Agosto a Firenze

può iniziare con una passeggiata a senza fiato, il mese in cui è bello inebriarsi di vino e di calore…

E oggi bastava il calore, a confondere i contorni e l’aspetto abituale delle cose. Non mi ero mai soffermata come oggi a guardare gli stemmi alla base degli avelli

e la facciata di Santa Maria Novella sembrava sul punto di staccarsi da terra e spiccare il volo

L’occasione per la giratina nel giorno da bollino di non so più che colore (non amo il caldo, soprattutto a Firenze, ma che il primo agosto il calore sia un’emergenza da allerta…), la ricerca di pace, in più sensi.

Non so immaginare un posto migliore per affidare, nel silenzio e nel fresco, un rovente esame di coscienza e alcune intenzioni speciali…

E ci tenevo a riconciliarmi oggi, per il Perdono di Assisi . Non si possono mettere limiti all’infinita Misericordia, ma i timori sono naturali e fa bene sapere di poter contare sul dono di un perdono sovrabbondante, grazie a San Francesco promesso a tutti i pentiti e comunicati che vogliano chiederlo e

che oggi e fino alla mezzanotte del 2 agosto si può gustare in tutte le chiese parrocchiali e francescane, non solo ad Assisi, mentre alla Porziuncola è possibile ogni giorno dell’anno. Per la confessione e per pregare, fino a mezzogiorno (e poi da metà pomeriggio) ingresso libero a Santa Maria del Fiore, senza le code dei turisti, ma concedendomi poi qualche scatto da turista nella mia città… sei troppo bella Fiorenza!

E, dopo, il caldo fuori sembrava meno feroce, eppure il sole era più alto… era più alto e alleggerito anche il cuore.

…che poi volevo tornare subito a casa, Vostro Onore, ma la mia città è così bella… e il centro storico è più bello della periferia dove abito, dove si trova comunque tanta bellezza, almeno nel verde e sempre alzando gli occhi al cielo, ma mi potete comprendere, vero?

Mancava solo il ritorno lungo il fiume, ringraziando per il Lungarno Acciaiuoli rimesso a nuovo e reso pedonale…

GRAZIE

frammenti

Stava per sbocciare il dodicesimo fiore e invece l’ultimo boccio è caduto prima di fiorire. Undici. Undici bellissimi fiori di un tempo sospeso che resta incompiuto e chiede di tornare fuori alle piante con le radici nella terra e i rami in cielo, non di chiudersi tra vasi e vasini.

Cinque anni dal battesimo di Viola. Era già abbastanza grande da camminare da sola… aveva due anni e mezzo. C’era babbo Lodovico. E frequentavo la chiesa sotto casa da qualche mese. Il battesimo di Viola e, il mese dopo, la mia cresima in Battistero… ricordi emozionanti di un cammino interrotto e ripreso, non senza attriti…


Sere di lunatici incanti

e silenzi e resa. Finiti i giorni di resistenza alle crisi di astinenza, mi arrendo alla consapevolezza che sono vulnerabile e con certe spinte compulsive dovrò fare i conti fino alla fine dei miei giorni, ma, debole, mi lascio abbracciare dal mistero più forte e rinasco ancora, aggrappata a qualcosa oltre il cielo visibile, con i suoi splendori nel buio…

Ieri, dopo mesi, anche i miei capelli hanno riassaggiato le forbici… un taglio di capelli per una donna vuol dire sempre qualcosa di più di un cambiamento di look? Stavolta era semplice necessità di decenza post lockdown, ma… sì, un modo visibile per sancire i cambiamenti meno evidenti.

