Mors tua vita mea … “Love Kaputt” di Antonio Giugliano

“Il suo più grande errore era stato proprio sposarsi, si disse. La sola verità che ne era emersa era che quando si cade nelle sabbie mobili difficilmente se ne esce in due. Mors tua vita mea, il detto latino non sbagliava mai”

Una storia di amore e disamore, una caduta agli inferi e un riscatto anomalo, una trama per niente banale, un’analisi penetrante del male che sanno farsi gli amanti. Love Kaputt è un sottile noir psicologico con finale davvero sorprendente, inatteso per quanto, alla luce degli indizi disseminati tra le pagine, perfettamente logico.
Niente spoiler, mai potrei rovinare il gusto di farsi prendere dalla storia di Maurizio e della morte di Elena, diventare partecipi del cupo dolore del vedovo sconvolto prima dai sospetti di aver ucciso la sua amata, poi dalla progressiva scoperta della doppia vita di quella donna con cui pensava di poter essere finalmente felice.
Appena un accenno alla trama, perché la storia è ben costruita, funziona, regge alla grande (che progresso nella tecnica narrativa dai tempi dei “Racconti bastardi”! Mi sento privilegiata a seguire la crescita dello scrittore che mi turbò con quell’infuocata raccolta e che ora inchioda i  lettori allo sviluppo di psicologie complesse e alla disamina spietata delle conseguenze delle passioni), merita nuovi lettori:

Maurizio Marullo è un agente di commercio, un solitario misantropo, ma non ancora vaccinato abbastanza contro il virus del sogno romantico. E si innamora della bella donna conosciuta in treno nel viaggio di ritorno alla terra natia, ben presto la sposa, inizia con lei una vita piena di cose buone fino al precoce logoramento della felicità coniugale. La vivace, brillante, originale, elegante, splendida Elena diventa distratta, spenta, smarrita, disorientata, forse gravemente depressa, forse malata di Alzheimer… finché un giorno viene ritrovata impiccata nell’ospedale dove lavora. Omicidio? Suicidio? All’inizio è proprio il marito il primo sospettato, poi però il caso viene archiviato come suicidio. Ma il vedovo non riesce a consolarsi nel gorgo di evasioni anche rischiose in cui si butta per  stordirsi, dimenticare, sentirsi di nuovo vivo, non può cancellare i dubbi, non può scansare il dover capire, si ritrova a scoprire un’altra donna, fino a pensare di non aver mai conosciuto davvero la moglie. Ritrova il suo cinismo e una speciale forma di sopravvivenza psichica oltre che fisica…

Da leggere. E godere. Per la storia e per il linguaggio pulito, asciutto, curato. 

prologo Love Kaputt

Editore: Augh! (1 marzo 2017)
Collana: Ombre
Autore: Antonio Giugliano … che io conoscevo come Woland nell’altro altrove…

Antonio Giugliano è nato a Napoli.
Alcuni suoi scritti sono stati inclusi in antologie edite da Giulio Perrone Editore (2005-2006). Ha pubblicato “Racconti bastardi” (Zona Editore, 2010) e il romanzo “Più nero che qui” (Monetti&Ragusa, 2014). Nel 2017 è uscita, in self publishing, la raccolta di racconti “Corpi

 

Romanzo popolare. Non proprio una recensione

perché non è il mio mestiere, non saprei neanche da dove iniziare per una vera recensione, non sono più nel giro dell’editoria da tempo, non mi paga nessuno, non credo sia giusto condizionare i lettori con un’analisi sempre parziale, ma un parere, una manciata di impressioni e un invito alla lettura per chi ancora non ha scoperto un libro capace di accarezzare l’animo e far emozionare, commuovere, riflettere …sì, questo penso sia nelle mie corde, anche rubando minuti al lavoro, tra un cliente in negozio e un ordine…

