Eterno riposo

Cimitero di San Martino a Brozzi

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Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis.
Requiescant in pace.

 

Con Viola a far visita alla sepoltura del babbo.
Non le abbiamo nascosto la sua morte il giorno stesso in cui ha smesso di respirare, non le abbiamo raccontato favole su viaggi lontani con possibili ritorni, in un certo senso un viaggio c’è… l’ultimo, il più importante. E un ritorno, il ritorno alla vera casa dopo l’esilio.
E senza catechismo ancora, la sua nipotina mi sa che l’ha capito meglio di me:  

“ ti voglio bene, nonno, saluta Gesù e ricorda che la mia mamma, che è la tua bambina, ti vuole tanto bene e sente la tua mancanza e non deve piangere troppo perché tu ci aspetti in cielo, vero?” 

mi ha ricordato la poesia-preghiera ricavata da S. Agostino:

Se tu conoscessi il mistero immenso del cielo dove ora vivo,
se tu potessi vedere e sentire quello che io vedo e sento
in questi orizzonti senza fine,
e in questa luce che tutto investe e penetra,
tu non piangeresti se mi ami.

Qui si è ormai assorbiti dall’incanto di Dio,
dalle sue espressioni di infinità bontà e dai riflessi della sua sconfinata bellezza.

Le cose di un tempo sono così piccole e fuggevoli
al confronto.

Mi è rimasto l’affetto per te:
una tenerezza che non ho mai conosciuto.
Sono felice di averti incontrato nel tempo,
anche se tutto era allora così fugace e limitato.

Ora l’amore che mi stringe profondamente a te,
è gioia pura e senza tramonto.

Mentre io vivo nella serena ed esaltante attesa del tuo arrivo tra noi,
tu pensami così!

Nelle tue battaglie,
nei tuoi momenti di sconforto e di solitudine,
pensa a questa meravigliosa casa,
dove non esiste la morte, dove ci disseteremo insieme,
nel trasporto più intenso alla fonte inesauribile dell’amore e della felicità.

Non piangere più, se veramente mi ami

…non è facile.
Forse è presto.

Non smetto di piangere, perché mi manchi, babbo, ma non piango di continuo, lascio spazio quanto posso alla gioia e all’amore per la vita e la bellezza

e per il gioco… quando da sola non ci arrivo, mi nutro della gioia pura di tua nipote.

Ti amiamo

 

Auguri, Bernie… e sono 8

“ma l’avresti mai detto due anni fa, quando è nato Bernardo, che avresti festeggiato il suo secondo compleanno col pancione?”
(Simona, il 29 Ottobre 2012 quando avevo scritto che pensavo ai due anni del mio nipotino)

no, non avrei osato sperarlo.
Prima che mi scrivesse Simona, stavo sfogliando ricordi

Il 29 Ottobre 2010, quando è nato Bernardo, stavo per partire per Parigi. Al ritorno, con gli occhi e l’anima tutta ricolmi di bellezza, inondata di tenerezza per la sua nascita, mi ero trovata a un bivio. E scelsi di non forzare la mano al destino. Non era troppo tardi, per diventare mamma di pancia, ma non lo sapevo e non osavo sperarlo. Non era troppo presto. Non è che non fossi pronta a fare un figlio, non ero disposta a cercarlo “a tutti i costi”.
Con questo, nessun giudizio da parte mia per chi si avventura in quella delicata ricerca, ma non era la mia strada.
Mal sopporto i facili moralismi e l’irrisione nei confronti di chi affronta di tutto per esser mamma oltre i limiti della propria condizione “naturale” (non solo l’età), personale e di coppia.  Conosco sin troppo bene il dolore di aver perso un bimbo prima di vederlo nascere, la tristezza di non riuscire a restare incinta, le difficoltà (non vissute direttamente, ma attraverso le testimonianze di amici) per adottare … e comunque ciascuno sa la propria storia e nessuno deve permettersi di giudicare senza sapere. Ma, ripeto, non era la mia strada.
Buttate vie le pasticche che avrebbero dovuto dare una mano all’ovulazione, affrontata la ricaduta nella depressione (tornata, credo, anche per altri motivi o forse senza nuove ragioni precise, chi può dirlo?), mi ero alla fine quasi rassegnata. Allietata comunque dalla gioia di essere zia. E sposa. E mamma di cuore. E viva, tornata alla luce ancora una volta. La ricaduta forse era un richiamo a quel che già scordavo: ero venuta fuori da una specie di inferno. E l’anoressia era solo un sintomo, non la malattia. 

