il dolore innocente

La sofferenza ingiusta, la malattia degli innocenti, il dolore dei bambini, la disgrazia che si abbatte su chi si comporta bene come su chi se la spassa senza curarsi di nessuno… se non si esce dall’arcaico e ancora forte, almeno inconsciamente, schema di merito e colpa, non si trova risposta al quesito che prima o poi tutti i credenti affrontano, se Dio è e se è buono e giusto e onnipotente, perché il male nel mondo? Perché muoiono i bambini? Il dialogo tra Ivan e Alëša nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij si sposa con il grido di Giobbe, oggetto della scommessa del ‘satan’ con Dio. Il ‘satan’ era l’avvocato dell’accusa, il diavolo è l’accusatore, il primo sponsor dei sensi di colpa, il nemico invidioso dell’amore del Creatore per le sue creature…

Ovviamente nessuna risposta verrà da questo post, ci si sono rotti le corna fior di teologi… mi segno solo alcune citazioni e qualche frammento di riflessione. Briciole:

Dirò a Dio: Non condannarmi!
Fammi sapere perché mi sei avversario.
E’ forse bene per te opprimermi,
disprezzare l’opera delle tue mani
e favorire i progetti dei malvagi?
Hai tu forse occhi di carne
o anche tu vedi come l’uomo?
Sono forse i tuoi giorni come i giorni di un uomo,
i tuoi anni come i giorni di un mortale,
perché tu debba scrutare la mia colpa
e frugare il mio peccato,
pur sapendo ch’io non sono colpevole
e che nessuno mi può liberare dalla tua mano?
Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto
integro in ogni parte; vorresti ora distruggermi?
Ricordati che come argilla mi hai plasmato
e in polvere mi farai tornare.
Non m’hai colato forse come latte
e fatto accagliare come cacio?
Di pelle e di carne mi hai rivestito,
d’ossa e di nervi mi hai intessuto.
Vita e benevolenza tu mi hai concesso
e la tua premura ha custodito il mio spirito.
Eppure, questo nascondevi nel cuore,
so che questo avevi nel pensiero!
Tu mi sorvegli, se pecco,
e non mi lasci impunito per la mia colpa.
Se sono colpevole, guai a me!
Se giusto, non oso sollevare la testa,
sazio d’ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.
Se la sollevo, tu come un leopardo mi dai la caccia
e torni a compiere prodigi contro di me,
su di me rinnovi i tuoi attacchi,
contro di me aumenti la tua ira
e truppe sempre fresche mi assalgono.
Perché tu mi hai tratto dal seno materno?
Fossi morto e nessun occhio m’avesse mai visto!
Sarei come se non fossi mai esistito;
dal ventre sarei stato portato alla tomba!

Il tono è un po’ diverso dalla prima reazione, quando gli era stato tolto tutto: ricchezze, bestiame, figli:

«Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».

Ma nel grido, nei lamenti, nell’insofferenza per le consolazioni moralistiche dei tre amici, Giobbe non smette di rivolgersi a Dio, lo chiama a rispondergli, lo invoca e la risposta alla fine verrà. Non una spiegazione, ma un rapporto personale, l’incontro.

(che poi perché intitolano i dipinti “Giobbe consolato dagli amici” quando quei tre non fanno che accusarlo di qualche colpa segreta o, nel migliore dei casi, ammonirlo e invitarlo a prendere tutto quel patire come purificazione…?)

Micidiale la reazione della moglie di Giobbe, mix di rimprovero e disgusto: al marito colpito anche nella carne e nell’osso (sempre per la sfida del satan a Dio “sì, sì, bravo il tuo Giobbe, ma non ti rispetta gratis, per nulla… toccalo nei suoi beni…” “sì, sì, ha retto bene alla perdita di bestie e figli, case e cose, ma toccalo nella sua pelle e vedrai come ti benedirà in faccia!”), ridotto a una piaga continua “dalla pianta dei piedi alla cima del capo”, mentre si gratta con un coccio, immerso nella cenere e nel sudiciume, quella donna grida: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Benedici ancora Dio e poi crepa!» . Eppure in passato tutto andava bene, Giobbe era buono e giusto, ricco e ‘benedetto’ in ogni aspetto dell’esistenza, nel segno della compassione per i più sventurati:  «Soccorrevo il povero che chiedeva aiuto e l’orfano che ne era privo. La benedizione del disperato scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia. Mi rivestivo di giustizia come di un abito, la mia equità era come il mio manto e il turbante. Ero gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo e padre per i poveri» ( Libro di Giobbe 29,12-16).

Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «E’ stato concepito un uomo!».
Quel giorno sia tenebra,
non lo ricerchi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.
Lo rivendichi tenebra e morte,
gli si stenda sopra una nube
e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!
Quel giorno lo possieda il buio
non si aggiunga ai giorni dell’anno,
non entri nel conto dei mesi.
Ecco, quella notte sia lugubre
e non entri giubilo in essa.
La maledicano quelli che imprecano al giorno,
che sono pronti a evocare Leviatan.
Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,
speri la luce e non venga;
non veda schiudersi le palpebre dell’aurora,
poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno,
e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!
E perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?

(Cap. 3)

Eppure, non si rompe mai il filo della fede. Dopo l’incontro con l’assurdo, l’incontro con l’origine della vita.  Senza spiegazione, ma cambia tutto.

E magari a qualcuno verrà voglia di rileggere tutto il bellissimo libro di Giobbe, che inizia come una favola e si innalza in vette di poesia insuperate… 

briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Ricercatrice e testimone di luce

“Più si fa buio intorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto”

 

Edith Stein

(Breslavia, Polonia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, Polonia, 9 agosto 1942)

A un compagno di prigionia nel lager, dove fu uccisa nella camera a gas, disse: “Non avrei mai immaginato che gli uomini potessero essere così… e che le mie sorelle e i miei fratelli ebrei dovessero soffrire tanto… Ora io prego per loro. Ascolterà Dio la mia preghiera? Certamente ascolterà il mio lamento”

Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo agnostica. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas.

Una testimonianza dal lager la ricorda così: “Tra tutti gli altri deportati suor Teresa Benedetta attirava l’attenzione per la sua calma e il suo abbandono. Le urla e la confusione nel campo erano indescrivibili. Lei andava qua e là tra le donne consolando, aiutando e calmando come un angelo. Molte madri, vicine ormai alla follia, non si occupavano più dei loro bambini e guardavano davanti a sé con ottusa disperazione. Lei li lavava, li pettinava, e curava”

 

Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

 

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
Sulla parete chiara della chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica. Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire. (…)
Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata santa in ottobre, entrambi mesi di Maria: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità”. Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile – un’altra coincidenza? – il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo. Così Edith offrirà a lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
Il 21 aprile 1938 suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece – dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli” – occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella – aveva detto – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – lei concludeva –, è ben custodito.”
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.

Maria Di Lorenzo (riportato dalla pagina Santi e Beati)

Balliamo balliamo o siamo perduti

 

880x0_p1c3sgv6i43j1q1smunfb91fba5

Un paio d’anni fa, dopo aver visto un breve filmato sul ballerino siriano a Parigi,

ho letto la storia di Ahmad Joudeh, un ragazzo cresciuto in un campo profughi di Damasco.

Un ragazzo sì, anche un sogno fatto carne, però, una scintilla di luce in un punto del tempo e dello spazio dove da un po’ è difficile trovare la bellezza. A riprova della verità che dentro di noi sappiamo: in ogni luogo può brillare la scintilla di bellezza nata da un sogno e in ogni tempo quella scintilla può divampare in un fuoco di passione.

Ahmad è figlio di madre siriana e padre palestinese, da quando è bambino ha sempre avuto il sogno di fare il ballerino. Quando il padre se ne accorge si infuria, gli vieta severamente di accostarsi in qualsiasi maniera alla danza, ma Ahmad continua a ballare e non solo, insegna danza, offre lezioni di danza gratis ai bambini orfani e disabili (e in zone di guerra i bambini orfani o con disabilità causate da ferocia, armi, mine e non da malattie sono tanti).

