un ‘diamante’ nascosto nel pane

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non è da molto che mi lascio toccare il cuore dal mistero più folle e semplice al tempo stesso… stare, possibilmente in silenzio, davanti a Gesù esposto all’adorazione. Nessuno mi aveva spiegato o proposto fino a poco tempo fa l’adorazione eucaristica, anche se forse è quel che feci inconsapevolmente quel giorno in tempo di avvento nella chiesa di San Carlo dei Lombardi, dopo un verdetto disperante smentito dal test di gravidanza l’estate successiva. In quella chiesa era esposto il Santissimo, ci ero finita quasi per caso, ne ero misteriosamente attratta (non ero ancora tornata a frequentar chiese e messe, qualche volta pregavo da sola a casa o in riva al mare o sotto le stelle… ero ‘lontana’ e delusa da tutto quel che un po’ mi mancava). Da un po’ di tempo, però, quando posso, il giovedì pomeriggio dopo la messa delle 18, mi fermo nella chiesa di San Jacopino (o il venerdì nella chiesa sotto casa o il martedì mattina nella Cappella di San Benedetto vicino alla Facoltà di Agraria alle Cascine… piano piano scopro tutti i luoghi dell’adorazione eucaristica a Firenze) per guardare, ringraziare, pregare, adorare l’ostia consacrata, Gesù ‘nascosto’ nel pane come un bimbo nel grembo della mamma prima che si veda il pancione (più o meno così diceva un canto sentito durante una messa in Calabria, in estate), come “un diamante nascosto nel pane” della canzone di De André ‘Khorakhané (A forza di essere vento)’ e a volte riesco a far silenzio in testa per ascoltare quel che non mi parla in parole, a volte i pensieri fanno confusione e allora prego e offro almeno la mia presenza lì, col corpo. Ancora Faber mi viene in aiuto, con un verso della mia preferita tra le sue canzoni, ‘Se ti tagliassero a pezzetti’, quando dice “Dammi quello che vuoi io quel che posso”. Che cosa posso dare a Dio? Nulla, il mio nulla, il mio esserci e stare lì, riconoscente, inquieta o in pace, ferita o contenta o felice anche se ferita, felice perché amata anche se umiliata e ferita, perdonata dopo le cadute…

Martedì 24 settembre (eccezione, di solito l’adorazione serale, animata con canti e preghiere anche durante l’ora di adorazione, non solo all’inizio e alla fine, viene fatta a San Jacopino il terzo martedì del mese, ma stavolta era per iniziare in maniera intensa la settimana di festa della parrocchia e la ripresa delle attività) la mia prima volta all’incontro serale con Lui, lì dove ne assaporo spesso i doni di perdono e conforto. Esperienza forte. E giovedì pomeriggio ci sono tornata, perché quando conosci quella pace e quella luce, anche se sei ‘na schifezza e continui a inciampare… non ne vuoi più fare a meno. E impari a cadere con grazia, con la grazia di farti aiutare a riprendere il cammino, ogni volta con una briciola di fiducia in più.

Lascio ‘parlare’ le immagini (povere immagini, fotogrammi muti di un’esperienza travolgente) e frammenti di canti, parole di altri, pezzetti di pane di Parola, fino al canto riformulato da San Tommaso d’Aquino, l’inno eucaristico per eccellezza, il Pange lingua

Panis angelicus
Fit panis hominum
Dat panis coelicus
Figuris terminum
O res mirabilis
Manducat dominum
Pauper, pauper
Servus et humilis

“In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.  Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,19-20)

“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.  Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Luca 24,13-17).

“Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Luca 24, 28-35)

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (Atti 2,42-47)

Pange, lingua, gloriosi
corporis mysterium,
sanguinisque pretiosi,
quem in mundi pretium
fructus ventris generosi
Rex effudit gentium.


Nobis datus, nobis natus
ex intacta Virgine,
et in mundo conversatus,
sparso verbi semine,
sui moras incolatus
miro clausit ordine

26 settembre 2019 adorazione giovedì2

In supremæ nocte cenæ
recumbens cum fratribus,
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibum turbæ duodenæ
se dat suis manibus.

Verbum caro panem verum
verbo carnem efficit,
fitque sanguis Christi merum,
et, si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.

Tantum ergo sacramentum
veneremur cernui,
et antiquum documentum
novo cedat ritui;
præstet fides supplementum
sensuum defectui

Genitori Genitoque
laus et iubilatio,
salus, honor, virtus quoque
sit et benedictio;
procedenti ab utroque
compar sit laudatio.