Le ultime pagine di questo delicato e potente romanzo mi hanno liberato un pianto trattenuto da troppo tempo.
E ringrazio la funzione catartica dell’arte, ancora una volta. Se un libro non mi porta alle lacrime o al riso, difficilmente mi resta in cuore. Romanzo popolare lascia dentro qualcosa, non è “soltanto” una lettura di intrattenimento (nulla contro i romanzi che aiutano a vivere altre vite nella fantasia e permettono così di non “agire” il desiderio umanissimo di evasione e distrazione, l’altra importante funzione dell’arte è proprio questa).
Il mio parere è poi condizionato dalla conoscenza dell’autrice. Un’amica di blog nell’altro altrove e poi nei “social”, non ci siamo mai incontrate (per il momento), faccia a faccia, occhi negli occhi, ma sento come una fortuna e un privilegio l’aver visto crescere negli anni il suo talento, dai brevi racconti sul blog alla prima raccolta stampata, la deliziosa silloge Succo di melograna, attraverso il primo romanzo, il sognante anche se dolente, La casa dal pergolato di glicine, fino a questo concentrato di ritratti di vite (non solo di donne, stavolta anche i protagonisti maschili hanno uno spessore e una tragica dignità che fanno sentire la maturazione di Lucia Guida come scrittrice) in un piccolo mondo ben noto all’autrice, sempre fedele alla vita autentica.
Che cosa resta della prima prova d’autore? La cura minuziosa dei dettagli e la ricerca di un linguaggio mai banale. Che cosa si è aggiunto? Una sempre maggiore libertà di esprimere i sentimenti senza descriverli, la capacità di inchiodare chi legge alle pagine, l’abilità nel farti affezionare ai personaggi senza dare giudizi.

Il destino e le scelte. Le scelte difficili di donne votate al sacrificio, ma non per questo prive di desideri, sogni, prepotente voglia di felicità, oltre le ferite, gli errori, gli orrori. Non sante, non tutte donne forti, anzi… la povera Giselda, la più fragile e ingenua, si lascia trascinare dal suo destino, la saggia Teresa non cambia il suo destino, ma lo accetta e vi aderisce con tanta dedizione da farlo diventare una sua scelta, Maria tenta di dargli una sterzata violenta, ma capisce che non le è servito, forse. 
Resta inciso nella carne e nel cuore il monito del proverbio abruzzese citato nel romanzo: “Chi pequere se fa, lupe se la magne” (chi si fa pecora, il lupo se lo mangia).

E quella lezione torna in tutta la storia, però, alla fine non restano i lupi, in mente, ma le madri, a volte pecore, più spesso leonesse nel difendere i figli dallo scacco del destino. Persino la più debole, in qualche modo, spiazza tragicamente il suo povero lupo.

Da leggere.

Più nero che qui

Più nero che qui copertina

” C’era ancora l’anello di ferro, infisso nel muro della macelleria, al quale veniva attaccato il maiale prima di essere macellato, ogni martedì. Lo avevano tirato lì a forza, con un anello attaccato al naso. Il maiale emetteva grida acute, di paura; sembrava un bambino che stessero picchiando. Presagiva la morte? O era solo il terrore, per quello che gli avrebbero potuto fare gli stessi umani che fino a due ore prima l’avevano allevato e accudito? Quello che è certo è che, qualsiasi fosse il sentimento che provava, io scappavo via e giuravo a me stesso che non avrei mai torto un pelo a nessun animale. Un giuramento che ho mantenuto, ma che conta poco, alla luce dei fatti. “

Frammenti di memoria raccolti in un vecchio diario che il narratore interno pensa di bruciare con tutto il passato che non smette di torturarlo e domandare alla mente una spiegazione che, dalla realtà esterna almeno, non arriverà. Squarci di lucidità in un delirio stremato, gocce di tenerezza sparse in un mare amaro di fuga disperante. E un amore senza futuro che sembrava l’ultima occasione di salvezza. Per lui, solo, con un documento nuovo e un’identità fasulla, uno scampato dall’inferno e rinato vecchio e per lei, la moglie di un criminale spietato, sola, proprietà privata di un uomo che non l’ama, ma non potrebbe lasciarla andare. C’è poi un altro piano narrativo, non frammentato come il diario del protagonista e voce narrante della storia d’amore impossibile, con una logica almeno apparente, un racconto che fila liscio e cattura l’attenzione sin dall’incipit:


 “A quel tempo la Magnacapitale della Repubblica Aristocratica e Popolare dell’isola di Cacastreppa, esattamente a metà strada tra l’Isola Che Non C’è e l’Isola Non trovata, era al massimo del suo fulgore per profitti, ricchezze, bellezze e orrori.”

