almeno a Firenze, sanno dell’eccidio di piazza Tasso. Nella mattinata del 17 Luglio 1944, molti abitanti del quartiere fiorentino di San Frediano erano in piazza. Si trattava in gran parte di donne, anziani e bambini dato che i giovani e gli uomini adatti alle armi erano quasi tutti nascosti per evitare i rastrellamenti. Nel pomeriggio, si presentò un camion con a bordo alcuni repubblichini, guidati da Giuseppe Bernasconi, braccio destro del comandante delle SS Italiane, il famigerato Mario Carità, e si fermò all’angolo tra via Giovanni Villani e viale Francesco Petrarca. E all’improvviso i miliziani aprirono il fuoco sulla gente in piazza. Sotto i colpi dei fascisti rimasero cinque vittime: Ivo Poli (un bambino, di soli otto anni), Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri; si contarono inoltre numerosi feriti più o meno gravi.
Ma altri abitanti del quartiere furono catturati e di loro si persero le tracce. Solo molti anni dopo furono ritrovati i loro corpi sul greto dell’Arno, nel parco delle Cascine.

Erano stati fucilati.

Ne parla un libro, “Fucilati alle Cascine”, scritto da Franco Quercioli e Antonio Bernardini: la scena si apre su una calda notte di fine luglio del ’44.

Il 24 Luglio 1944, alle Cascine di Firenze, sul greto dell’Arno, 17 uomini vengono fucilati. I loro corpi spariscono nel nulla, diventano “desaparecidos”. Poi finisce la guerra. L’Italia s’incammina verso la famosa ripresa economica. La memoria di quegli uomini comincia a sbiadire fino a quando, dodici anni dopo, ne vengono ritrovati i resti.
Dove ho fatto le foto

Gli uomini messi in fila per essere uccisi non erano tutti patrioti e partigiani. C’erano anche quattro ragazzi romani che facevano parte di un battaglione della Repubblica Sociale Italiana che rastrellava i partigiani. Forse erano dei disertori catturati a Firenze, vicino alla Stazione di Santa Maria Novella, mentre cercavano di prendere un treno per Roma. Tra i partigiani uccisi ci fu anche un prete, don Elio Monari.

Ogni volta, quando riprendo a correre, penso… e non mi va di scrivere che cosa penso. Certo non voglio siano dimenticati

i loro nomi

7 agosto 2019 eccidio Cascine i nomi

Lunedì

… dopo domenica c’è lunedì…

 

“… Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni…”

dal Salmo 89, uno dei miei preferiti, nelle letture di domenica, insieme con il magnifico prologo del Qoelet

“Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.

Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

I beni finiti non sono un male in sé, ma non sono il Bene. Non sono male le cose belle, i raccolti abbondanti (Vangelo di ieri), un lavoro, la salute fisica, la simpatia dei vicini, ma non bastano a saziare il cuore affamato di senso e di Infinito. Non sono male in sé, ma possono diventarlo se ne diventiamo schiavi, se sacrifico il sonno alla reputazione o il tempo da passare con la mia bimba per aver ragione in una discussione o per tornare in forma o per guadagnare (o guadagnare di più) e comprare un vestito nuovo alla mia bimba… che sì, desidera regalini (a sei anni la bramosia di cose è naturale, il guaio è che a volte ne restiamo dipendenti anche da ‘grandi’), ma capisce subito il peso della questione… “voglio due regali: uno è qui con me, uno a casa” mi ha detto oggi durante una passeggiata con pochi euro in tasca… “il primo è stare con te. E tu sei accanto a me” “e quello a casa?” “che tu giochi con me a casa e non diventi triste davanti al computer quando guardi le cose di lavoro…”

E poi c’è la bellezza gratis del cielo e la bellezza coltivata, con qualcosa che sfugge sempre al controllo…

ci si può prender cura di una rosa, non dominarne il fiorire,

lo sfiorire, l’ammalarsi e il rinascere

Primo agosto, impressioni di autunno

Una corsetta dopo l’altra e stavo recuperando forza, ritmo, gioia di muovermi, dopo i mesi di stop forzato per infortunio.  Ripetevo che non mi premeva la velocità, che “per ora sto allenando la gioia” ma la verità è che come vedevo scendere il numero dei minuti per chilometro, nel ritmo medio per nove chilometri circa, ne godevo parecchio. E non mi fermava il caldo, non gli orari sballati…  la fortuna di abitare a pochi minuti a piedi da un parco meraviglioso!