Amen

ospite

«Magnus es, Domine, et laudabilis valde:
magna virtus tua et sapientiae tuae non est numerus.
Et laudare te vult homo, aliqua portio creaturae tuae,
et homo circumferens mortalitatem suam,
circumferens testimonium peccati sui
et testimonium, quia superbis resistis»

( «Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta intorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi» … incipit delle Confessioni, di Sant’Agostino)

Oggi è Santa Monica, mamma del grande santo africano… e domani si ricorda il suo ‘figlio di tante lacrime’, Agostino d’Ippona, nato a Tagaste in Numidia (oggi Algeria). No, non è un riferimento a come viene chiamata a volta la regione di cui sono stata ospite in vacanza (CalAfrica), ma proprio al nostro essere porzioni, porzioncine, particelle del creato, come i miliardi di sassolini che non sempre diventano sabbia fine, come i sassi più grandi, microscopici in confronto alla Terra che a sua volta è un granello di sabbia nell’Universo… eppure… eppure siamo affamati di INFINITO

«Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace…» (sempre Sant’Agostino).

Tardi sono tornata a nutrirmi di Te, ma ora non so stare troppo a lungo senza il pane del cielo e la Parola, non è solo per il rispetto di un precetto che ora (da pochi anni) anche nell’unica settimana al mare dell’anno cerco una chiesa almeno per la domenica e le feste. Per l’Assunta ero andata alla messa del pomeriggio a Sant’Andrea apostolo su, a Guardia Piemontese, la domenica prima di ripartire, invece, messa all’Intavolata, chiesa di Santa Teresa d’Avila, a picco sul mare.

Bella vista dall’alto, bella la vetrata

Bello il fresco all’ombra degli alberi mentre fuori il sole bruciava, nell’attesa…

Bello essere accolta come una di famiglia, non un’ospite estranea, non come una turista… mi hanno chiesto di leggere Geremia e il Salmo. Poi, visto che facevo le foto e un po’ di turismo, mi hanno raccontato storie del posto, aneddoti sui dipinti e le statue… 

GRAZIE

Bella l’ospitalità calabrese. E il mare, il mare… dentro il suo abbraccio blu sono felice, visto da fuori mi affascina sempre e comunque.

I primi due giorni quando era bello e più calmo, quante nuotate e capriole

e giochi con la piccola…

poi agitato, arrabbiato anche, bellissimo e allora niente più nuoto, ma arrampicate sugli scogli e tuffi prudenti e bagni ‘rubati’ ai divieti, nelle insenature

e soprattutto giochi coi sassi, sassi grossi e piccini, sassi di tutti i colori e di tutte le forme, sogni a occhi aperti cullata dalla musica dei sassi trascinati su e giù, avanti e indietro sopra altri sassi dalle onde…

Lunedì

… dopo domenica c’è lunedì…

 

“… Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni…”

dal Salmo 89, uno dei miei preferiti, nelle letture di domenica, insieme con il magnifico prologo del Qoelet

“Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.

Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

I beni finiti non sono un male in sé, ma non sono il Bene. Non sono male le cose belle, i raccolti abbondanti (Vangelo di ieri), un lavoro, la salute fisica, la simpatia dei vicini, ma non bastano a saziare il cuore affamato di senso e di Infinito. Non sono male in sé, ma possono diventarlo se ne diventiamo schiavi, se sacrifico il sonno alla reputazione o il tempo da passare con la mia bimba per aver ragione in una discussione o per tornare in forma o per guadagnare (o guadagnare di più) e comprare un vestito nuovo alla mia bimba… che sì, desidera regalini (a sei anni la bramosia di cose è naturale, il guaio è che a volte ne restiamo dipendenti anche da ‘grandi’), ma capisce subito il peso della questione… “voglio due regali: uno è qui con me, uno a casa” mi ha detto oggi durante una passeggiata con pochi euro in tasca… “il primo è stare con te. E tu sei accanto a me” “e quello a casa?” “che tu giochi con me a casa e non diventi triste davanti al computer quando guardi le cose di lavoro…”

E poi c’è la bellezza gratis del cielo e la bellezza coltivata, con qualcosa che sfugge sempre al controllo…

ci si può prender cura di una rosa, non dominarne il fiorire,

lo sfiorire, l’ammalarsi e il rinascere

Babbo, un anno senza te…

e mi manchi. Mi manca la tua voce, mi manca il tuo sorriso che partiva dal cuore e si allargava dagli occhi alla bocca alle spalle… sorridevi con tutta l’anima, campione degli abissi di angoscia e delle vette di perfetta letizia, mi sa che ho preso da te l’inclinazione agli estremi, scarso equilibrio, insofferenza ai compromessi, passione per il dare, darsi e finanche sdarsi… e sempre leggere, scrivere, narrare, raccontarsi.