Ogni giorno era comunque un dono.
E poi l’attesa inattesa … 

Bernardo, amore della zia… è stata una gioia continua vederti crescere, grazie!

E gioia moltiplicata all’inverosimile, non raddoppiata e basta, vederti crescere con la mia bimba

oggi finisci otto anni… sai che l’otto sdraiato è il simbolo dell’infinito?

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Metti in orizzontale il numero dei tuoi anni e avrai la misura di quanto ti vuol bene zia

Tre mesi senza te

Mi manchi tanto, babbo, ma è ora di lasciarti andare…  mi hanno chiesto di scrivere, per una pubblicazione che uscirà a novembre, un ricordo per i tuoi colleghi, allievi, conoscenti, estimatori. Non sapevo da che parte cominciare, non me la sentivo, poi, incoraggiata da un altro mio padre (non babbo di sangue, padre spirituale, il mio carissimo don Fulvio), non riuscivo a smettere… tutto è partito da un biglietto di auguri ritrovato tra le pagine del tuo Maritain:

22 aprile 1993

“ 22 aprile 1993
παρὰ τοῦ διδόντος θεοῦ πᾶσιν ἁπλῶς καὶ μὴ ὀνειδίζοντος … (Gc 1,5)
Col cuore gonfio di gioia, gratitudine, tenerezza per questi ventidue anni meravigliosi e tanti auguri per i prossimi, per quelli che vedrò e per quelli in cui vedrai anche per me. Sempre, misteriosamente, insieme, nella barca del Sole, cara, carissima Caterina,
il tuo babbo Lodovico ”

