con timore e gioia grande

sì, prendo in prestito le parole del Vangelo di oggi, Lunedì dell’Angelo, perché anche oggi è bello scoprire di poter abbandonare in fretta i sepolcri con il timore delle novità che cambiano la vita, rovesciano pietre e fanno sbocciare gioia nuova. Liberazione da trappole velenose e rinascita da ferite fasciate.

Messa in coena Domini senza lavanda dei piedi, per via del covid, ma in presenza, mentre l’anno scorso Quaresima e Pasqua senza poter andare alla messa…

Venerdì Santo intenso, dalle preghiere personali a casa alla liturgia della Croce in chiesa.

L’orchidea che l’anno scorso mi è stata regalata, perché altrimenti l’avrebbero buttata via, ora, curata, sta facendo nuovi fiori.

La tenerezza infinita della mia piccina…

Le passeggiate senza “necessità di lavoro, urgenza o motivi certificabili”, se non forse per la salute (conterà anche la salute dell’anima e il tono dell’umore?), in questi giorni di zona rossa e perpetua emergenza….

La Pasqua vissuta con pace, luce e calore in cuore, speranza traboccante, timore e gioia grande, almeno prima, durante e subito dopo la messa. E me ne sono stupita, perché l’anno scorso neanche avevo seguito la diretta… e degli anni precedenti ho ricordi confusi, ma in passato, purtroppo, spesso vivevo intensamente la Quaresima senza poi riuscire a godermi la festa. Quest’anno mi sembrava di aver mancato troppo… sì, ho partecipato quanto ho potuto alla messa quasi ogni giorno e alla Via Crucis in chiesa ogni venerdì, però non ho fatto digiuno, mi sono arrabbiata spesso… eppure il giorno che ha fatto il Signore ero in comunione davvero GRAZIE

E la gioia continua, senza soffocare il dolore, senza dimenticare l’orrore, ma godendo di ogni colore e luce intorno

passi

Nuda. Esposta. Splendida sempre, Firenze mia, ti amo.

Mercoledì 3 marzo, mattinata fiorentina di luce e passi al ritmo dei pensieri, finché i pensieri non si sono placati e hanno imparato il ritmo del cuore, lasciando entrare la luce. GRAZIE

L’interno a senza fiato di Santa Maria del Fiore.

In Cattedrale, a far pace nel profondo.

Canto della Misericordia. Davvero!

Dopo una notte in bianco, in giorni di zona arancione (arancione rinforzato, parecchio tendente al rosso), in previsione di nuovi divieti a caso e chiusure scollegate da ogni strategia di uscita sana, volevo salutare la mia città, incantevole sempre, anche quando abusata, adesso liberata e impoverita, bella, bellissima, libera di essere bella e farsi ammirare gratis.

Ricarica di aria buona

Con un vero amico a Monte Morello, a respirare aria pulita, fuori dalla città, in disparte dai casini del quotidiano, a pestare con la camminata in salita (e le scivolate nel fango in discesa, al ritorno) tutti i ‘mostriciattoli’ di dipendenza, disistima, ricadute in vecchi autolesionismi.

Alberto, vigile in pensione, tifoso viola, volontario VAB, amico fidato: “Cate, pensa meno alla ricaduta e vedi di non cadere su questi sassi”

Sperimentare un ripido sentiero e capire perché si chiami “Rompistinchi”

La sana distrazione e la fatica (per non cadere faccia nel fango) sono stati un bel passo per rinforzare la scelta presa e sperare di dormire.

LETTERE di Alessandro Dehò

Arrivate alla fine di dicembre, prima del congedo dal 2020 che tanto ci ha scavati un po’ tutti e rimescolati, le travolgenti LETTERE di Dehò mi avevano subito coinvolta. Troppo. Mi sono fermata qualche giorno a spazzare via un po’ di polvere, senza pretesa di rimuovere macerie su cui altri (o l’Altro) potrà forse ricostruir(mi).