Profitti illeciti, ricchezze sporche, ma soprattutto finte, bellezza naturale soffocata, orrori consumati in fretta…anelli invisibili attaccati al naso di maiali a due zampe e due braccia, senza l’innocenza del maiale macellato. Anelli non infissi al muro, ma dietro le macchinette del videopoker, nella cocaina, nel sesso sfrenato e senza gusto, senza gioia, mentre una pioggia incessante ammacca ossa e umori, allaga senza dissetare, dilaga senza lavare.

Pioggia di novembre anche nel diario: “La strada era bagnata e dai balconi e dai tetti ancora gocciolavano i residui della pioggia che era caduta per tutto il giorno e che ora stava concedendo una pausa alle fogne esauste, ai muri, alle cose, alle case e alle strade, imploranti una tregua a quel diluvio novembrino incessante e funesto, presago di sventure, gonfio d’angosce”. Mi piace il ritmo di questa prosa, in tutto il romanzo c’è ritmo anche quando sembra non accada molto. Se fosse una musica, sarebbe jazz e “il jazz è sempre stato come il tipo d’uomo con cui non vorreste far uscire vostra figlia” (Duke Ellington). Ecco, non vorrei far leggere questo romanzo a mia figlia, almeno finché Viola non avrà compiuto 22 anni! Non è un libro per tutti, lo consiglio solo a un pubblico adulto e vaccinato (la lettura dei quotidiani italiani potrebbe bastare come vaccino… chi riesce a dormire senza ansiolitici dopo aver letto certe cose non ha senso si scandalizzi per i baccanali di Cacastrappa, ma le scene di sesso sono effettivamente parecchio spinte e la sensibilità di molti, di molte soprattutto, potrebbe esserne turbata oltre misura).

L’autore, che conoscevo come Woland ai tempi del primo blog, ormai è un amico, non solo un contatto di facebook, anche se non ci siamo mai incontrati face to face. Mi aveva colpita moltissimo il suo primo libro, “Racconti bastardi”. Colpita e affondata. Non avevo letto niente di più spietato e preciso.
Di “Più nero che qui” avevo acquistato una copia tramite ibs, prima di sapere che Antonio me ne avrebbe mandata in dono una con dedica.

Dedica di Antonio
L’altra copia del romanzo è ora in viaggio per Milano, dove spero sia gradita all’angelo briaho.
Non lo consiglio alle signorine perbene, agli amanti dei neomelodici, a chi cerca una lettura di conforto, agli stomaci delicati.
Non lo consiglio neanche a chi cerchi nello scrittore meridionale il pamphlet di denuncia dei mali locali. In un certo senso la denuncia c’è, ma non particolare, non legata a quella terra cui pure Antonio Giugliano dedica il suo ultimo lavoro.

più nero che qui dedica alla terra dei fuochi

Cacastreppa può essere Napoli, può essere l’Italia intera, ma questo è un romanzo. Forte, cupo, grottesco, appassionato, non privo di divertimento, carico di sofferenza, alleggerito solo dall’ironia e dal piacere di leggere chi narra per bisogno di scrivere.

Chiudo con due citazioni brevi. E fuori contesto funzionano lo stesso, mi pare.