Sono passati diversi anni da quel biglietto di auguri per il mio compleanno (ventidue anni… come ero giovane! E troppo seria, un po’ rigida e lontana da Chi dona a tutti “generosamente e senza mai rinfacciare…”, ma tu, babbo, più che citare la lettera di Giacomo nel nostro amato greco, non hai fatto pressioni perché tornassi alla religione, non mi hai imposto quel che poi ho cercato di nuovo, consapevole che forse la religione si può anche imporre, la fede mai), sono passati diversi anni, ma l’emozione non passa da quando l’ho ritrovato nella copia del tuo libro su Jacques Maritain che mi avevi regalato, con la bella copertina viola tenue e celeste della collana Maestri, per l’Enciclopedia della pace. Pace, maestri… parole di un tempo lontano, quello in cui insegnavi, scrivevi, lavoravi per il realismo di un’utopia che non ti sei mai rassegnato a non vedersi fare promessa mantenuta e intanto mi vedevi crescere e arrabbiarmi, fuggire e discutere, studiare e ammalarmi, contestare e amare. Sempre nel dubbio. Con una sicurezza di fondo che quest’estate, con la tua morte, apparentemente è franata, come negli ultimi anni, con la tua malattia, si era incrinata: tu mi guardavi, mi ascoltavi, mi aspettavi.
Il tempo in cui dovrò vedere anche per te, babbo, quest’anno è arrivato. E tocca a me guardare quel che hai lasciato, ascoltare le tue lezioni fatte di gesti, azioni, stile di vita oltre che di parole, restituire in parte quella sovrabbondanza di sapere e sapore di vita che hai riversato su chi ti conosceva da vicino. E riavvicinarmi con fiducia a Chi tutti guarda, ascolta, aspetta.
Ventidue anni avevi quando hai scritto il primo articolo per Testimonianze, per la rubrica “Dialogo”, un pezzo su Cristianesimo e civiltà; era nel primo numero della rivista che hai dato alla luce con Padre Ernesto Balducci. E ora tanti, ovviamente, ti ricordano come fondatore e direttore di quella rivista impegnata per la pace, il dialogo interreligioso e i diritti umani, come ideatore (sempre con Balducci) e curatore delle Edizioni Cultura della Pace, altri come insegnante, pensatore, autore di studi e libri, operatore di pace, teologo e (ex) sacerdote, anche come amico, guida, maestro, ma a me manchi tu, il mio babbo, maestro anche per me, certo, più con l’esempio quotidiano, però, che con le parole di cui eri comunque generoso con tutti, sempre e ovunque. Mi parlavi delle beatitudini, sì, mi invitavi a leggere con te il Vangelo, ma, come dicevo prima, non mi hai imposto niente, quando mi sono allontanata dalla Chiesa non hai provato a farmi cambiare idea, nessun discorso, mi hai educata in silenzio a quel che per me non è mai stato indifferente, per esempio non c’era volta che si uscisse insieme senza che tu controllassi di aver monete per i mendicanti. Non mi hai mai detto che dovevo far l’elemosina, anzi concordavi con i miei discorsi serissimi, soprattutto quando ero una ragazzina, sull’ingiustizia da combattere (“non si risolve il problema della miseria con la carità a uno o due mendicanti per strada, con l’offerta in chiesa, con un po’ di beneficenza quando si può… babbo, bisogna cambiare il sistema, lottare contro lo sfruttamento!”), mi davi ragione e poi davi mille lire a Michele che se le spendeva al bar, duemila alla zingara che li portava a chi la mandava a caritar per strada, più tardi manciate di monete da uno o due euro a chiunque tendesse la mano “Sì, Cate, la soluzione sarebbe far smettere di bere quell’alcolizzato, ma intanto per oggi non picchierà la moglie per farsi dare i soldi che lei mette al sicuro… bisognerebbe che M. fosse aiutata a trovare un lavoro, ma intanto forse stasera non prenderà botte per esser tornata senza un soldo alla base…”. Non mi hai detto a parole che era giusto dare attenzione e affetto a tutti, soprattutto a chi meno se l’aspettava, me lo hai insegnato con la tua disponibilità, di tempo e ascolto per chiunque arrivasse a casa, di giorno o a volte anche di notte: lo studente scappato di casa, la ragazza che si era scoperta incinta e pensava all’aborto, ma non voleva, però era sola e smarrita, la coppia ostacolata dalle famiglie di origine, la signora malata di AIDS in tempi in cui se ne parlava poco perché si cominciava appena a studiare quella sindrome (e a noi bambini raccomandavi di lavarci bene le mani prima di avvicinarci a lei e di evitare se avevamo il raffreddore, per proteggere lei, col sistema immunitario compromesso, non per parare un contagio assai improbabile senza contatti intimi o scambio di sangue, quello almeno si sapeva), il malato psicotico uscito dalla residenza assistita e abbandonato con la camicia di forza chimica dei farmaci più che liberato, per A. c’era sempre una tazza di tè o una scodella di minestra (e in questo ti aiutava mamma, la tua sposa incompatibile con la precedente scelta di vita, il sacerdozio cattolico vuole il celibato) e la lettura delle sue sconclusionate poesie, tra un delirio e un ricovero chiesto da suo fratello… in quei tuoi gesti, nel tuo comportamento non c’era commiserazione nel senso deteriore, semmai compassione nel senso alto di sentire insieme la sofferenza di cui è intessuta la gioia più vera, lo spezzare se stessi per gli altri come il pane dell’eucaristia, l’umiltà che libera per la gloria dei figli di Re. E mi facevi vivere, privilegio capito poi, il discorso della Montagna:
“Beati i poveri, beati quelli che piangono, beati i miti, beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati i perseguitati, beati i costruttori di pace…”. Non un messaggio consolatore, ma un saluto di fierezza (Salve, voi felici fin d’ora!) ai cittadini di un regno di libertà, il popolo dei figli di Dio. Solo chi è re può vivere senza affanni e preoccupazioni materiali per il domani, sfrecciare come uccelli nell’aria, vestire come i gigli del campo, darsi agli altri, ai più ‘piccoli’, agli esclusi nei quali Cristo è presente “avevo fame, avevo sete, ero carcerato, ero straniero…” e magari anche “ero disoccupato, ero senza tetto, ero tossicodipendente”.
Ci sono stati giorni (più di una domenica, anzi il lunedì quando i compagni di scuola raccontavano di gite con la famiglia nel weekend) in cui ho desiderato un babbo ‘normale’, non sempre preso da scritti e convegni da preparare, ma erano rari momenti di egoismo infantile, in realtà sono sempre stata parecchio fiera di esser tua figlia, nella stagione entusiasmante dei convegni, appunto, con quel titolo felice Se vuoi la pace prepara la pace a rovesciare il motto romano si vis pacem para bellum, negli anni dell’impegno politico quando da consigliere comunale, eletto come indipendente nella lista del PCI, hai fatto dichiarare Firenze “città operatrice di pace” e spinto per far concedere la cittadinanza onoraria di Firenze a Desmond Tutu e Nelson Mandela (era il 1985 e Sindaco era Bogianckino), come negli anni della crisi, personale e politica, quando il pacifismo militante iniziava a scricchiolare, l’impegno per i diritti umani sembrava velleità da anime belle (oggi lo chiamano “buonismo”) e tu forse ti eri pentito di aver lasciato l’insegnamento nei licei per la casa editrice, soprattutto dopo la morte di Balducci.