Quel che non cambia è l’amore per le nuvole e il bisogno di camminare vicino all’acqua…

per le occhiaie basterebbe forse dormire un po’ la notte… per le lacrime, non voglio trovare rimedio. Amo le lacrime di gioia e ringrazio anche quelle di dolore e smarrimento. Gli occhi asciutti e l’incapacità di piangere sono il primo sintomo quando torna la ‘bestia’…

Un bel ritorno, invece, alla messa di San Jacopino, per la solennità della Trinità. Don Fulvio, entrato in chiesa ancora con la carrozzina, si è alzato in piedi e più di una volta GRAZIE

(solo un fermo immagine ricavato dal video della messa trasmessa in diretta su Facebook e poi pubblicato su YouTube, non scattavo foto alla consacrazione… )

Al termine della messa, a ciascun partecipante è stato donato un rametto di olivo benedetto nella messa senza popolo, celebrata a porte chiuse la Domenica delle Palme… che il diluvio sia terminato?

una ragazzina analfabeta diventata Dottore della Chiesa

“Spirito Santo, vieni nel mio cuore,
per la tua potenza tiralo a te, Dio vero.
Concedimi carità e timore.
Custodiscimi o Dio da ogni mal pensiero.
Infiammami e riscaldami del tuo dolcissimo amore,
acciò ogni travaglio mi sembri leggero.
Assistenza chiedo ed aiuto in ogni mio ministero.
Cristo amore, Cristo amore”

Santa Caterina da Siena
(Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380)

“Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l’unione che hai stabilito fra te e l’uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell’umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l’amore. Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature”

Nata a Siena, nel popolare rione di Fontebranda, cuore della contrada dell’Oca, il 25 marzo 1347, Caterina era la ventiquattresima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. La gemella Giovanna morì dopo poche settimane dalla nascita. Il carisma mistico della Santa dell’Oca, patrona di Italia con San Francesco d’Assisi e patrona d’Europa con San Benedetto da Norcia, Santa Brigida di Svezia, Santa Teresa Benedetta della Croce e i Santi Cirillo e Metodio, si rivelò molto presto: Caterina a soli sei anni sostiene di aver visto, sospeso in aria sopra il tetto della basilica di San Domenico, il Signore Gesù seduto sopra un bellissimo trono, vestito con abiti pontificali insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni. A sette anni, quando le bambine sono decisamente lontane anche dal solo concepire una cosa simile, fa voto di verginità. E inizia, ancora bambina, a mortificarsi, soprattutto rinunciando a tutti i piaceri in qualche modo connessi con il corpo. In particolare, evita di mangiare carne e per evitare i rimproveri dei genitori, passa il cibo di nascosto ai fratelli.
Verso i dodici anni i genitori volevano ‘maritarla’ (erano tante le bocche da sfamare in casa del tintore…). I pittori spesso l’hanno ritratta sfigurata dai digiuni, ma il suo confessore abituale scrisse che era una bellissima ragazza. Caterina, per non tradire il voto fatto da bambina, arrivò a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi poi il capo con un velo e chiudendosi in casa. Considerata affetta da una specie di fanatismo giovanile, per piegarla la costringono a pesanti fatiche domestiche. La reazione è del tutto in linea con il suo misticismo. Si “barrica” all’interno della sua mente come in una fortezza.
Un giorno, però, la considerazione dei genitori cambia: il padre sorprende Caterina in preghiera e prima di poterla sgridare nota con meraviglia una colomba posarsi sulla sua testa, si convince così che il fervore della ragazzina non è il frutto di un’esaltazione, ma che si tratta di una vera vocazione e decide di aiutarla.
A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, Caterina prende il velo del terz’ordine domenicano, continuando a restare nella propria casa. Semianalfabeta, quando cerca di imparare a leggere le lodi e le ore canoniche, fatica parecchi giorni, inutilmente. Chiede allora al Signore il dono di saper leggere che, a quanto riportano tutte le testimonianze e da quanto dice lei stessa, le è miracolosamente accordato. Intanto, inizia anche a prendersi cura dei lebbrosi presso l’ospedale locale. Scopre però che la vista dei moribondi e soprattutto dei corpi devastati e delle piaghe le genera orrore e ribrezzo. Per punirsi di questo, un giorno beve l’acqua che le era servita per lavare una ferita purulenta, dichiarando poi che “non aveva mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita.” Dal quel momento, la ripugnanza passò.
A vent’anni si privò anche del pane, cibandosi solo di erbe crude, poi solo dell’eucaristia… e non dormiva che due ore per notte.
In una notte del 1367 le appare Gesù accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, e le dona un anello, sposandola misticamente. La visione sparisce, l’anello rimane, visibile solo a lei. In un’altra visione Cristo le prende il cuore e lo porta via, al ritorno ne ha un altro vermiglio che dichiara essere il suo e che inserisce nel costato della Santa. Si dice che a ricordo del miracolo le rimase in quel punto una cicatrice.