“… le contorsioni della psiche femminile sono un groviglio che s’imbroglia ogni mattina”
(confermo)

“Eccoci là. Noi. Eravamo due innamorati e basta, niente di più e niente di meno. Il che equivale a dire che eravamo due disadatti. Perché l’unica cosa che so, dell’amore, è che non è di questo mondo e gli innamorati sono, in quell’attimo che dura l’amore, creature ultramondane, ultramarine, ultracelesti”

Ecco, il vantaggio di conoscere l’autore è che puoi chiedergli qualsiasi cosa appena finito di leggere il suo libro. Quel “disadatti” mi suonava strano lì per lì, pensavo addirittura a un refuso per “disadattati”… e glielo ho detto in messaggeria di facebook. Ecco la risposta: ” No, disadatti è proprio voluto. Non ti piacerà, ma è il termine che ho usato apposta. Disadattati implica una coercizione, una costrizione all’adattarsi alla vita. Disadatti è una ribellione all’adattarsi”

Una ribellione a farsi attaccare l’anello di ferro al naso. E pure le briglie che si usano per altri animali, anche i cavalli un tempo venivano legati con la cavezza a quel tipo di anello di ferro infisso nel muro. Non andavano al macello, finché correvano, finché servivano, ma non erano liberi, erano molto adatti e adattati.

Antonio Giugliano

Letture sparse

“Ga!
“No, “gatto” prima del caffè no…”

GaMi piace leggere a Viola le fiabe, mi piace rileggerle con lei e volevo proprio ritrovare quelle dei fratelli Grimm che nonna Gabriella mi leggeva quando ero piccina.
Per cominciare va bene la raccolta illustrata con il gatto in copertina, il gatto con gli occhiali e un libro tra le zampe che per Viola è “Ga”. Un libro che lei adora sfogliare di continuo, rimescolando le storie…

con Viola che sfoglia il libro

e a volte mi stanco a leggere dei sette capretti che incontrano Raperonzolo mentre Biancaneve continua a spazzare la casa dei sette nani e poi scappano con Cappuccetto Rosso dentro la storia dei Musicanti di Brema, perché tanto si torna sempre a quella fiaba lì, con Viola incantata dai briganti spaventati dopo l’irruzione nel rifugio di asino, cane, gatto e gallo…
All’alba, prima di aver preso un caffè, no. Dopo se ne può riparlare e ricominciare a leggere come se si potesse finire una storia in una volta, per finire a recitare la parte del lupo e della strega quasi in contemporanea con quella dell’asino che vuole andare a Brema e della mamma di Raperonzolo fissata con quell’orto…

15 Viola e gattoE poi fuori, al giardino o in piazzetta, più vicino a casa… comunque con un po’ di verde in mezzo a cemento e asfalto.

12 CateViola4

Viola è curiosa e golosa di tutto, non solo di biscotti…
aprile 2014 Viola golosa

7 Viola con  me e Sandro

La sera arrivo cotta a puntino, uno sguardo al cielo tra la pappa e la ninnananna e letture sparse a distrarre i fantasmi.13 Luna e nuvole

Dopo “Espiazione” mi sono regalata una carezza con “La gita di mezzanotte” di Roddy Doyle. Un libro per bambini. Delicato, ironico, scritto bene, commovente senza esser sdolcinato. Come una favola, anche per grandi, per una serata di conforto.

Gita

 E poi è arrivato “Il giardino di cemento”.

4 libro e limoncelloDuro, inquietante, scabroso. Non mi è piaciuto quanto “Espiazione”, ma ci ho ritrovato il dono di Ian McEwan almeno in potenza, forse già un po’ in atto: la capacità di entrare nella psicologia di un adolescente sporco, isolato e smarrito come nei pensieri di una bambina in preda al demone dell’ordine. E la capacità di farci entrare nel mondo dei suoi personaggi. Senza giudicare.