Conosco la tentazione di ritirarsi in silenzio, rifiutare inviti a scrivere e “rovistare tra ferite che ancora bruciano”, ma riconosco ancor più “l’urgenza della scrittura, questo demone salvifico, questo bisogno irrinunciabile…”. Resa magnifica. “…scrivere, in fondo, è arrendersi”.

In accompagnamento alle parole scritte, le parole cantate intrecciate con le note: ogni testo è seguito da una canzone, musiche come un respiro e spazi che “non sono un contorno”, anche canzoni note in altre versioni, come Todo cambia di Mercedes Sosa o Sidun di Fabrizio De André e La Sposa indimenticabile nell’interpretazione di Giuni Russo, ma tutte, qui, proposte nella versione cantata da Ginevra Di Marco, mia concittadina sensibile e raffinata che mi è toccato imparare a conoscere meglio e amare grazie a un tizio dalla discutibile fede calcistica (l’unico link che non ho seguito è quello alla traiettoria di un certo pallone…il mio cuore viola mi frena! Nemici nel calcio, anche se sento Alessandro Dehò profondamente fratello). Qui ripropongo la prima canzone reinterpretata da Ginevra: Tutto cambia.

Le parole alla nipotina che Alessandro scrive, da zio, dopo la morte del padre Franco: “io non voglio che tu dimentichi il nonno… troppo importante, è importante per te. E forse anche per me, che figli non ne ho… ho tanta paura dello spreco dell’amore” riaprono ferite e riaccendono speranza e voglia di far vivere ancora un altro nonno, il mio babbo, che a mia figlia e sua nipote manca come manca a me, anche se lei lo ha conosciuto per pochi anni e non quando era un vulcano di energie, amore, idee, slanci, generosità e impegno. Dovrò parlare a Viola del suo grande fragile indimenticabile nonno.
E la farfalla… per me, la farfalla è un segno preciso. Quando vedo volarmi vicino un paio di ali bianche so che babbo mi è accanto.

Chi conosce una storia un po’ taciuta capirà perché questa pagina:

mi ha fatta piangere. Anche se mio padre l’amore vicino l’ha vissuto e moltiplicato.

Per stasera mi fermo qui, forse. Forse riprendo più tardi e intanto pubblico… tanto non sto scrivendo un articolo di giornale, questo è solo il mio piccolo blog personale, terapia selvaggia alla sete di senso che nulla di finito mai colmerà

primi giorni di un anno nuovo

Alla confluenza dei due fiumi, fiume e torrente affluente per noi, Arno e Mugnone, dove si svolse il primo rito di cremazione in città, per il giovane principe indiano Rajaram Chuttraputti, morto a Firenze nel 1870, oggi si posavano placidi tra un volo e l’altro uccelli dalle candide ali… anche un airone! Nel parco delle Cascine visti di nuovo pure tanti pappagalli verdi…

Camminare e guardare acqua e cielo, voli e soste. Camminare e affidare all’aria e al fiume ricordi da lasciar andare e speranze da seminare.

In casa, nei giorni di pioggia e neve e ‘zona rossa’ delle vacanze di Natale, altri esercizi con le tempere, per ammorbidire la mano e distrarmi dalle tentazioni:

Lunedì 4 fantasie di alberi intorno a un bacio.

Schizzi, abbozzi, prove e qualche volta appendo al muro i miei tentativi di portarmi a casa alberi, sogni, cielo… poi, se posso, preferisco uscire!

Oggi, monumento in controluce e tanto cielo tra i rami.