Ahmad insegna a ballare, balla, ama la danza. Non la smette, no! Suo padre se ne accorge e lo picchia, lo prende anche a bastonate sulle gambe, ma non esiste bastonata che possa uccidere una passione.

Ahmad sfida suo padre e sfida anche l’Isis e la minaccia di morte. Ahamd  si fa tatuare sul collo la scritta «Danza o muori» e lo fa nel punto preciso dove i boia dell’Isis calano la spada per eseguire le condanne capitali.

TattooDanceOrDie (1)

Per mesi e mesi   Ahmad balla sui tetti di Damasco flagellata dalle bombe e posta in rete i video delle sue coreografie.

Un regista olandese, Rusbel Kanonif, lo vede e capisce al volo di avere tra le mani una storia eccezionale, così si precipita in Siria per realizzare un documentario su di lui. Girano anche a Palmira, dove viveva la famiglia di Ahmad… casa distrutta. I sogni no.

Grazie a Kanonif, il Dutch National Ballet di Amsterdam nota il talento di Ahmad e lo aiuta ad espatriare in Olanda, dove Ahmad inizia a danzare professionalmente nel corpo di ballo… e arrivò Parigi e poi un incontro con Roberto Bolle e 

il libro DANZA O MUORI

Babbo, un anno senza te…

e mi manchi. Mi manca la tua voce, mi manca il tuo sorriso che partiva dal cuore e si allargava dagli occhi alla bocca alle spalle… sorridevi con tutta l’anima, campione degli abissi di angoscia e delle vette di perfetta letizia, mi sa che ho preso da te l’inclinazione agli estremi, scarso equilibrio, insofferenza ai compromessi, passione per il dare, darsi e finanche sdarsi… e sempre leggere, scrivere, narrare, raccontarsi.

Anche Viola sente la tua mancanza e me lo dice spesso: “il nonno era il mio preferito di tutta la famiglia, mi sorrideva sempre, non mi sgridava mai… quando andiamo a trovarlo in cielo?”. Le ho spiegato che non si possono fare gite di andata e ritorno, ma che ti può trovare nel suo cuore e che alla fine sì, ci ritroveremo tutti (speriamo).

E si ricorda di quando stavi male e di quando sei tornato a casa dopo l’ultimo ricovero… eravamo felici, non ci si aspettava che dopo poco ci avresti lasciati. Senza tornare in ospedale, però, come mi hai chiesto: “Cate, non ci voglio andare, non chiamate l’ambulanza”. Il 118 lo avevo chiamato, invece, ma non sono riusciti a rianimarti e spero che la tua anima ne sia stata contenta. A casa, l’ultimo respiro a casa, il tuo ultimo respiro, le tue ultime parole, le ultime preghiere a voce, tra le mie braccia, con mamma, tua moglie amata, vicina come sempre, in lacrime nella stanza accanto…  voglio ricordare i tuoi ultimi sorrisi, cancellare il ricordo dell’agonia. Straziante ancora nel ricordo quella lotta tra l’amore per la vita che non ti mollava e la voglia di andare oltre le sofferenze, a vedere faccia a faccia quel che qui vediamo ‘per speculum et in aenigmate’ anche se so che un giorno sarà tutta gioia il privilegio di esserti stata accanto nel finale, con tutto il mio amore, pur nel dolore. Grazie

Prima Bernardo, poi Viola, due nipotini li hai visti…

“Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!”
dice il Salmo 127 

Si è realizzato per te l’augurio che proviene direttamente dal Creatore della vita.

Ci sto provando a lasciarti andare, mi manchi tanto, ma so che ora sei tra le braccia dell’Amore infinito, sei passato alla vita che non passa e ci ritroveremo se non mi chiuderò alla salvezza che mai si impone. Non penso manchi nulla al tuo cielo, ma una messa nell’anniversario la facciamo dire per te… insomma, per te… forse solo per noi, come un omaggio, come un fiore…


Le letture di oggi:

Io sto per far piovere pane dal cielo per voi.

(…) Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno».

Mosè disse ad Aronne: «Da’ questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: “Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!”». Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube.