“Non ho ucciso mio padre, ma certe volte mi sembra quasi di avergli dato una mano a morire. E se non fosse capitata in coincidenza con una pietra miliare nel mio sviluppo fisico, la sua morte sembrerebbe un fatto insignificante in confronto a quello che è successo dopo. Parlai di lui con le mie sorelle per tutta la settimana seguente al giorno in cui morì, e Sue di sicuro pianse un po’ quando gli uomini dell’ambulanza lo rimboccarono in una vivace coperta rossa e lo portarono via. Era un uomo fragile, irascibile e ossessivo, con le mani e il viso giallastri. Includo qui la breve storia della sua morte solo per spiegare come mai le mie sorelle ed io ci trovammo con tanto cemento a nostra disposizione”

A metà libro ero già un’altra sorella di Jack, Julie, Sue e Tom … diffidente nei confronti dell’estraneo, di nuovo prigioniera nel mondo a parte che l’adolescenza è spesso o quasi sempre, anche senza giardini di cemento e macabri segreti in cantina. E l’angoscia mi ha presa a fine lettura, quando il mondo di fuori si riprende i quattro orfani… e probabilmente li dividerà, perché arriva la polizia o arrivano assistenti sociali, comunque gente di fuori, parecchia gente sul vialetto e la luce azzurra roteante che da una fessura nelle tende entra a svegliare Tom

“Ecco qua! – disse – ci siamo fatti una bella dormita.”


Un incubo, ben scritto.

Espiazione. Difficile tentativo

Balham 1940 London

“… era accaduto tanto tempo prima e tutte le conseguenze a ogni livello, dalla più insignificante alla più colossale, si erano già verificate. Qualunque cosa fosse successa in futuro, per quanto superficialmente insolita o sconvolgente, avrebbe contenuto anche un che di noto e di familiare che le avrebbe fatto bisbigliare, ma solo tra sé e sé: Ah già. Ma certo. Avrei dovuto saperlo”

e, poche pagine prima,

 “ si rese conto che fin dal mattino si era sentita strana, e che guardava alle cose in modo insolito, come se tutto fosse già passato da un pezzo ed esaltato da un’ironia postuma che lei non era in grado di afferrare appieno”

Solo la lettura delle ultime pagine, un epilogo sorprendente, rivela appieno quel che sin dai primi capitoli suona come un accenno alla chiave del romanzo. C’è una colpa, sì, c’è una storia di vite rovinate per un atroce errore, ma l’espiazione non sarà mai sufficiente. E non sarà nelle azioni, non soltanto. E conterrà una buona dose di amara ironia postuma, letteralmente.

Prima di Espiazione non avevo letto altro di Ian McEwan, a parte qualche citazione e diversi pareri sul suo talento. Una rivelazione e un dono davvero. Dalla maternità (ultimi mesi dell’attesa e quasi tutto il primo anno con la piccina) nessuna lettura mi aveva catturata tanto. La prima parte, quasi duecento pagine per una sola torrida giornata di estate (compresa la notte che segnerà tutta la vita della protagonista), mi è sembrata un sogno, un volo in un altro mondo; non potevo smettere di respirarne i colori, la luce, le sfumature di sentire e l’atmosfera ricreata da uno scrittore uomo che sembrava una donna per certi tratti.
La seconda e la terza parte, piene di dolore e avvenimenti, non prive di passaggi commoventi, narrate ciascuna con un unico punto di vista anche se non in prima persona, mancano della sinfonia di tanti punti di vista che anima la prima parte e soprattutto della straordinaria penetrazione dei sentimenti, specialmente quelli di una ragazzina nella pericolosa innocenza dei tredici anni, lo “spazio transitorio che estendeva i propri confini imprecisi dalla nursery al mondo degli adulti”, un caos mal tollerato da Briony, “una di quelle bambine possedute dal desiderio che al mondo fosse tutto perfetto” e convinta di esser diventata una vera scrittrice nel momento in cui alla realtà sfuggente impone e sovrappone la visione suggerita dal demone dell’ordine che ferocemente la guida.

“La verità era contenuta nella simmetria, in altre parole, si radicava nel buonsenso. Era stata la verità a guidare lo sguardo. Perciò quando Briony ripeté, più e più volte, «Io l’ho visto», non mentiva, era anzi assolutamente onesta e convinta.”