Anche Viola sente la tua mancanza e me lo dice spesso: “il nonno era il mio preferito di tutta la famiglia, mi sorrideva sempre, non mi sgridava mai… quando andiamo a trovarlo in cielo?”. Le ho spiegato che non si possono fare gite di andata e ritorno, ma che ti può trovare nel suo cuore e che alla fine sì, ci ritroveremo tutti (speriamo).

E si ricorda di quando stavi male e di quando sei tornato a casa dopo l’ultimo ricovero… eravamo felici, non ci si aspettava che dopo poco ci avresti lasciati. Senza tornare in ospedale, però, come mi hai chiesto: “Cate, non ci voglio andare, non chiamate l’ambulanza”. Il 118 lo avevo chiamato, invece, ma non sono riusciti a rianimarti e spero che la tua anima ne sia stata contenta. A casa, l’ultimo respiro a casa, il tuo ultimo respiro, le tue ultime parole, le ultime preghiere a voce, tra le mie braccia, con mamma, tua moglie amata, vicina come sempre, in lacrime nella stanza accanto…  voglio ricordare i tuoi ultimi sorrisi, cancellare il ricordo dell’agonia. Straziante ancora nel ricordo quella lotta tra l’amore per la vita che non ti mollava e la voglia di andare oltre le sofferenze, a vedere faccia a faccia quel che qui vediamo ‘per speculum et in aenigmate’ anche se so che un giorno sarà tutta gioia il privilegio di esserti stata accanto nel finale, con tutto il mio amore, pur nel dolore. Grazie

Prima Bernardo, poi Viola, due nipotini li hai visti…

“Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!”
dice il Salmo 127 

Si è realizzato per te l’augurio che proviene direttamente dal Creatore della vita.

Ci sto provando a lasciarti andare, mi manchi tanto, ma so che ora sei tra le braccia dell’Amore infinito, sei passato alla vita che non passa e ci ritroveremo se non mi chiuderò alla salvezza che mai si impone. Non penso manchi nulla al tuo cielo, ma una messa nell’anniversario la facciamo dire per te… insomma, per te… forse solo per noi, come un omaggio, come un fiore…


Le letture di oggi:

Io sto per far piovere pane dal cielo per voi.

(…) Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno».

Mosè disse ad Aronne: «Da’ questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: “Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!”». Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube.

Il Signore disse a Mosè: «Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».
La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra.
Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
(Es 16,1-5.9-15)

Diede loro pane dal cielo.

Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per la loro gola.
Parlarono contro Dio,
dicendo: «Sarà capace Dio
di preparare una tavola nel deserto?».

Diede ordine alle nubi dall’alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.
L’uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.

Scatenò nel cielo il vento orientale,
con la sua forza fece soffiare il vento australe.
Su di loro fece piovere carne come polvere
e uccelli come sabbia del mare,
li fece cadere in mezzo ai loro accampamenti,
tutt’intorno alle loro tende.

(Salmo 77)

Una parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

(Mt 13,1-9)

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Qui non ne avevo parlato, il giorno del mio compleanno, il primo senza te, la prima cosa che ho fatto è stata portarti una fetta di Sacher, la torta che mamma mi prepara ogni anno il 22 aprile, e il tuo fiore preferito, la rosa bianca… sulla sepoltura ancora provvisoria. Tienimi ancora tra le tue braccia come quando ero piccina, guardami con amore, proteggimi dal cielo, ciao babbo!

Maddalena, Giuda e la Misericordia infinita.

Dio ci chiama per nome.

 

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».  Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». ”
(dal Vangelo secondo Giovanni)

 

Il commento di Paolo Curtaz:

Quanto è amata la piccola Maria di Magdala? Simbolo della misericordia e del perdono ricevuto, la santa unisce in sé tre figure storiche: la peccatrice perdonata, la sorella di Lazzaro e una discepola proveniente da Magdala.

A Vézelay, in Borgogna, una straordinaria Cattedrale romanica custodisce, secondo la tradizione, le spoglie mortali di santa Maria Maddalena. Quel luogo è così diventato il tempio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della compassione. Attraverso un percorso iniziatico, il pellegrino sperimentava la misura della bontà di Dio. Appena prima di uscire da una delle tre porte della facciata, un capitello posto in alto, inaccessibile alla vista, rivela il paradosso dei paradossi. Lo scultore raffigura l’impiccagione di Giuda, il maledetto per antonomasia. La rappresentazione è quella consueta medievale: l’anima di Giuda esce dal suo corpo esanime mentre un demone la rapisce. Ma sull’altro lato un pastore, il buon pastore, porta sulle spalle il povero Giuda. Il volto del pastore è diviso a metà, mischiando gioia a sofferenza. È Cristo che porta sulle sue spalle l’anima di Giuda. Solo in quel luogo si poteva osare tanto. Maria di Magdala continua a ricordarci la misura senza misura dell’amore infinito di Dio. Lei che ha sperimentato il perdono senza condizioni, ancora ci invita a diventare discepoli della compassione.