Tra Natale e Capodanno quasi sempre pioggia e anche neve vicina, sulle colline intorno a Firenze…

L’ultimo giorno dell’anno trascorso, in una tregua della pioggia, bella camminata alle Cascine. Freddo, ma era uscito il sole e avevo tanta voglia di respirare aria pulita, tra i miei alberi… nei sentieri, con la persona più vicina a trecento metri almeno, posso levare la mascherina e godermi i profumi di terra e foglie. A un tratto, un riflesso particolare aveva catturato la mia attenzione

e mi sono avvicinata alla base di tronco da cui era stato ricavato un bel sedile (il “trono” nei giochi di Viola quando ce l’ho portata)

e c’era dipinto un Gesù crocifisso con ai lati il Sole e la Luna… mi ha emozionata tanto GRAZIE

Ieri, nel giorno dell’Epifania, esercizi sul tema del Natale…

Oggi passi e luce, acqua e voglia di rinascere

e preghiere per chi è nato al cielo, di qualsiasi religione fosse in vita

Grazie per il 2020

Il 24 ottobre è nato il mio nuovo nipotino, figlio di Paolo, il mio fratellino più piccolo. Dario è la più bella tra le ragioni per cui non maledico, come invece molti fanno, questo 2020 che sta per finire. Certo, non sono ancora riuscita a prenderlo tra le braccia, lo vedo solo nelle foto e nelle videochiamate di Paolo (il mio fratellino è diventato babbo!), perché entrambi i miei fratelli sono assai rigorosi nel rispetto delle normative contro i rischi di diffusione del virus che ha stravolto la vita sociale, economica e affettiva di tutto il mondo (a parte quella di chi già annegava nella miseria, annaspava nella malattia, atterriva sotto le bombe… lì, pioggia sul bagnato, ma poco da rimpiangere del tempo prima del covid, credo). Intanto è nato, vive, cresce bellino e tenero, segno che la Vita non si è stancata di fiorire in questo mondo. E la speranza di annusare presto il suo profumo di latte e vita nuova mi colma di gioia, come fa vibrare di entusiasmo la sua cuginetta, la mia piccola Viola che ha un solo fratello e così grande che potrebbe esserle padre… avrebbe bisogno di compagni di gioco, la scuola in presenza è tornata solo dopo l’estate, i mesi del primo lockdown sono stati pesanti e le conseguenze su bambini, ragazzini, giovani si vedono già, si vedranno presto in tutta la loro portata… ecco, Viola non avrà un fratellino più piccolo o una sorellina, ma non è più la più piccina della famiglia. La vita continua e cresce, in anni e numeri, volti e sorrisi. E anche solo esserci, essere vivi oggi è motivo di ringraziamento.

Impossibile dimenticare le immagini di marzo, le lacrime di chi ha perso i cari senza neanche poter dare un ultimo saluto… e anche per chi non ha pianto morti in famiglia, a causa della pandemia, sono stati mesi di isolamento, livori, incomprensioni, deliri… è stato un anno duro, strano, che ha portato alla luce la verità su tanti rapporti interpersonali e purificato, chiarito, evidenziato priorità e bisogni. La Pasqua senza messa (o meglio con funzioni celebrate senza il popolo) mi ha insegnato a vivere nel desiderio la comunione spirituale e a cercare di non perdermi una messa da quando sono tornate possibili, sia pure con la mascherina, il distanziamento fisico e nessuna stretta di mano… chi potrà dimenticare la preghiera del Papa da solo in una piazza San Pietro bagnata dalle lacrime del cielo?

Un anno vissuto è un anno di doni e lezioni, di prove, di gioia e spaventi, di lacrime e speranza, un anno di vita. E mi rifiuto di maledire un anno di vita, per quanto possa essere stato difficile. In ogni caso il 2020 non batte certo in tristezza, per me, il 2017, l’anno del primo infarto di mio padre, l’anno del fattaccio – che non racconto qui – accaduto mentre babbo era ancora in terapia intensiva, l’anno del ricovero al Meyer di Viola… o il 2018, l’anno in cui mio padre è morto, l’anno in cui ho chiuso il negozio, l’anno in cui ho affogato il dolore in gorghi devastanti… anni che pure, nel male che li ha segnati, sono stati fonte di cambiamenti importanti, passaggi di vita. I soli anni che vorrei dimenticare o recuperare in qualche modo (illusorie entrambe le cose, cancellare o rivivere da principio sperando di cambiare il passato) sono quelli che non ho vissuto davvero, quelli in cui esistevo, sì, ma sopravvivevo appena. Degli anni vissuti, invece, non se ne butta via nessuno, mai.