La sua fama andava espandendosi, attorno a lei si raccoglieva una grande quantità di persone, l’allegra brigata… chierici e laici, che prendono il nome di “Caterinati”.

«Quando, intorno al 1366 un gruppo di persone appartenenti a vari ordini religiosi (Domenicani, Francescani, Agostiniani, Vallombrosani, Guglielmiti) si strinsero intorno a Caterina, certi avversari affibbiarono a tale gruppo il nome di Caterinati, a mo’ di scherno. Sembrava incomprensibile che tanta gente illustre, appartenente a ranghi nobiliari quali i Tolomei, i Piccolomini, i Salimbeni, i Saracini, si facessero soggiogare da una ragazza neanche ventenne, analfabeta, “visionaria”».
(da Patrona d’Italia e d’Europa; N.4 ott.-dic. 2004)

Preoccupati, i superiori dell’Ordine Domenicano la sottoposero a un severo esame per appurarne l’ortodossia. Lo superò brillantemente, ma le assegnarono un direttore spirituale, Raimondo da Capua, diventato in seguito suo erede spirituale.

Nel 1375, mentre è assorta in preghiera in una chiesetta del Lungarno, detta ora di Santa Caterina, riceve le stimmate che, come l’anello del matrimonio mistico, saranno visibili solo a lei fino alla morte, ma visibili il 29 aprile 1380, giorno della sua festa, nascita al cielo e nozze vere col suo Sposo.
Nel 1376 è incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano beccati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi. Caterina si reca ad Avignone con le sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito, convince il Papa, ma intanto è cambiata la politica e il nuovo governo fiorentino se ne infischia della sua mediazione. Però, durante il viaggio, convince il papa a rientrare a Roma. Nel 1378 è dunque convocata a Roma da Urbano VI perché lo aiuti a ristabilire l’unità della Chiesa, contro i francesi che a Fondi hanno eletto l’antipapa Clemente VII. Scende a Roma con discepoli e discepole, lo difende strenuamente, morendo sfinita dalle sofferenze fisiche mentre ancora sta combattendo. È il 29 aprile del 1380 e Caterina ha trentatre anni.

Oltre a opere di alta sapienza, come uno dei capolavori della letteratura mistica medievale, il “Dialogo della Divina Provvidenza”, ci ha lasciato raccolte di preghiere bellissime e un generoso epistolario.

Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto» (G. Papàsogli, Caterina da Siena, 2001).

Per il mio onomastico mi sono regalata una bella sosta in preghiera nella chiesa di San Jacopino, accanto al dipinto della Madonna del rosario con Gesù bambino, San Domenico e Santa Caterina da Siena.

GRAZIE

…tenero di verdefoglia

Ieri sera mi sono fermata davanti al ramoscello d’olivo appeso l’anno scorso. Una lacrima silenziosa “ecco la Domenica delle Palme. Quando c’era babbo Lodovico era lui a portare i rami benedetti a casa, finché ha potuto. Poi mi ha passato il testimone… la sua ultima Pasqua non poteva uscire. E ora? Le benedizioni arrivano oltre i muri e le porte chiuse, ma dei rami dell’anno scorso che faccio?” 

Affidato tutto.

Al mattino era sbocciato un altro fiore e l’orchidea ricevuta in dono sta preparando nuove gemme.

Le ‘palme’ della Pasqua passata sono rimaste al posto che spetta loro, in attesa e con la speranza che l’anno prossimo saranno sostituite da verde nuovo, benedetto insieme…

Insieme. Anche in casa sono benedetta dallo stare insieme con chi amo.