Con le migliori intenzioni, senza malizia, non per cattiveria, il suo errore procura un danno irreparabile. Una vita di sforzi e sacrificio non basterà per espiare.

espiazione copertina

“ … solo quella notte aveva capito che cosa significava essere un’infermiera.
Non aveva mai visto piangere un uomo in vita sua. Dapprima la cosa l’aveva sconvolta, ma nel giro di poche ore non ci badava nemmeno più. D’altra parte lo stoicismo di alcuni soldati la sorprese fino a lasciarla stupefatta. Gli uomini che tornavano in reparto dopo l’amputazione di un arto, parevano sentirsi in dovere di fare battute atroci. E adesso con che cosa la prendo a calci mia moglie? Ogni segreto del corpo veniva reso pubblico: ossa sporgenti dalla carne, brandelli di visceri fuoriusciti, nervi scoperti. Da quella prospettiva tanto inedita quanto indiscreta, Briony imparò una cosa ovvia e semplicissima che aveva sempre saputo, come tutti: ogni persona è, tra le altre cose, qualcosa di facile da rompere e difficile da riparare”

Per chi non l’avesse ancora letto (beati i ritardatari! Se l’avessi letto prima mi sarei privata di questa magnifica evasione nelle sere di fine inverno, appena messa a letto Viola), non mi azzardo a rivelare il finale, ma per chi prima di procurarsi una copia volesse avere un assaggio della trama (che non è il meglio del libro, precisiamo), mi limito a riportare quello della quarta di copertina:

“All’età di tredici anni, in un caldo giorno d’estate del 1935, Briony Tallis sente di essere diventata una scrittrice. La sera stessa, accusando di un crimine odioso un innocente, commette l’errore che la segnerà per tutta la vita. Eppure la giornata era iniziata sotto i migliori auspici. C’era una commedia da mettere in scena, i cugini arrivati dal nord per trascorrere qualche tempo in casa Tallis. Da Londra invece sarebbe arrivato per il weekend l’amatissimo fratello maggiore Leon con un amico, industriale della cioccolata. Soltanto la sorella maggiore Cecilia impensieriva Briony per il misterioso rapporto che la legava a Robbie Turner, figlio della loro donna di servizio.
Tutti i personaggi entrano in scena, ma, nella commedia della vita, non ci sono prove prima della recita. Presto, sarà troppo tardi per fermare la macchina dell’ingiustizia e la guerra arriverà a spazzare via il vecchio mondo con le sue raffinate e rassicuranti ipocrisie”

Marzo

Brunella Baldi

Le cortesie più piccole
– un fiore o un libro –
piantano sorrisi come semi
che germogliano nel buio

(Emily Dickinson)

Brunella BaldiPioggia e vento freddo, una bimba spettinata

22 febbraio Viola spettinata

che comincia a camminare, chiacchierare, spalancare gli occhi su pagine e finestre, alberi, vento, disegni…

Firenze nuvole basse

e un desiderio, una piccola promessa a me stessa. Ancora non ho finito di leggere “Espiazione” (fantastico romanzo, rifugio di sere stanche), ma volevo partecipare al flash mob lanciato da Caffeina #1 Marzo compriamo un libro e godermi un momento in libreria.
1 libri liberi libreriaUn fiocco bianco sul cappotto nel vento di questo marzo appena iniziato, passi svelti nella mia Firenze girata poco ultimamente
1 piazza tornandoe son tornata a casa con tre libri come carezze…

1 fiocco e libri

Pensavo a Viola nella scelta della libreria, ma non solo a libri per bambini e ragazzi (scartati i libri-gioco da 0 a 5 anni, a Viola piacciono le pagine di carta … per ora le leggo io quei segni che un giorno le apriranno mondi, per ora è dalla voce di chi legge per lei che impara le parole, parole diverse dalle solite della vita quotidiana).
Pensavo a una bimba nata in un triste momento, quando stanno chiudendo troppe librerie… vorrei che ne trovasse aperte diverse, non solo le grandi catene della distribuzione.
E non ero mai entrata nella libreria Libri liberi.