Il Signore disse a Mosè: «Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».
La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra.
Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
(Es 16,1-5.9-15)

Diede loro pane dal cielo.

Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per la loro gola.
Parlarono contro Dio,
dicendo: «Sarà capace Dio
di preparare una tavola nel deserto?».

Diede ordine alle nubi dall’alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.
L’uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.

Scatenò nel cielo il vento orientale,
con la sua forza fece soffiare il vento australe.
Su di loro fece piovere carne come polvere
e uccelli come sabbia del mare,
li fece cadere in mezzo ai loro accampamenti,
tutt’intorno alle loro tende.

(Salmo 77)

Una parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

(Mt 13,1-9)

seminatore.jpg

Qui non ne avevo parlato, il giorno del mio compleanno, il primo senza te, la prima cosa che ho fatto è stata portarti una fetta di Sacher, la torta che mamma mi prepara ogni anno il 22 aprile, e il tuo fiore preferito, la rosa bianca… sulla sepoltura ancora provvisoria. Tienimi ancora tra le tue braccia come quando ero piccina, guardami con amore, proteggimi dal cielo, ciao babbo!

Le parole per dirlo

Febbre al giardino

” Davanti al pregiudizio reagire alzando la posta: meglio tacere? Lo sapranno anche i muri. (…) Tra gli scatoloni in cemento delle case popolari io sono cresciuto in un’intercapedine, respirando una bolla d’aria diversa. Ho conosciuto lo sradicamento silenzioso, il vuoto della non appartenenza. Mi sono abituato all’idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto. Esporre il copione, il regolamento. Appropriarsi a proprio modo dello spazio dell’esclusione, introdurre una falla nel sistema e stare a vedere”

Da Febbre di Jonathan Bazzi, Fandango

Le parole che si incastravano nella gola del bimbo balbuziente esondano nella scrittura come un regalo di luce e verità.
Un romanzo di formazione se non fosse una storia vera, un’autobiografia quasi in presa diretta se non fosse anche una narrazione ricca di simboli e suggestioni. La più coinvolgente lettura degli ultimi tempi, per me, la più folgorante tra le opere prime.

Una storia di vita, amori, ricerca di sé. La febbre che porta Jonathan a scoprire di essere sieropositivo non è il più rilevante tra i prologhi al tremore, c’è tanto di più.

Febbre

Ho comprato il libro perché mi aveva colpito un post di Jonathan su Facebook, l’ho scelto perché parlava dell’HIV? Forse. Della grande peste viola incubo della mia adolescenza (quando i malati morivano e le persone scoprivano di esser sieropositive solo se ammalate già e la pubblicità faceva il contorno violaceo ai malati-untori-appestati da evitare). O perché intravedevo storie di amore? Anche.
Ci ho ritrovato turbamenti di quando ero ragazzina, il sentirsi sempre fuori posto, inseguire identità, la scissione tra la fuga dagli altri (paura o solo paura del rifiuto? Anzi della possibilità del rifiuto, dell’incertezza? Oh, anche paura di prenderle, eh! Paura fisica concreta, non paturnie… eppure, anche lì, solo paura? Che paura che voglia di esser presi senza attese) e il bisogno implorante di essere ascoltati, aiutati a venire ancora al mondo, nel racconto. Ma senza essere divorati.

Lo consiglio a chi ama leggere, lo consiglio a chi è stanco di leggere e si affanna a raccontarsela… può dare una mano a fare i conti con la propria verità, con la propria storia di vita rattoppata o sbreccata, non importa se etero o gay, se malati nel corpo o nelle emozioni. Catartico. Bello

 

Mors tua vita mea … “Love Kaputt” di Antonio Giugliano

“Il suo più grande errore era stato proprio sposarsi, si disse. La sola verità che ne era emersa era che quando si cade nelle sabbie mobili difficilmente se ne esce in due. Mors tua vita mea, il detto latino non sbagliava mai”