Non voglio cancellare l’anno in cui ho incontrato per la prima volta Matteo e riabbracciata Roberta!

Non voglio cancellare l’anno in cui ho ripreso a dipingere, anche se devo esercitarmi molto per sperare di ritrovar la mano…

Non voglio dimenticare l’anno in cui, dopo due anni puliti, senza un solo tiro, convinta di aver smesso definitivamente col fumo (mentre per una trentina d’anni neanche avevo provato a smettere, persino in gravidanza avevo solo ridotto), sono ricaduta o scivolata… insomma ho fatto più di un tiro, col sigaro e coi sigarini e anche qualche sigaretta (anche se non mi piacciono più le sigarette, i sigari sì, mi ricordano il babbo, ma sarà bene ricordarlo e onorarlo in modi più sani e profumati), poi smesso di nuovo per quattro mesi, poi ci sono ricascata e ora non lo so… spero di essermi liberata davvero, ma ho imparato (forse!) a vivere la faccenda un giorno alla volta, senza i proclami assoluti e ingannevoli del mai più o per sempre. Ogni per sempre è fatto di un giorno alla volta. Ogni vita è fatta di un anno alla volta. Per questo anno che se ne va, grazie!

Te Deum

Te Deum laudamus: te Dominum confitemur.
Te aeternum patrem, omnis terra veneratur.
Tibi omnes angeli,
tibi caeli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:
“Sanctus, Sanctus, Sanctus
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt caeli et terra
majestatis gloriae tuae.”
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te prophetarum laudabilis numerus,
te martyrum candidatus laudat exercitus.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensae maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Tu rex gloriae, Christe.
Tu Patris sempiternus es Filius.
Tu, ad liberandum suscepturus hominem,
non horruisti Virginis uterum.
Tu, devicto mortis aculeo,
aperuisti credentibus regna caelorum.
Tu ad dexteram Dei sedes, in gloria Patris.
Iudex crederis esse venturus.
Te ergo quaesumus, tuis famulis subveni,
quos pretioso sanguine redemisti.
Aeterna fac cum sanctis tuis in gloria numerari.
Salvum fac populum tuum, Domine,
et benedic hereditati tuae.
Et rege eos, et extolle illos usque in aeternum.
Per singulos dies benedicimus te;
et laudamus nomen tuum in saeculum,
et in saeculum saeculi.
Dignare, Domine, die isto
sine peccato nos custodire.
Miserere nostri, Domine, miserere nostri.
Fiat misericordia tua, Domine, super nos,
quemadmodum speravimus in te.
In te, Domine, speravi:
non confundar in aeternum.

provvisoriamente

E Natale è passato, con il suo carico di luce e nostalgia, amore presente e presenze perdute, lacrime senza freni davanti al posto vuoto di chi non passerà più con noi il Natale in terra e un velo di malinconia anche per le assenze provvisorie… pranzo senza fratelli, cognate e nipotini, ma con la gioia straripante di Viola che cresce sana, dolce, bella e intelligente… è stato un bel Natale, un vero Natale buono, con lo sposo e mia madre e letture, film d’animazione, coccole in casa mentre fuori è arrivato l’inverno.

Il giorno dopo, al parco con Viola e Sandro, a rivedere i miei amici alberi e a riaccordare i pensieri coi passi, a rincorrere a piedi la monella buffa in bicicletta,

a godermi i suoi abbracci teneri

Tra ieri e oggi, invece, ancora tempere.

