Dolce ottobre

Una passeggiata per gustare con calma la bellezza in cui sono immersa quando corro, castagne per terra, i colori d’autunno sui rami e sui sentieri…

Respirare cielo per tornare a portare i pesi che in terra mai mancano, dimenticare per un momento di pace quel che pace e luce non è e sembra prevalere. Ricarica di fiducia per non scoraggiarsi.

Nella sinfonia d’autunno offerta ai sensi. Sole ancora caldo, aria fresca, profumo di terra bagnata e funghi, muschi, foglie, rami, zolle, insetti… ma quanti e di quanti tipi sono gli alberi alle Cascine?

E mettere un piede davanti all’altro, lentamente o correndo, resta la mia forma preferita di preghiera senza parole. Ogni passo uno slancio di gratitudine e lode a Chi ha creato il cielo e la terra e tutte le meraviglie che contengono. Al parco come per via, come i piccoli melograni sul marciapiedi…

e le rosee l’olivo nel giardino di don Fulvio,

per non parlare di zenzero e cannella, vaniglia e scorza di limone, succo d’arancia , frutti di bosco cotti con lo zucchero… che hanno profumato tutta la casa mentre provavo una ricetta di salsa per la copertura di una torta.

Ma solo la corsa di stamattina mi ha ricordato la bellezza grande di ottobre,

col primo velo di umido freddino

e una danza continua di foglie gialle giù dai rami mentre correvo… stavo per piangere commossa, come ieri al giardino di via Maragliano,

da poco intitolato a Samb e Diop

Luna di mattina, croce spenta…

I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce,
per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio.

(Salmo 18, Liturgia di oggi)

Luna incantevole luminosa nel primo mattino, seminascosta dietro il campanile della chiesa davanti a casa, con ancora le ultime sfumature rosa dell’aurora… se la croce che sovrasta la facciata non si illumina più da qualche tempo, le luci del cielo non vengono meno

briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Ore e colori

Di mattine al parco e tramonti per via.

 

Correre al parco mi piace tanto, non solo per la gioia del movimento all’aria aperta, scoperta abbastanza recente, mare a parte, ma proprio per il contatto ravvicinato con l’aria e i mutamenti di odori e colori nella danza delle stagioni. Se già a luglio avevo notato tante foglie gialle in alcuni spazi delle Cascine, da metà settembre è un crescendo di rossi e marroni… sinfonia d’autunno con qualche nota di verde estivo nell’erba fresca e dissonanze primaverili sparse.

Tra i fiori spesso la presenza lieve della carezza di babbo, nel volo di una farfalla bianca, come nel vento fresco sulla pelle accaldata mi ostino a sentire il respiro di Chi fa vivere l’universo. Respiro che non è solo nel vento.

Né solo nella luce che gioca a nascondino con le foglie tra i rami alti…

le prime castagne in terra e certi funghi grossi…

con un profumo inconfondibile, mescolato a quello della terra ancora umida

dopo la pioggia del giorno avanti, tra le foglie cadute.
L’ultimo giorno di settembre, a metà percorso, una sorpresa mi ha fatta quasi piangere, commossa: due scoiattoli che giocavano, salivano e scendevano dagli alberi vicino alla radura che precede il ponte all’Indiano… che meraviglia!

Mentre intorno alla vasca con la fontana candide rose cantano una stagione andata…

Fiori e foglie, cuori ovunque

briciole di bellezza per terra.