Una storia di amore e disamore, una caduta agli inferi e un riscatto anomalo, una trama per niente banale, un’analisi penetrante del male che sanno farsi gli amanti. Love Kaputt è un sottile noir psicologico con finale davvero sorprendente, inatteso per quanto, alla luce degli indizi disseminati tra le pagine, perfettamente logico.
Niente spoiler, mai potrei rovinare il gusto di farsi prendere dalla storia di Maurizio e della morte di Elena, diventare partecipi del cupo dolore del vedovo sconvolto prima dai sospetti di aver ucciso la sua amata, poi dalla progressiva scoperta della doppia vita di quella donna con cui pensava di poter essere finalmente felice.
Appena un accenno alla trama, perché la storia è ben costruita, funziona, regge alla grande (che progresso nella tecnica narrativa dai tempi dei “Racconti bastardi”! Mi sento privilegiata a seguire la crescita dello scrittore che mi turbò con quell’infuocata raccolta e che ora inchioda i  lettori allo sviluppo di psicologie complesse e alla disamina spietata delle conseguenze delle passioni), merita nuovi lettori:

Maurizio Marullo è un agente di commercio, un solitario misantropo, ma non ancora vaccinato abbastanza contro il virus del sogno romantico. E si innamora della bella donna conosciuta in treno nel viaggio di ritorno alla terra natia, ben presto la sposa, inizia con lei una vita piena di cose buone fino al precoce logoramento della felicità coniugale. La vivace, brillante, originale, elegante, splendida Elena diventa distratta, spenta, smarrita, disorientata, forse gravemente depressa, forse malata di Alzheimer… finché un giorno viene ritrovata impiccata nell’ospedale dove lavora. Omicidio? Suicidio? All’inizio è proprio il marito il primo sospettato, poi però il caso viene archiviato come suicidio. Ma il vedovo non riesce a consolarsi nel gorgo di evasioni anche rischiose in cui si butta per  stordirsi, dimenticare, sentirsi di nuovo vivo, non può cancellare i dubbi, non può scansare il dover capire, si ritrova a scoprire un’altra donna, fino a pensare di non aver mai conosciuto davvero la moglie. Ritrova il suo cinismo e una speciale forma di sopravvivenza psichica oltre che fisica…

Da leggere. E godere. Per la storia e per il linguaggio pulito, asciutto, curato. 

prologo Love Kaputt

Editore: Augh! (1 marzo 2017)
Collana: Ombre
Autore: Antonio Giugliano … che io conoscevo come Woland nell’altro altrove…

Antonio Giugliano è nato a Napoli.
Alcuni suoi scritti sono stati inclusi in antologie edite da Giulio Perrone Editore (2005-2006). Ha pubblicato “Racconti bastardi” (Zona Editore, 2010) e il romanzo “Più nero che qui” (Monetti&Ragusa, 2014). Nel 2017 è uscita, in self publishing, la raccolta di racconti “Corpi

 

Romanzo popolare. Non proprio una recensione

perché non è il mio mestiere, non saprei neanche da dove iniziare per una vera recensione, non sono più nel giro dell’editoria da tempo, non mi paga nessuno, non credo sia giusto condizionare i lettori con un’analisi sempre parziale, ma un parere, una manciata di impressioni e un invito alla lettura per chi ancora non ha scoperto un libro capace di accarezzare l’animo e far emozionare, commuovere, riflettere …sì, questo penso sia nelle mie corde, anche rubando minuti al lavoro, tra un cliente in negozio e un ordine…