Per una signora della parrocchia di San Jacopino, devota di Sant’Antonio, che compie gli anni oggi… la mitica Dolly, novantenne senza peli sulla lingua, cuore d’oro dietro una scorza burbera che si scioglie in dolcezza autentica, quando riconosce affetto sincero.

…devo smettere di ritoccarlo e lasciarlo asciugare in pace o rovino tutto. Non sono mai contenta di quel che faccio, ma solo se mi esercito e accetto di sbagliare, posso sperare di ritrovare la mano. E devo esercitarmi anche a non cedere alla furia autodistruttiva che mi ha portata più di una volta a fare a pezzi i miei disegni e anche le tele già dipinte… oggi forse ho sfiorato il fondo di quella smania che mi divora, mi auguro che la consapevolezza mi sia di aiuto per domare questo tratto del mio essere che non porta a nulla di buono

di carezze, sete, luce

Natale di Gesù. Verbum caro factum est

Il Verbo, la Parola e la Sapienza per cui tutto ciò che esiste c’è si è fatto carne, fame, sete, voglia di amici, amore, vino, lacrime per un amico morto, tenerezza che rivela l’infinita tenerezza del Padre, vittima di menzogne da parte del nemico dell’umana natura…no, Chi ha creato il cielo e la terra, le stelle e i fiori, i bambini e gli amanti, non ci vuole schiavi, non ci vuole fare paura, ci ama. Non è che Amore.

Natale a San Jacopo in Polverosa, dove Don Fulvio ha messo San Giuseppe accanto a Maria, dove nessuna mascherina (portata da ciascuno a coprire naso e bocca, tutti rigorosamente distanziati) è riuscita a nascondere i sorrisi negli occhi e le lacrime per chi non c’è più… lo sguardo di pace che ci si scambia è caldo come la stretta di mano del tempo prima del covid, soprattutto quando fare insieme quel che aiuta a difendere tutti ci rende comunione, comunità benedetta dall’Emmanuele.

Ancora regali dalle nuove amiche, dopo i biscotti di Antonietta e di Daniela, come l’incenso da parte di Serena, che ieri aveva già fatto il suo turno di ‘sanificazione’ di panche, sedie, inginocchiatoi dopo la messa della vigilia, ma si è fermata anche oggi a dare una mano a me e a Daniela dopo la messa del giorno… GRAZIE

Tenerezze in casa, giochi con la bimba, delizie preparate da mamma per un pranzo semplice solo tra noi (mia madre abita nell’appartamento accanto a quello che condivido con Viola e lo sposo – e Emanuele quando c’è – sullo stesso pianerottolo, siamo praticamente conviventi). Un po’ di riposo, letture, silenzio e ultimi ritocchi a un piccolo dipinto per Sandro, sciupato e ripreso perché con le tempere non riuscivo a fare il colore della pelle…

alla fine gli è piaciuto tanto che ha deciso di appenderlo in camera nostra, sopra il letto matrimoniale, dove l’amore non si pensa, si fa.

Buon Natale, ancora, non una volta l’anno, ma una volta per tutto l’anno, sempre chiamati a rinascere e riconoscerci figli amati

di luci nel buio

Albe di rosa e arancio, fiamme tra le nuvole nell’inverno che viene e porta il buio presto, l’aurora tardi, poi la luce si fermerà a prendere la rincorsa per una primavera nuova e nuovi stordimenti di profumi freschi e fiori incerti. Ora i profumi sono diversi, foglie bruciate, che fanno sognare a una cittadina ignara di camini legna da ardere, scoppiettar di rami sopra le pietre, cenere da non buttare via… e i profumi in casa, la buccia di mandarino strizzata accanto al fornello, lo strudel di mele in forno, il tè verde alla menta, sorseggiato davanti alla candela storta nel portacandela di legno con la farfalla bianca, spalancando per un momento la finestra con vista sul centro di Firenze anche se da lontano, anche se fa freddo…

Stillate, cieli, dall’alto,
le nubi facciano piovere il giusto;
si apra la terra e germogli il Salvatore