Negli ultimi anni volevi scrivere un libro su don Milani, ma forse eri troppo direttamente coinvolto, prima di lasciare l’abito (ma non l’animo) di sacerdote ne fosti il confessore. Don Lorenzo non prese benissimo la tua scelta di vita, tu ne hai sofferto per il resto dei tuoi giorni, non per via della iniziale contrarietà del tuo grande amico, ma per qualcosa che un po’ sta cambiando, forse, coi ritmi che conosciamo, se per esempio Paolo Curtaz parla della sua scelta, analoga alla tua di allora, come “congedo senza limiti di tempo per motivi di famiglia”… e volevi scrivere un libro su Dietrich Bonhoeffer, era il tuo ultimo desiderio, ma non ne avevi le forze. Difficile immaginare te spaventato, angosciato, depresso, ammutolito, per chi ti conosceva energico, eloquente, vulcanico, ma la malattia si è mangiata tanto dell’ultima parte della tua vita, senza toglierti sensibilità e tenerezza, capacità di capire gli altri e dare aiuto, ascolto, amore anche quando eri a pezzi. Almeno un numero monografico di Testimonianze su Bonhoeffer, in collaborazione con Andrea Bigalli, sei riuscito a farlo uscire. Bello e importante, declinazione particolare della speciale e universale ricerca di un equilibrio tra resistenza e resa del martire ( impiccato all’alba del 9 aprile 1945 nel lager di Flossenbürg) della Theologia Crucis.

Ciao, Lodo, è ora di salutarti davvero e lasciarti andare, farti ricordare da chi potrà continuare la tua opera, mentre a me resta il dolcissimo compito di far danzare ancora il tuo sangue nel mio, crescere la tua nipotina e farti vivere nella vita che mi resta.

Tua Caterina

senza colpa di colore o dolore

Briciole di poesia da chi porta in punta di dita l’amore per la vita e la verità che libera, grazie don Fulvio!