Per questa Pasqua senza andare alla messa, senza processioni, senza “Osanna” sventolando palme… coinvolta Viola nella preparazione di omaggi in carta e acquarelli, poi raccolto un ramo verde, non di olivo, nella passeggiata vicino a casa. 

«Osanna al figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna nel più alto dei cieli!»

 

 

Dal Vangelo secondo Matteo
(Mt 21,1-11)

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

5 aprile 2020 con Viola

Venuta la sera

Luna e Venere dalla finestra.

Luci nel buio di queste sere chiusi in casa, con un silenzio triste intorno, ferito dalle sirene delle ambulanze che passano più spesso in direzione di Careggi. Sofferenze che ci toccano tutti, più o meno da vicino.

Negli occhi ancora la piazza vuota che ci ha incollati in tanti allo schermo, ieri, vuota di persone fisicamente presenti, ma piena di suppliche, paure, speranze, lacrime e desideri, deserta sotto la pioggia, vuota davanti alle telecamere, ma popolata e animata verso sera dalle preghiere di tutti unite alla preghiera straordinaria di Papa Francesco. Un abbraccio di amore alle sofferenze condivise. 

I passi faticosi del Papa, commovente e grande uomo di Dio. Le sue parole da rileggere e meditare…

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.
(…)

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli….”

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto…

E allora, senza disperdere o scordare (lasciar cadere dal cuore) il turbamento e la commozione, oggi ripartita piano dalle priorità autentiche, semplici, quotidiane. Da quelle che non va bene scrivere alle gioie condivisibili, piccole in sé, immense se segni della forza inarrestabile della vita come dono, bellezza gratis

Curare le piante ricevute in dono, le foglie del filodendro, le radici e i fiori dell’orchidea, i fiori del ciclamino dato per spacciato e rinato…

 

Portare a fare due passi all’aria aperta la mia bimba viva, da troppo chiusa in casa come una pianta d’appartamento, liberata nel suo bisogno di muovere le gambe e confidarmi paure e desideri. Viola è una bambina buona, non faceva storie per uscire, dice di essere contenta di stare con me anche sempre in casa, a ‘giocare alla scuola’ e disegnare, ma le mancano i compagni di classe, le maestre, la scuola vera. E il nonno, il mio babbo… 

Siamo state a distanza di sicurezza da tutti i non conviventi, in questo tempo sospeso che prende allo stomaco e fa piangere dentro. Solo una breve passeggiata lungo il Mugnone, dove spesso incontro Kebe.  Tenerle la mano, ascoltarne le confidenze,   abbracciarla, asciugarle le lacrime

e affidare tutto, gettando tra le braccia dell’Amore la gioia e il dolore

di luce e luci

Passi e pensieri affidati al vento e all’acqua che scorre…

Raggi di luce inclinati a sfiorare i passi e accarezzare i pensieri…

Luce riflessa, luci e colori in continuo cambiamento… 

” In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.

Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità…”
(Dal Vangelo secondo Giovanni,
Parola di oggi)

I riflessi del tramonto sull’acqua, che sia il fiume o il mare, sempre mi incantano, come la Luna