1 libriliberiLe poesie di Emily Dickinson e le incantevoli illustrazioni di Brunella Baldi …

1 ed

Le fiabe di Nelson Mandela

1 nme un libro consigliato in omaggio…

1 rd

Marzo inizia con bei biglietti di viaggio…

1 Van Gogh

Non c’è nave che possa come un libro
portarci nelle terre più lontane… 

Espiazione in attesa

« “Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,
“Ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ‘nnanellata pria
disposando m’avea con la sua gemma”. »

matrimonio di sangue e dietro espiazione

Prima di cominciare a leggere il romanzo di McEwan che mi ero regalata per l’anno nuovo, volevo finire un libro iniziato diverse volte in questi mesi e lasciato perdere troppe volte…
Il tempo per leggere non torna da sé, va riconquistato. E non solo il tempo, pure il sentimento di potersi concedere momenti solo per sé.
Difficile ritrovare il ritmo e la voglia di riaccendere l’attenzione, spesso cedevo al bisogno di facili distrazioni (qualche thriller di Kathy Reichs, esaurita la scorta di Cornwell… tutti in prestito da un amico per farmi svagare al tempo della ricaduta, in parte restituiti via via e poi lasciati sullo scaffale quando ero in attesa e quel genere non si sposava bene con la pancia) o alle solite letture su neonati e dintorni (ma come? Quando finalmente la piccina dormiva beata, anche i momenti liberi…? Monomania comune alle neomamme o particolare insicurezza personale? Ormai la neonata sta per compiere un anno, tempo di riprovare a pensare davvero anche ad altro. E non solo al resto dei doveri. Me lo devo ripetere ogni tanto. Anche se le ultime sere e nottate sono state non meno impegnative dei giorni, insomma, di nuovo scarseggiano i momenti di quiete).
Finito di leggere per l’Epifania, Matrimonio di sangue di Mario Sica mi riportava tra Siena e Roselle, tra San Galgano e Pitigliano, tra le corti signorili della Maremma divisa tra guelfi e ghibellini alla fine del XIII secolo e soprattutto alla figura della Pia, cantata da Dante  nel V del Purgatorio, però presentata in maniera diversa in questo romanzo… preso come un romanzo, storico sì, in un certo senso, attento alle vicende del tempo narrato, ma non come un documento che sveli finalmente il mistero della nobile fanciulla senese andata in sposa al signore di Prata e scomparsa in Maremma (non rivelo il finale, ovviamente non lieto, ma qui diverso dalla “vulgata”). Un manoscritto trecentesco ritrovato per caso, un giullare che diventa guerriero e non solo, una delicata storia d’amore tra cronache di battaglie, castelli assediati e personaggi storici di passaggio, da Guido di Montfort a Ghino di Tacco che diventa il famoso bandito… un divertimento gustoso.

la cisterna del castello di Tatti

Se il tempo per leggere è una conquista, figurarsi scrivere un commento preciso ai libri letti (non dico una recensione) tra pappe, pannolini, un pianto da dentizione, una bizza, le grane della vita quotidiana (non più tra parentesi, ormai la “bolla magica” sta svanendo) e preoccupazioni che non mancano mai…  solo un appunto. Il titolo del romanzo di Mario Sica sembra più da thriller. Il matrimonio c’è e il sangue non manca, ma nel manoscritto che l’autore dice di aver scoperto a Siena, Ricordanze di Placido Abbate Sancti Galgani da me Messer Ranieri ricolte ad utile consiglio de’ giovani, non si allude all’uxoricidio della tradizione, come mancano le presunte colpe della bella Pia. Non c’è adulterio, neanche il sospetto… sangue e matrimoni sono motivati da giochi di potere e la morte arriva anche senza clangore di spade, nella malaria della Maremma amara.

rovine del Castello di Pietra


Archiviato il Matrimonio di sangue, forse è arrivato il momento di cominciare Espiazione (un romanzo sui sensi di colpa sarà catartico?)

espiazione e dietro matrimonio di sangue

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