L’ultimo giorno di settembre ho letto che è morto il mio prof di italiano al liceo.
Sono sempre più le briciole di cuore che mi volano via…
sempre meno le radici che mi tengono… 

un ‘diamante’ nascosto nel pane

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non è da molto che mi lascio toccare il cuore dal mistero più folle e semplice al tempo stesso… stare, possibilmente in silenzio, davanti a Gesù esposto all’adorazione. Nessuno mi aveva spiegato o proposto fino a poco tempo fa l’adorazione eucaristica, anche se forse è quel che feci inconsapevolmente quel giorno in tempo di avvento nella chiesa di San Carlo dei Lombardi, dopo un verdetto disperante smentito dal test di gravidanza l’estate successiva. In quella chiesa era esposto il Santissimo, ci ero finita quasi per caso, ne ero misteriosamente attratta (non ero ancora tornata a frequentar chiese e messe, qualche volta pregavo da sola a casa o in riva al mare o sotto le stelle… ero ‘lontana’ e delusa da tutto quel che un po’ mi mancava). Da un po’ di tempo, però, quando posso, il giovedì pomeriggio dopo la messa delle 18, mi fermo nella chiesa di San Jacopino (o il venerdì nella chiesa sotto casa o il martedì mattina nella Cappella di San Benedetto vicino alla Facoltà di Agraria alle Cascine… piano piano scopro tutti i luoghi dell’adorazione eucaristica a Firenze) per guardare, ringraziare, pregare, adorare l’ostia consacrata, Gesù ‘nascosto’ nel pane come un bimbo nel grembo della mamma prima che si veda il pancione (più o meno così diceva un canto sentito durante una messa in Calabria, in estate), come “un diamante nascosto nel pane” della canzone di De André ‘Khorakhané (A forza di essere vento)’ e a volte riesco a far silenzio in testa per ascoltare quel che non mi parla in parole, a volte i pensieri fanno confusione e allora prego e offro almeno la mia presenza lì, col corpo. Ancora Faber mi viene in aiuto, con un verso della mia preferita tra le sue canzoni, ‘Se ti tagliassero a pezzetti’, quando dice “Dammi quello che vuoi io quel che posso”. Che cosa posso dare a Dio? Nulla, il mio nulla, il mio esserci e stare lì, riconoscente, inquieta o in pace, ferita o contenta o felice anche se ferita, felice perché amata anche se umiliata e ferita, perdonata dopo le cadute…

Martedì 24 settembre (eccezione, di solito l’adorazione serale, animata con canti e preghiere anche durante l’ora di adorazione, non solo all’inizio e alla fine, viene fatta a San Jacopino il terzo martedì del mese, ma stavolta era per iniziare in maniera intensa la settimana di festa della parrocchia e la ripresa delle attività) la mia prima volta all’incontro serale con Lui, lì dove ne assaporo spesso i doni di perdono e conforto. Esperienza forte. E giovedì pomeriggio ci sono tornata, perché quando conosci quella pace e quella luce, anche se sei ‘na schifezza e continui a inciampare… non ne vuoi più fare a meno. E impari a cadere con grazia, con la grazia di farti aiutare a riprendere il cammino, ogni volta con una briciola di fiducia in più.

Lascio ‘parlare’ le immagini (povere immagini, fotogrammi muti di un’esperienza travolgente) e frammenti di canti, parole di altri, pezzetti di pane di Parola, fino al canto riformulato da San Tommaso d’Aquino, l’inno eucaristico per eccellezza, il Pange lingua

Panis angelicus
Fit panis hominum
Dat panis coelicus
Figuris terminum
O res mirabilis
Manducat dominum
Pauper, pauper
Servus et humilis

“In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.  Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,19-20)

“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.  Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Luca 24,13-17).

“Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Luca 24, 28-35)

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (Atti 2,42-47)

Pange, lingua, gloriosi
corporis mysterium,
sanguinisque pretiosi,
quem in mundi pretium
fructus ventris generosi
Rex effudit gentium.


Nobis datus, nobis natus
ex intacta Virgine,
et in mundo conversatus,
sparso verbi semine,
sui moras incolatus
miro clausit ordine

26 settembre 2019 adorazione giovedì2

In supremæ nocte cenæ
recumbens cum fratribus,
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibum turbæ duodenæ
se dat suis manibus.

Verbum caro panem verum
verbo carnem efficit,
fitque sanguis Christi merum,
et, si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.