 

Stamattina mia madre mi ha detto che avrebbe tenuto volentieri Viola se pensavo di andare a correre (di nuovo senza lavoro, finché la bimba andava al centro estivo, dalle 8.30 alle 16 ero libera…). Non me lo sono fatto dire due volte e oggi avevo iniziato proprio con un buon ritmo, mi sentivo alla grande, più forte e via via che gustavo la bellezza di rami foglie fiori colori anche felice, sollevata dentro…

una meraviglia interrotta da un inciampo. Non so bene come sia successo, forse un sasso, un movimento sbagliato, una distrazione (c’era un po’ di gente, si stava d’incanto oggi alle Cascine, persone con i cani, mamme coi bambini… altri come me a correre, anche una signora che mi saluta sempre… per essere agosto in città, la folla), forse correvo troppo forte per il mio livello di allenamento, ho chiesto troppo alle mie gambe e mi sono dovuta fermare per un dolore allucinante.

Due lacrime, un’imprecazione, un massaggino alla gamba dolorante e sono ripartita piano. A camminare non vedevo le stelle… la bellezza del parco me la sono goduta anche così, un po’ scocciata per lo stop forzato, ma era veramente una magia di dolcezza autunnale sotto un cielo di pura estate…

Nel pomeriggio dolore più forte, non riesco a piegare bene il ginocchio sinistro… però nel cuore si è aggiustato qualcosa.
E so a chi dire GRAZIE. A Chi ha fatto il cielo e le foglie, i sassi e il Perdono, le cadute e la riconciliazione, la bellezza e il dolore, le miserie e la poesia dell’esserci. Umanamente, per amore

 

L’ultima eclissi

Ogni occasione è buona per spiare il sorgere della Luna. Emozione condivisa con Viola e Sandro, quando è sbucata enorme da dietro i palazzi vicini… era gialla e gigante, ma non ero pronta a scattare. Presa che già era venuta allo scoperto, intera tonda e fiera…

appena sopra le colline che abbracciano Firenze, bellezza nascosta tra le case ‘nuove’… un po’ di Campanile di Giotto, la Torre di Arnolfo, le luci del piazzale e San Miniato al Monte… ciao padre Bernardo!

in primo piano facciate scrostate… e va bene anche così, magnifica Luna che splendi su arte e squallori…

Candida, gialla, rossa… bella in tutti i tuoi colori.

Emozionata, incantata, stregata dalla Luna,

 

l’ultima eclissi dell’anno mi sembra sia la prima che riesco a fotografare nonostante il tremolio delle mani per lo zoom della compatta aperto al massimo e le emozioni.

L’ho già detto che sono emozionata?

Ma chi mi sta fermando il tremito alle mani mentre scatto? Grazie!

Come un quarto di Luna in piena Luna piena… magia delle ombre con la luce riflessa, poesia del cielo

Un’ultima foto e volo a sognare…

Indiano Bridge

Quando la Luna perde la lana e il passero la strada,
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia…
prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume


vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume….

Tra lunatici tramonti e voli di rondini, tra corse e soste… la canzone di Fabrizio De André mi è tornata in mente parlando non dell’album Indiano, ma del Ponte all’Indiano, che un amico lontano non conosceva. 

Lo spazio con il monumento al principe indiano morto a Firenze nel 1870, alla confluenza di Arno e Mugnone, è il posto dove mi fermo a bere e riprendere fiato nelle mie uscite di corsa o camminata, tra le foglie del parco e le rive del fiume… 

Accaldata sotto il sole o rinfrescata dalla pioggia… senza disturbare chi pesca… sshhh…. 

“Indiano Bridge” per Instagram, ora c’è anche la denominazione di luogo in italiano “Ponte all’Indiano”

 

Per l’amico non di Firenze era un riferimento agli ‘indiani’, nativi americani… allora ieri foto al monumento

e alla targa

e la storia è quasi commovente:  il monumento all’Indiano fu eretto nel 1870 dallo scultore inglese Carlo Francesco Fuller. Il monumento ha la forma di un baldacchino a volta sorretto da quattro colonnine, sotto il quale è presente il busto scolpito del defunto principe indiano Rajaram Chuttraputti di Kolhapur con una iscrizione in quattro lingue: italiano, inglese, hindi e punjabi. Il giovane principe era di ritorno da un viaggio a Londra – dove era andato per studio e per salutare la regina d’Inghilterra – e mentre era a Firenze alloggiato al Grand Hotel di piazza Ognissanti fu colpito da un malore improvviso che il 30 novembre 1870 lo uccise all’età di ventun anni.
Il suo corpo fu arso secondo il rito indù alla confluenza di due fiumi (in questo caso Arno e Mugnone), dove furono sparse le sue ceneri.
L’evento suscitò all’epoca la curiosità di molti fiorentini che vennero numerosi per assistere alla cerimonia e da allora il luogo fu chiamato “l’Indiano”. Nel 1872 fu costruita nei pressi una palazzina che svolgeva la funzione di caffè pubblico e che prese il nome di Palazzina Indiano o palazzina dell’Indiano. Nel 1972 fu costruito un ponte in prossimità del monumento che prese il nome di ponte all’Indiano, il viadotto che si vede in quasi tutte le foto delle mie pause per bere l’acqua dalla borraccia… c’è anche la parte per motociclette e bici

 

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