Le ultime pagine di questo delicato e potente romanzo mi hanno liberato un pianto trattenuto da troppo tempo.
E ringrazio la funzione catartica dell’arte, ancora una volta. Se un libro non mi porta alle lacrime o al riso, difficilmente mi resta in cuore. Romanzo popolare lascia dentro qualcosa, non è “soltanto” una lettura di intrattenimento (nulla contro i romanzi che aiutano a vivere altre vite nella fantasia e permettono così di non “agire” il desiderio umanissimo di evasione e distrazione, l’altra importante funzione dell’arte è proprio questa).
Il mio parere è poi condizionato dalla conoscenza dell’autrice. Un’amica di blog nell’altro altrove e poi nei “social”, non ci siamo mai incontrate (per il momento), faccia a faccia, occhi negli occhi, ma sento come una fortuna e un privilegio l’aver visto crescere negli anni il suo talento, dai brevi racconti sul blog alla prima raccolta stampata, la deliziosa silloge Succo di melograna, attraverso il primo romanzo, il sognante anche se dolente, La casa dal pergolato di glicine, fino a questo concentrato di ritratti di vite (non solo di donne, stavolta anche i protagonisti maschili hanno uno spessore e una tragica dignità che fanno sentire la maturazione di Lucia Guida come scrittrice) in un piccolo mondo ben noto all’autrice, sempre fedele alla vita autentica.
Che cosa resta della prima prova d’autore? La cura minuziosa dei dettagli e la ricerca di un linguaggio mai banale. Che cosa si è aggiunto? Una sempre maggiore libertà di esprimere i sentimenti senza descriverli, la capacità di inchiodare chi legge alle pagine, l’abilità nel farti affezionare ai personaggi senza dare giudizi.

Il destino e le scelte. Le scelte difficili di donne votate al sacrificio, ma non per questo prive di desideri, sogni, prepotente voglia di felicità, oltre le ferite, gli errori, gli orrori. Non sante, non tutte donne forti, anzi… la povera Giselda, la più fragile e ingenua, si lascia trascinare dal suo destino, la saggia Teresa non cambia il suo destino, ma lo accetta e vi aderisce con tanta dedizione da farlo diventare una sua scelta, Maria tenta di dargli una sterzata violenta, ma capisce che non le è servito, forse. 
Resta inciso nella carne e nel cuore il monito del proverbio abruzzese citato nel romanzo: “Chi pequere se fa, lupe se la magne” (chi si fa pecora, il lupo se lo mangia).

E quella lezione torna in tutta la storia, però, alla fine non restano i lupi, in mente, ma le madri, a volte pecore, più spesso leonesse nel difendere i figli dallo scacco del destino. Persino la più debole, in qualche modo, spiazza tragicamente il suo povero lupo.

Da leggere.

Più nero che qui

Più nero che qui copertina

” C’era ancora l’anello di ferro, infisso nel muro della macelleria, al quale veniva attaccato il maiale prima di essere macellato, ogni martedì. Lo avevano tirato lì a forza, con un anello attaccato al naso. Il maiale emetteva grida acute, di paura; sembrava un bambino che stessero picchiando. Presagiva la morte? O era solo il terrore, per quello che gli avrebbero potuto fare gli stessi umani che fino a due ore prima l’avevano allevato e accudito? Quello che è certo è che, qualsiasi fosse il sentimento che provava, io scappavo via e giuravo a me stesso che non avrei mai torto un pelo a nessun animale. Un giuramento che ho mantenuto, ma che conta poco, alla luce dei fatti. “

Frammenti di memoria raccolti in un vecchio diario che il narratore interno pensa di bruciare con tutto il passato che non smette di torturarlo e domandare alla mente una spiegazione che, dalla realtà esterna almeno, non arriverà. Squarci di lucidità in un delirio stremato, gocce di tenerezza sparse in un mare amaro di fuga disperante. E un amore senza futuro che sembrava l’ultima occasione di salvezza. Per lui, solo, con un documento nuovo e un’identità fasulla, uno scampato dall’inferno e rinato vecchio e per lei, la moglie di un criminale spietato, sola, proprietà privata di un uomo che non l’ama, ma non potrebbe lasciarla andare. C’è poi un altro piano narrativo, non frammentato come il diario del protagonista e voce narrante della storia d’amore impossibile, con una logica almeno apparente, un racconto che fila liscio e cattura l’attenzione sin dall’incipit:


 “A quel tempo la Magnacapitale della Repubblica Aristocratica e Popolare dell’isola di Cacastreppa, esattamente a metà strada tra l’Isola Che Non C’è e l’Isola Non trovata, era al massimo del suo fulgore per profitti, ricchezze, bellezze e orrori.”