Luci, colori, sfumature, lacrime, pensieri in volo… 

un ‘diamante’ nascosto nel pane

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non è da molto che mi lascio toccare il cuore dal mistero più folle e semplice al tempo stesso… stare, possibilmente in silenzio, davanti a Gesù esposto all’adorazione. Nessuno mi aveva spiegato o proposto fino a poco tempo fa l’adorazione eucaristica, anche se forse è quel che feci inconsapevolmente quel giorno in tempo di avvento nella chiesa di San Carlo dei Lombardi, dopo un verdetto disperante smentito dal test di gravidanza l’estate successiva. In quella chiesa era esposto il Santissimo, ci ero finita quasi per caso, ne ero misteriosamente attratta (non ero ancora tornata a frequentar chiese e messe, qualche volta pregavo da sola a casa o in riva al mare o sotto le stelle… ero ‘lontana’ e delusa da tutto quel che un po’ mi mancava). Da un po’ di tempo, però, quando posso, il giovedì pomeriggio dopo la messa delle 18, mi fermo nella chiesa di San Jacopino (o il venerdì nella chiesa sotto casa o il martedì mattina nella Cappella di San Benedetto vicino alla Facoltà di Agraria alle Cascine… piano piano scopro tutti i luoghi dell’adorazione eucaristica a Firenze) per guardare, ringraziare, pregare, adorare l’ostia consacrata, Gesù ‘nascosto’ nel pane come un bimbo nel grembo della mamma prima che si veda il pancione (più o meno così diceva un canto sentito durante una messa in Calabria, in estate), come “un diamante nascosto nel pane” della canzone di De André ‘Khorakhané (A forza di essere vento)’ e a volte riesco a far silenzio in testa per ascoltare quel che non mi parla in parole, a volte i pensieri fanno confusione e allora prego e offro almeno la mia presenza lì, col corpo. Ancora Faber mi viene in aiuto, con un verso della mia preferita tra le sue canzoni, ‘Se ti tagliassero a pezzetti’, quando dice “Dammi quello che vuoi io quel che posso”. Che cosa posso dare a Dio? Nulla, il mio nulla, il mio esserci e stare lì, riconoscente, inquieta o in pace, ferita o contenta o felice anche se ferita, felice perché amata anche se umiliata e ferita, perdonata dopo le cadute…

Martedì 24 settembre (eccezione, di solito l’adorazione serale, animata con canti e preghiere anche durante l’ora di adorazione, non solo all’inizio e alla fine, viene fatta a San Jacopino il terzo martedì del mese, ma stavolta era per iniziare in maniera intensa la settimana di festa della parrocchia e la ripresa delle attività) la mia prima volta all’incontro serale con Lui, lì dove ne assaporo spesso i doni di perdono e conforto. Esperienza forte. E giovedì pomeriggio ci sono tornata, perché quando conosci quella pace e quella luce, anche se sei ‘na schifezza e continui a inciampare… non ne vuoi più fare a meno. E impari a cadere con grazia, con la grazia di farti aiutare a riprendere il cammino, ogni volta con una briciola di fiducia in più.

Lascio ‘parlare’ le immagini (povere immagini, fotogrammi muti di un’esperienza travolgente) e frammenti di canti, parole di altri, pezzetti di pane di Parola, fino al canto riformulato da San Tommaso d’Aquino, l’inno eucaristico per eccellezza, il Pange lingua

Panis angelicus
Fit panis hominum
Dat panis coelicus
Figuris terminum
O res mirabilis
Manducat dominum
Pauper, pauper
Servus et humilis

“In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.  Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,19-20)

“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.  Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Luca 24,13-17).

“Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Luca 24, 28-35)

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (Atti 2,42-47)

Pange, lingua, gloriosi
corporis mysterium,
sanguinisque pretiosi,
quem in mundi pretium
fructus ventris generosi
Rex effudit gentium.


Nobis datus, nobis natus
ex intacta Virgine,
et in mundo conversatus,
sparso verbi semine,
sui moras incolatus
miro clausit ordine

26 settembre 2019 adorazione giovedì2

In supremæ nocte cenæ
recumbens cum fratribus,
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibum turbæ duodenæ
se dat suis manibus.

Verbum caro panem verum
verbo carnem efficit,
fitque sanguis Christi merum,
et, si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.

Tantum ergo sacramentum
veneremur cernui,
et antiquum documentum
novo cedat ritui;
præstet fides supplementum
sensuum defectui

Genitori Genitoque
laus et iubilatio,
salus, honor, virtus quoque
sit et benedictio;
procedenti ab utroque
compar sit laudatio.