Tantum ergo sacramentum
veneremur cernui,
et antiquum documentum
novo cedat ritui;
præstet fides supplementum
sensuum defectui

Genitori Genitoque
laus et iubilatio,
salus, honor, virtus quoque
sit et benedictio;
procedenti ab utroque
compar sit laudatio.

Amen

Prima e poi

Primo giorno di autunno (sì, quest’anno l’equinozio di autunno era stamattina),

prima corsa sotto il temporale per me

Ero uscita quando non pioveva, tregua dopo una domenica di pioggia fitta e un’altra notte d’acqua e un altro risveglio bagnato…

I primi tuoni mi sembravano lontani, la pioggia mi piace e non volevo fermarmi e tornare indietro, stavo correndo felice, avevo trovato un buon ritmo…

Poi, però, la pioggia si è fatta più intensa, tuoni forti, fulmini vicini… anche un po’ di paura. Cielo sempre più scuro, scrosci violenti, sorrisi tremanti scambiati con gli altri due ‘pazzi’ a correre come me in tutto il parco delle Cascine sotto il temporale.

Sapevo che forse era meglio finirla e andare a casa, ma solo arrivata all’Indiano ho iniziato a pensare di rincasare e a quel punto c’era qualche chilometro da macinare nelle pozze.

Mentre tornavo indietro, a volte dovevo rallentare perché correvo dentro l’acqua, enormi pozzanghere… a volte invece acceleravo per paura dei lampi. Ma mi è piaciuto un sacco, un’esperienza nuova, un contatto speciale con le mie sorelle nuvole e le loro lacrime, una conversazione senza risposte a parole con Chi vive al di là delle nuvole…

Nel pomeriggio il cielo si è riaperto, sono andata a prendere Viola a scuola e da oggi le prime classi della primaria escono dal cortile dove passavo l’intervallo da piccina (la mia bimba va a scuola dove ho fatto anch’io le elementari). Lei gioca felice dove ho lasciato brutti ricordi…

prima di tornare a casa mi voleva far vedere dove gioca a campana.

Brava, bimba, salta e corri e ridi dove…

sopra…

non importa più.

Passato.

Ora c’è la dolcezza di un nuovo autunno

bolle di sapone

Luna calante, sta per finire la prima settimana di primaria… la mia briciola va a scuola

e sembra ieri che contavo le lune (e le settimane anche) dalla scoperta di essere incinta alla data prevista del parto, poi mandata all’aria dalla fretta di nascere della piccina.

Ancora caldo, a parte dopo i temporali come stanotte, ancora giochi in piazzetta

o corse al parco.

Tra sassolini e tappeti di foglie,

senza orari fino a metà settembre… 

Ma la scuola è iniziata e le vacanze finite.

…soffia…

” Lo sai ched’è la Bolla de Sapone?
l’astuccio trasparente d’un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe’ fasse cunnalà come se sia
dall’aria stessa che la porta via.

Una farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j’agnede incontro e la chiamò: – Sorella,
fammete rimirà! Quanto sei bella!

Er celo, er mare, l’arberi, li fiori
pare che t’accompagnino ner volo:
e mentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla.-

La bolla de Sapone je rispose:
– So’ bella, sì, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte de le cose,
sta chiusa in una goccia… Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto “

Trilussa
(citato da una mia amica romana davanti alle foto di Viola intenta a far le bolle di sapone)

Altro astuccio, altri sospiri e sorrisi…

 

Le favole ancora no, non devono finire, ma comincia l’attrito del mondo con angoli e distacchi… non senza lacrime. Il terzo giorno, non subito. A Viola piace la scuola, la gioia prevale sulle piccole paure… 
A me torna su troppo passato che non passa e allora corro al parco a calpestare fantasmi, tra i rami, le foglie, le nuvole

e le rive del fiume.
Arno basso, serve la pioggia…
Cascine polmone di Firenze, grazie!

E buona avventura, Viola bella, non perdere lo stupore e la gioia semplice di chi si diverte con l’astuccio colorato di un sospiro

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