Profitti illeciti, ricchezze sporche, ma soprattutto finte, bellezza naturale soffocata, orrori consumati in fretta…anelli invisibili attaccati al naso di maiali a due zampe e due braccia, senza l’innocenza del maiale macellato. Anelli non infissi al muro, ma dietro le macchinette del videopoker, nella cocaina, nel sesso sfrenato e senza gusto, senza gioia, mentre una pioggia incessante ammacca ossa e umori, allaga senza dissetare, dilaga senza lavare.

Pioggia di novembre anche nel diario: “La strada era bagnata e dai balconi e dai tetti ancora gocciolavano i residui della pioggia che era caduta per tutto il giorno e che ora stava concedendo una pausa alle fogne esauste, ai muri, alle cose, alle case e alle strade, imploranti una tregua a quel diluvio novembrino incessante e funesto, presago di sventure, gonfio d’angosce”. Mi piace il ritmo di questa prosa, in tutto il romanzo c’è ritmo anche quando sembra non accada molto. Se fosse una musica, sarebbe jazz e “il jazz è sempre stato come il tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia” (Duke Ellington). Ecco, non vorrei far leggere questo romanzo a mia figlia, almeno finché Viola non avrà compiuto 22 anni! Non è un libro per tutti, lo consiglio solo a un pubblico adulto e vaccinato (la lettura dei quotidiani italiani potrebbe bastare come vaccino… chi riesce a dormire senza ansiolitici dopo aver letto certe cose non ha senso si scandalizzi per i baccanali di Cacastrappa, ma le scene di sesso sono effettivamente parecchio spinte e la sensibilità di molti, di molte soprattutto, potrebbe esserne turbata oltre misura).

L’autore, che conoscevo come Woland ai tempi del primo blog, ormai è un amico, non solo un contatto di facebook, anche se non ci siamo mai incontrati face to face. Mi aveva colpita moltissimo il suo primo libro, “Racconti bastardi”. Colpita e affondata. Non avevo letto niente di più spietato e preciso.
Di “Più nero che qui” avevo acquistato una copia tramite ibs, prima di sapere che Antonio me ne avrebbe mandata in dono una con dedica.

Dedica di Antonio
L’altra copia del romanzo è ora in viaggio per Milano, dove spero sia gradita all’angelo briaho.
Non lo consiglio alle signorine perbene, agli amanti dei neomelodici, a chi cerca una lettura di conforto, agli stomaci delicati.
Non lo consiglio neanche a chi cerchi nello scrittore meridionale il pamphlet di denuncia dei mali locali. In un certo senso la denuncia c’è, ma non particolare, non legata a quella terra cui pure Antonio Giugliano dedica il suo ultimo lavoro.

più nero che qui dedica alla terra dei fuochi

Cacastreppa può essere Napoli, può essere l’Italia intera, ma questo è un romanzo. Forte, cupo, grottesco, appassionato, non privo di divertimento, carico di sofferenza, alleggerito solo dall’ironia e dal piacere di leggere chi narra per bisogno di scrivere.

Chiudo con due citazioni brevi. E fuori contesto funzionano lo stesso, mi pare.

“… le contorsioni della psiche femminile sono un groviglio che s’imbroglia ogni mattina”
(confermo)

“Eccoci là. Noi. Eravamo due innamorati e basta, niente di più e niente di meno. Il che equivale a dire che eravamo due disadatti. Perché l’unica cosa che so, dell’amore, è che non è di questo mondo e gli innamorati sono, in quell’attimo che dura l’amore, creature ultramondane, ultramarine, ultracelesti”

Ecco, il vantaggio di conoscere l’autore è che puoi chiedergli qualsiasi cosa appena finito di leggere il suo libro. Quel “disadatti” mi suonava strano lì per lì, pensavo addirittura a un refuso per “disadattati”… e glielo ho detto in messaggeria di facebook. Ecco la risposta: ” No, disadatti è proprio voluto. Non ti piacerà, ma è il termine che ho usato apposta. Disadattati implica una coercizione, una costrizione all’adattarsi alla vita. Disadatti è una ribellione all’adattarsi”

Una ribellione a farsi attaccare l’anello di ferro al naso. E pure le briglie che si usano per altri animali, anche i cavalli un tempo venivano legati con la cavezza a quel tipo di anello di ferro infisso nel muro. Non andavano al macello, finché correvano, finché servivano, ma non erano liberi, erano molto adatti e adattati.