Amen

ospite

«Magnus es, Domine, et laudabilis valde:
magna virtus tua et sapientiae tuae non est numerus.
Et laudare te vult homo, aliqua portio creaturae tuae,
et homo circumferens mortalitatem suam,
circumferens testimonium peccati sui
et testimonium, quia superbis resistis»

( «Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta intorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi» … incipit delle Confessioni, di Sant’Agostino)

Oggi è Santa Monica, mamma del grande santo africano… e domani si ricorda il suo ‘figlio di tante lacrime’, Agostino d’Ippona, nato a Tagaste in Numidia (oggi Algeria). No, non è un riferimento a come viene chiamata a volta la regione di cui sono stata ospite in vacanza (CalAfrica), ma proprio al nostro essere porzioni, porzioncine, particelle del creato, come i miliardi di sassolini che non sempre diventano sabbia fine, come i sassi più grandi, microscopici in confronto alla Terra che a sua volta è un granello di sabbia nell’Universo… eppure… eppure siamo affamati di INFINITO

«Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace…» (sempre Sant’Agostino).

Tardi sono tornata a nutrirmi di Te, ma ora non so stare troppo a lungo senza il pane del cielo e la Parola, non è solo per il rispetto di un precetto che ora (da pochi anni) anche nell’unica settimana al mare dell’anno cerco una chiesa almeno per la domenica e le feste. Per l’Assunta ero andata alla messa del pomeriggio a Sant’Andrea apostolo su, a Guardia Piemontese, la domenica prima di ripartire, invece, messa all’Intavolata, chiesa di Santa Teresa d’Avila, a picco sul mare.

Bella vista dall’alto, bella la vetrata

Bello il fresco all’ombra degli alberi mentre fuori il sole bruciava, nell’attesa…

Bello essere accolta come una di famiglia, non un’ospite estranea, non come una turista… mi hanno chiesto di leggere Geremia e il Salmo. Poi, visto che facevo le foto e un po’ di turismo, mi hanno raccontato storie del posto, aneddoti sui dipinti e le statue… 

GRAZIE

Bella l’ospitalità calabrese. E il mare, il mare… dentro il suo abbraccio blu sono felice, visto da fuori mi affascina sempre e comunque.

I primi due giorni quando era bello e più calmo, quante nuotate e capriole

e giochi con la piccola…

poi agitato, arrabbiato anche, bellissimo e allora niente più nuoto, ma arrampicate sugli scogli e tuffi prudenti e bagni ‘rubati’ ai divieti, nelle insenature

e soprattutto giochi coi sassi, sassi grossi e piccini, sassi di tutti i colori e di tutte le forme, sogni a occhi aperti cullata dalla musica dei sassi trascinati su e giù, avanti e indietro sopra altri sassi dalle onde…

Lunedì

… dopo domenica c’è lunedì…

 

“… Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni…”

dal Salmo 89, uno dei miei preferiti, nelle letture di domenica, insieme con il magnifico prologo del Qoelet

“Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.

Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

I beni finiti non sono un male in sé, ma non sono il Bene. Non sono male le cose belle, i raccolti abbondanti (Vangelo di ieri), un lavoro, la salute fisica, la simpatia dei vicini, ma non bastano a saziare il cuore affamato di senso e di Infinito. Non sono male in sé, ma possono diventarlo se ne diventiamo schiavi, se sacrifico il sonno alla reputazione o il tempo da passare con la mia bimba per aver ragione in una discussione o per tornare in forma o per guadagnare (o guadagnare di più) e comprare un vestito nuovo alla mia bimba… che sì, desidera regalini (a sei anni la bramosia di cose è naturale, il guaio è che a volte ne restiamo dipendenti anche da ‘grandi’), ma capisce subito il peso della questione… “voglio due regali: uno è qui con me, uno a casa” mi ha detto oggi durante una passeggiata con pochi euro in tasca… “il primo è stare con te. E tu sei accanto a me” “e quello a casa?” “che tu giochi con me a casa e non diventi triste davanti al computer quando guardi le cose di lavoro…”

E poi c’è la bellezza gratis del cielo e la bellezza coltivata, con qualcosa che sfugge sempre al controllo…

ci si può prender cura di una rosa, non dominarne il fiorire,

lo sfiorire, l’ammalarsi e il rinascere

Babbo, un anno senza te…

e mi manchi. Mi manca la tua voce, mi manca il tuo sorriso che partiva dal cuore e si allargava dagli occhi alla bocca alle spalle… sorridevi con tutta l’anima, campione degli abissi di angoscia e delle vette di perfetta letizia, mi sa che ho preso da te l’inclinazione agli estremi, scarso equilibrio, insofferenza ai compromessi, passione per il dare, darsi e finanche sdarsi… e sempre leggere, scrivere, narrare, raccontarsi.