Ieri sera ho cercato qualche immagine di Vézelay.

Ecco il capitello:

E mi è tornato in mente un frammento di omelia di don Primo Mazzolari che mi ha fatto ascoltare don Fulvio (una registrazione della predica del Giovedì Santo del 1958). Cercato il testo, ne riporto qualcosa con gratitudine: 

 «Povero Giuda – aveva esordito il parroco – Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».

«Amico! Questa parola – continuava Mazzolari – che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli sono diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro».

Dopo aver ricordato la fine disperata dell’apostolo traditore, Mazzolari concludeva: «Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là…».

« E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico».

passaggi

passaggi di tempo, passi di corsa sui sentieri del parco, passi verso la vita che non passa…

 

Corpus Domini a San Jacopo in Polverosa. Amo la chiesa di San Jacopino e ci vado volentieri anche quando il parroco, il carissimo don Fulvio, è altrove. Il viceparroco, don Daniele, è molto bravo.

Ma soprattutto c’è Gesù, come in ogni chiesa, ma lì, dove gli ho portato le mie cadute e i miei dubbi, lo sento più vicino, più luminoso dopo avergli consegnato tutto il mio buio

“Te, Cate, ti affezioneresti anche ai sassi” diceva il Puccio. E in effetti mi sono affezionata anche ai sassi e a ogni angolo di questo posto.

Ma non è solo nella chiesa che mi lascio abbracciare dal mistero.

I misteri non si possono capire, si può solo farsene capire, comprendere, prendere, abbracciare. Entrarci dentro un po’ alla volta.
Tutto parla di Te.

Stanotte in terrazza, esposta alla luce lunare in attesa della rugiada del primo mattino, l’acqua di San Giovanni.

Rito di inizio estate che insegna a ringraziare la natura e la sua generosità di forme e colori, profumi e varietà.

Nella raccolta cura e riconoscenza, attenzione nel distinguere erbe benefiche da foglie velenose, rispetto nel cogliere solo quel che si userà, con misura e delicatezza… alla fine già solo preparando la misticanza che non si mangia ci si nutre di bellezza. Raccolti fiori nel giardino vicino alla chiesa, dal muro vicino a casa (i tre fiori belli di passiflora) e qualche fiorellino più colorato alle Cascine, dopo la corsa pomeridiana al parco… dove mi aspetta il volo delle farfalle bianche a parlarmi del babbo. Nelle braccia del Padre. GRAZIE

 

 

per un’amica

Luna magnetica, grande nel cielo stasera a bocca aperta, poche sere fa sottile e silenziosa tra un volo di rondini e le nuvole al tramonto.

Soste per bere e riprendere fiato in questi giorni di caldo strano, feroce quasi dopo tanta pioggia (sembra di esser passati da novembre a luglio e ancora non siamo al solstizio d’estate), in cui ho ripreso a correre sopra i fantasmi e… “più forte della malinconia”.

Non ci sono solo i fantasmi da fuggire, gli stracci di passato strascicato che non passa… ci sono soffi di spirito, assenze presenti che si fanno sentire con punte di dolore più bruciante nei momenti di solitudine e con carezze misteriose nelle ore di libertà…

le farfalle bianche mi parlano dell’amore di mio padre, mi ricordano i nonni che mi mancano tanto, mi fanno sorridere dal cuore “ciao babbo” al pensiero di chi mi manca troppo e allora ogni tanto mi viene a trovare con ali candide che si fermano un secondo sulla mia mano, come ieri, in pochi scatti tra i fiori violetti e le siepi vicino al Ponte all’Indiano come stamani…

E poi la memoria di Sant’Antonio, nella chiesa di San Jacopino, come l’anno scorso. Stavolta, per me, a render grazie. Preghiere per chi ne ha bisogno sul serio (e quindi anche per me, sempre, come per tutti, ma oggi in particolare per chi me lo ha chiesto e per chi è in ospedale…)

Messa davanti all’altare dedicato a Sant’Antonio di Padova (Fernando da Lisbona), candele e pensieri, canti e sguardi, speranza e fiducia.

 

In borsa tenevo in una tasca l’immaginetta con dietro la preghiera che avevo ricevuto in dono dopo la messa del 13 giugno dell’anno scorso.


Ne metto foto per l’amica lontana chilometri che non ha smartphone, ma un cellulare che sa ‘solo’ far telefonate e scrivere o ricevere sms… a lei non posso mandarle per Whatsapp… e mi tocca far un post per dirle quanto l’ho pensata! Grazie

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