Antonio Giugliano

Letture sparse

“Ga!
“No, “gatto” prima del caffè no…”

GaMi piace leggere a Viola le fiabe, mi piace rileggerle con lei e volevo proprio ritrovare quelle dei fratelli Grimm che nonna Gabriella mi leggeva quando ero piccina.
Per cominciare va bene la raccolta illustrata con il gatto in copertina, il gatto con gli occhiali e un libro tra le zampe che per Viola è “Ga”. Un libro che lei adora sfogliare di continuo, rimescolando le storie…

con Viola che sfoglia il libro

e a volte mi stanco a leggere dei sette capretti che incontrano Raperonzolo mentre Biancaneve continua a spazzare la casa dei sette nani e poi scappano con Cappuccetto Rosso dentro la storia dei Musicanti di Brema, perché tanto si torna sempre a quella fiaba lì, con Viola incantata dai briganti spaventati dopo l’irruzione nel rifugio di asino, cane, gatto e gallo…
All’alba, prima di aver preso un caffè, no. Dopo se ne può riparlare e ricominciare a leggere come se si potesse finire una storia in una volta, per finire a recitare la parte del lupo e della strega quasi in contemporanea con quella dell’asino che vuole andare a Brema e della mamma di Raperonzolo fissata con quell’orto…

15 Viola e gattoE poi fuori, al giardino o in piazzetta, più vicino a casa… comunque con un po’ di verde in mezzo a cemento e asfalto.

12 CateViola4

Viola è curiosa e golosa di tutto, non solo di biscotti…
aprile 2014 Viola golosa

7 Viola con  me e Sandro

La sera arrivo cotta a puntino, uno sguardo al cielo tra la pappa e la ninnananna e letture sparse a distrarre i fantasmi.13 Luna e nuvole

Dopo “Espiazione” mi sono regalata una carezza con “La gita di mezzanotte” di Roddy Doyle. Un libro per bambini. Delicato, ironico, scritto bene, commovente senza esser sdolcinato. Come una favola, anche per grandi, per una serata di conforto.

Gita

 E poi è arrivato “Il giardino di cemento”.

4 libro e limoncelloDuro, inquietante, scabroso. Non mi è piaciuto quanto “Espiazione”, ma ci ho ritrovato il dono di Ian McEwan almeno in potenza, forse già un po’ in atto: la capacità di entrare nella psicologia di un adolescente sporco, isolato e smarrito come nei pensieri di una bambina in preda al demone dell’ordine. E la capacità di farci entrare nel mondo dei suoi personaggi. Senza giudicare.

“Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra quasi di avergli dato una mano a morire. E se non fosse capitata in coincidenza con una pietra miliare nel mio sviluppo fisico, la sua morte sembrerebbe un fatto insignificante in confronto a quello che è successo dopo. Parlai di lui con le mie sorelle per tutta la settimana seguente al giorno in cui morì, e Sue di sicuro pianse un po’ quando gli uomini dell’ambulanza lo rimboccarono in una vivace coperta rossa e lo portarono via. Era un uomo fragile, irascibile e ossessivo, con le mani e il viso giallastri. Includo qui la breve storia della sua morte solo per spiegare come mai le mie sorelle ed io ci trovammo con tanto cemento a nostra disposizione”

A metà libro ero già un’altra sorella di Jack, Julie, Sue e Tom … diffidente nei confronti dell’estraneo, di nuovo prigioniera nel mondo a parte che l’adolescenza è spesso o quasi sempre, anche senza giardini di cemento e macabri segreti in cantina. E l’angoscia mi ha presa a fine lettura, quando il mondo di fuori si riprende i quattro orfani… e probabilmente li dividerà, perché arriva la polizia o arrivano assistenti sociali, comunque gente di fuori, parecchia gente sul vialetto e la luce azzurra roteante che da una fessura nelle tende entra a svegliare Tom

“Ecco qua! – disse – ci siamo fatti una bella dormita.”


Un incubo, ben scritto.

Voci precedenti più vecchie