Anche Viola sente la tua mancanza e me lo dice spesso: “il nonno era il mio preferito di tutta la famiglia, mi sorrideva sempre, non mi sgridava mai… quando andiamo a trovarlo in cielo?”. Le ho spiegato che non si possono fare gite di andata e ritorno, ma che ti può trovare nel suo cuore e che alla fine sì, ci ritroveremo tutti (speriamo).

E si ricorda di quando stavi male e di quando sei tornato a casa dopo l’ultimo ricovero… eravamo felici, non ci si aspettava che dopo poco ci avresti lasciati. Senza tornare in ospedale, però, come mi hai chiesto: “Cate, non ci voglio andare, non chiamate l’ambulanza”. Il 118 lo avevo chiamato, invece, ma non sono riusciti a rianimarti e spero che la tua anima ne sia stata contenta. A casa, l’ultimo respiro a casa, il tuo ultimo respiro, le tue ultime parole, le ultime preghiere a voce, tra le mie braccia, con mamma, tua moglie amata, vicina come sempre, in lacrime nella stanza accanto…  voglio ricordare i tuoi ultimi sorrisi, cancellare il ricordo dell’agonia. Straziante ancora nel ricordo quella lotta tra l’amore per la vita che non ti mollava e la voglia di andare oltre le sofferenze, a vedere faccia a faccia quel che qui vediamo ‘per speculum et in aenigmate’ anche se so che un giorno sarà tutta gioia il privilegio di esserti stata accanto nel finale, con tutto il mio amore, pur nel dolore. Grazie

Prima Bernardo, poi Viola, due nipotini li hai visti…

“Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!”
dice il Salmo 127 

Si è realizzato per te l’augurio che proviene direttamente dal Creatore della vita.

Ci sto provando a lasciarti andare, mi manchi tanto, ma so che ora sei tra le braccia dell’Amore infinito, sei passato alla vita che non passa e ci ritroveremo se non mi chiuderò alla salvezza che mai si impone. Non penso manchi nulla al tuo cielo, ma una messa nell’anniversario la facciamo dire per te… insomma, per te… forse solo per noi, come un omaggio, come un fiore…


Le letture di oggi:

Io sto per far piovere pane dal cielo per voi.

(…) Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno».

Mosè disse ad Aronne: «Da’ questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: “Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!”». Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube.

Il Signore disse a Mosè: «Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».
La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra.
Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
(Es 16,1-5.9-15)

Diede loro pane dal cielo.

Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per la loro gola.
Parlarono contro Dio,
dicendo: «Sarà capace Dio
di preparare una tavola nel deserto?».

Diede ordine alle nubi dall’alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.
L’uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.

Scatenò nel cielo il vento orientale,
con la sua forza fece soffiare il vento australe.
Su di loro fece piovere carne come polvere
e uccelli come sabbia del mare,
li fece cadere in mezzo ai loro accampamenti,
tutt’intorno alle loro tende.

(Salmo 77)

Una parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

(Mt 13,1-9)

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Qui non ne avevo parlato, il giorno del mio compleanno, il primo senza te, la prima cosa che ho fatto è stata portarti una fetta di Sacher, la torta che mamma mi prepara ogni anno il 22 aprile, e il tuo fiore preferito, la rosa bianca… sulla sepoltura ancora provvisoria. Tienimi ancora tra le tue braccia come quando ero piccina, guardami con amore, proteggimi dal cielo, ciao babbo!

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