I figli della terra
non hanno chiesto
il permesso

di cogliere
del sole il raggio

di declinare
i passi tra i fili d’erba

di carpire
il vento tra i palmi
della mano

non lo hanno chiesto
e sono però senza colpa
di colore o dolore

 

don Fulvio Capitani, scritta ieri, 18 Ottobre ’18

 

Immagine:
“nel ricercare un’immagine per accompagnare la poesiola “figli della terra” ho trovato questa immagine di una scultura che porta un titolo molto simile: situata al Capo Nord, essa raffigura una madre e suo figlio; la madre tiene vicino a sé il bambino, il quale indica con la mano sinistra il monumento “Bambini del mondo”, dinnanzi a lui sette medaglioni in pietra, con disegni di bambini di sette nazioni diverse ” (Fulvio Capitani)

 

Che sia benedetta ogni parola e ogni azione di chi si prende cura della bellezza della vita in ogni sua forma e misura:

mini melograni

mini melograni in vaso nel giardino della canonica e una nuova splendida rosa dove si impara a superar la logica giusto/sbagliato per approdare alla libertà autentica dei figli amati di Dio, dove la grazia dei peccati riconosciuti e perdonati dissolve nella sua luce la soffocante ombra dei sensi di colpa… GRAZIE

rosa a san Jacopino 18.10.18

Assenza in casa, presenza in cuore.

Mentre in tanti scrivono elogi, ricordi, parole nobili, alte e ben elaborate in tua memoria, voglio ricordarti come in quella foto con me nata da poco, non ne ho memoria di pensiero, ma di sentire… al sicuro come tra le tue braccia non mi sono mai più sentita.
E considero un regalo grande esserti stata accanto nell’ora della tua morte, poter accogliere tra le mie braccia di donna ormai adulta, mamma, disincantata a volte, ancora troppo ingenua forse, le tue ultime parole di amore puro e fede profonda. Non volevi tornare all’ospedale, babbo Lodo, mi hai chiesto di pregare con te per aiutarti nel momento del passaggio… GRAZIE

Oggi inizio a rendermi conto della tua assenza, potente quanto la tua presenza negli anni in cui eri un vulcano, prima della malattia  che ti ha allontanato un po’ dal mondo, non dalle finestre sul mondo e sull’eterno fuori dal mondo, che ti ha sottratto in parte a chi ti ricorda e onora come maestro, guida, professore, intellettuale, collega… e ti ha dato tutto a noi come marito (mamma sente tanto il vuoto, ora), babbo indimenticabile, suocero amato e nonno dolcissimo…

Fino al funerale, il tuo corpo è rimasto in casa, la sera stessa della tua morte, Viola, cinque anni, lo ha visto e salutato e il mattino dopo si è svegliata presto e ha fatto un disegno con “lettera dietro”:

25 luglio 2018 Viola per il nonno dis

“…lo so che il nonno è morto, ma io gli ho scritto una letterina che lui non può leggere, così me lo ricordo meglio… e ora che è andato in Cielo da Gesù gli voglio ancora più bene”

Ma ieri iniziava a prenderla peggio… non voleva andare al centro estivo “perché oggi portano in cielo il nonno” e la sera “ma, dopo che è stato un po’ da Gesù, quando torna il nonno?” Il nonno non torna…

Il 25 luglio, il giorno dopo la morte, le parole di un amico:

“Ieri è morto Lodovico Grassi, vecchio amico e maestro, direttore emerito della Rivista Testimonianze, che aveva contribuito a fondare e diretto a lungo. Sono quindi quanto mai vicino alla famiglia, ed in particolare a Caterina, a Pietro e a Paolo in questo momento funesto.
Figura importante del cattolicesimo fiorentino, legato per una vita ad Ernesto Balducci e perciò particolarmente colpito dal vuoto lasciato anche nel suo mondo dalla prematura scomparsa di Padre Ernesto. 
Una conversazione con Lodovico non era un percorso ma una navigazione. Lodovico Grassi aveva inventato l’interattività e la multimedialità ben prima di Internet: apriva, parlando, una pagina dietro l’altra senza mai la pretesa di chiuderla ma solo per suggerire, incuriosire, evocare.
Intellettuale ricchissimo di cultura e umanità.
Sempre generoso di sè fino ad essere prodigo. Mai preoccupato di far fruttare i propri notevoli talenti, ma solo di distribuirli a chi mostrava interesse, accettando anche il rischio di sprecarli.
Ciao Lodovico anzi a te si può dirlo senz’altro nel senso piu pieno: addio caro Lodo!”
(Luca Biagi Mozzoni)

Babbo, scusa se ieri ho letto male, con poca voce… per il funerale, dopo aver chiesto consiglio anche a don Fulvio che è venuto a celebrare e ti ha accompagnato alle porte del cielo con la sua delicatezza unica, avevo scelto il mio amato Isaia. Ero incerta con un’altra lettura che a te forse sarebbe piaciuta di più, ma il funerale è anche o forse soprattutto per chi resta…

 

Oggi Letizia Pancani mi ha mandato un messaggio di Filippo, suo marito:

“… il pensiero alle tantissime occasioni di incontro con Lodovico quando andavo alla Badia Fiesolana a portargli le bozze di “Testimonianze”.
Ricordo con nostalgia la sua generosità nel dedicare un po’ del suo tempo al giovane (allora….) stampatore della rivista, la sua gentilezza nel richiedere qualche correzione dell’ultimo minuto, la sua cultura grande ma mai ostentata; sarei rimasto ore ad ascoltarlo parlare dei più disparati argomenti e non è retorico per me affermare che Lodovico è tra le persone che hanno contribuito significativamente alla mia crescita personale.
Insieme a Letizia lo ricorderemo sempre con molto affetto”

 

Ieri, tra chi ha parlato per ricordare il mio babbo, tengo in cuore soprattutto Andrea Cecconi, il caro Andrea che mi soccorse per strada dopo un incidente (sì, ho la scusa, ho battuto la testa da piccina!)… non so ridir quel che ha toccato tutti nel profondo.


…pomeriggio di lacrime e messaggi di condoglianze da tante tante persone… poi, la sera, fuori a rendere omaggio al tuo amore per la vita e la pace, per il sapere e i sapori, gli incontri e la musica, il buon cibo e la conoscenza di ogni cultura. Con l’amico Fulvio alla serata del Balagan Café già in mente da prima che tu, babbo mio adorato, ci lasciassi così. Nel giardino del Tempio c’è aria fresca anche nell’afa del luglio fiorentino,

con la Luna piena e la musica di Lyron Meyuhas con Manuela Iori (pianoforte e clarinetto) e Simone Solazzo (chitarra e violino). Canzoni bellissime che mettevano voglia di ballare…

Una dolce serata, tra il funerale e la notte più triste  – quella della consapevolezza che neanche il tuo corpo è più in casa – accanto a chi la mattina ti ha dato l’ultimo saluto prima di affidarti alle braccia del Padre.

E al comune amico, lo chef Jean-Michel Albert Carasso… ebbri di musica, un paio di aperitivi leggermente alcolici e la mania delle foto non solo alla candida sorella in cielo… ecco le strane ombre degli incapaci del selfie (moi et JM, don Fulvio ne ha scattato uno migliore, con la Luna e la Sinagoga alle spalle, ma non ce lo ha ancora fatto vedere!)

PS bastava aver un briciolo di pazienza… virtù che a me notoriamente manca

Moi, Fulvio et JM.jpg

l’acqua di San Giovanni, vigilia fiorita

Punirò con la verga la loro ribellione
e con flagelli la loro colpa.
Ma non annullerò il mio amore
e alla mia fedeltà non verrò mai meno.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

(Mt 6,24-34)

 

e domani è San Giovanni
e il Salmo canta


Meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.

Mentre tornavo a casa dopo la mattinata di lavoro (con l’orario estivo, il sabato pomeriggio chiudo il negozio), ho preso da un muro per via alcuni fiori che notavo da qualche giorno… la bellissima passiflora veste il tragitto casa-lavoro, sopra un grigio marciapiedi, davanti ai cassonetti… non c’è bisogno di andar in una serra per trovare le meraviglie della flora. A gennaio ho smesso di fumare, sono quasi sei mesi e ancora a volte non ci credo, dopo più di trent’anni mi sono liberata di una brutta dipendenza, anche grazie a un gruppo di altri ex fumatori… per stanotte qualcuno ha proposto di preparare l’acqua di San Giovanni, antica tradizione da solstizio d’estate, rito contadino, omaggio popolare al Santo più amato da tanti (stessa tradizione per la Madonna, almeno al sud, l’ho saputo da un amico un po’ anziano, a Firenze da tanti anni, ma originario di Napoli) e l’idea mi è piaciuta. Oltre la passiflora presa per strada, nella bacinella ho messo i fiori colti alle Cascine, tra un po’ di corsa e un po’ di camminata al parco con Jacopo e la sua innamorata arrivata da poco dal Perù… dolcissima Vanesa, che gioia vedere due giovani belli e innamorati e indicarle la Luna in una pausa per cogliere anche con gli occhi la bellezza gratis

 

e poi al tramonto misticanza in terrazza…

dove passerà la notte, sotto la Luna e le stelle

mescolando la rugiada dell’alba di San Giovanni con il raccolto senza semina della vigilia.
Un tempo tornavo a casa con le dita che puzzavano di fumo, stasera profumata di fiori dalle mani ai capelli… GRAZIE

un sorso di felicità

in giorni strani, con tanti problemi (possono forse mancare errori e problemi, finché siamo vivi?), immani dolori pubblici, piccole gioie private, in cammino tra cicatrici ancora fresche e nuova rinascita, dopo cadute e scivoloni… non scrivevo più tra le mie briciole, ma oggi voglio appoggiare solo qualche immagine a pezzettini di memoria futura, per non dimenticare la felicità assaporata in una serata di puro affetto.

Con don Fulvio e con Anna, con il padre spirituale (e amico speciale) e con la madrina (e amica vera e testimone e sorella di cuore) all’incontro di ieri del Balagan Café

anche per stare un po’ con Jean-Michel, lo chef più charmant della diaspora e …altro amico super!

che ci ha deliziati con fagottini brik (li ho scelti nella versione vegetariana anche se non sono veg io, ma ero curiosa …ripieni di patate e spezie invece che di carne speziata), carote alla marocchina con mandorle e cumino, melanzane al forno allo za’atar, tabbuleh di bulgur alle erbe e poi la salsa tahina…

ma soprattutto si è seduto accanto a noi a mangiare anche lui.

Tra noi non potremmo dire (e non da ieri sera, anche se ieri sera per la prima volta tutti e quattro insieme) quel che si ripete quando si vuol sottolineare una distanza “ma abbiamo mai mangiato insieme, noi?”

Le vere amicizie passano anche dalla condivisione del cibo.

Mentre il cielo regala giochi di luce e colori sulla bellezza uscita da mani umane a gloria dell’infinito…

Tra un assaggio di cibo preparato con cura e un sorso di vino, tra i rami e le foglie del giardino della sinagoga e il cielo sopra Firenze, tra un incontro e un canto, tra l’incanto e la memoria, la pace si costruisce nella bellezza, il sapere anche nei sapori.

Grazie per il vento lieve, grazie per il vino bianco, grazie per un sorriso e per gli occhi lucidi, grazie per gli abbracci e le carezze, grazie per le canzoni e le risate, grazie per i battiti del cuore accelerati dalle emozioni e placati dalla brezza e dalla musica… grazie, grazie per la vita

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