L’ultima eclissi

Ogni occasione è buona per spiare il sorgere della Luna. Emozione condivisa con Viola e Sandro, quando è sbucata enorme da dietro i palazzi vicini… era gialla e gigante, ma non ero pronta a scattare. Presa che già era venuta allo scoperto, intera tonda e fiera…

appena sopra le colline che abbracciano Firenze, bellezza nascosta tra le case ‘nuove’… un po’ di Campanile di Giotto, la Torre di Arnolfo, le luci del piazzale e San Miniato al Monte… ciao padre Bernardo!

in primo piano facciate scrostate… e va bene anche così, magnifica Luna che splendi su arte e squallori…

Candida, gialla, rossa… bella in tutti i tuoi colori.

Emozionata, incantata, stregata dalla Luna,

 

l’ultima eclissi dell’anno mi sembra sia la prima che riesco a fotografare nonostante il tremolio delle mani per lo zoom della compatta aperto al massimo e le emozioni.

L’ho già detto che sono emozionata?

Ma chi mi sta fermando il tremito alle mani mentre scatto? Grazie!

Come un quarto di Luna in piena Luna piena… magia delle ombre con la luce riflessa, poesia del cielo

Un’ultima foto e volo a sognare…

Indiano Bridge

Quando la Luna perde la lana e il passero la strada,
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia…
prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume


vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume….

Tra lunatici tramonti e voli di rondini, tra corse e soste… la canzone di Fabrizio De André mi è tornata in mente parlando non dell’album Indiano, ma del Ponte all’Indiano, che un amico lontano non conosceva. 

Lo spazio con il monumento al principe indiano morto a Firenze nel 1870, alla confluenza di Arno e Mugnone, è il posto dove mi fermo a bere e riprendere fiato nelle mie uscite di corsa o camminata, tra le foglie del parco e le rive del fiume… 

Accaldata sotto il sole o rinfrescata dalla pioggia… senza disturbare chi pesca… sshhh…. 

“Indiano Bridge” per Instagram, ora c’è anche la denominazione di luogo in italiano “Ponte all’Indiano”

 

Per l’amico non di Firenze era un riferimento agli ‘indiani’, nativi americani… allora ieri foto al monumento

e alla targa

e la storia è quasi commovente:  il monumento all’Indiano fu eretto nel 1870 dallo scultore inglese Carlo Francesco Fuller. Il monumento ha la forma di un baldacchino a volta sorretto da quattro colonnine, sotto il quale è presente il busto scolpito del defunto principe indiano Rajaram Chuttraputti di Kolhapur con una iscrizione in quattro lingue: italiano, inglese, hindi e punjabi. Il giovane principe era di ritorno da un viaggio a Londra – dove era andato per studio e per salutare la regina d’Inghilterra – e mentre era a Firenze alloggiato al Grand Hotel di piazza Ognissanti fu colpito da un malore improvviso che il 30 novembre 1870 lo uccise all’età di ventun anni.
Il suo corpo fu arso secondo il rito indù alla confluenza di due fiumi (in questo caso Arno e Mugnone), dove furono sparse le sue ceneri.
L’evento suscitò all’epoca la curiosità di molti fiorentini che vennero numerosi per assistere alla cerimonia e da allora il luogo fu chiamato “l’Indiano”. Nel 1872 fu costruita nei pressi una palazzina che svolgeva la funzione di caffè pubblico e che prese il nome di Palazzina Indiano o palazzina dell’Indiano. Nel 1972 fu costruito un ponte in prossimità del monumento che prese il nome di ponte all’Indiano, il viadotto che si vede in quasi tutte le foto delle mie pause per bere l’acqua dalla borraccia… c’è anche la parte per motociclette e bici

 

bellezza in Polverosa

Passeggiata quasi senza meta, ieri, vagabonda con vaga voglia di visitare una chiesa abbastanza vicina a casa, ma in cui non ero mai entrata… a passi incerti nell’afa di quest’estate che cuoce, mi ero fermata a leggere la targa

Qualche ricerca tra sito della parrocchia e wikipedia: 

Correva l’autunno del 1087 quando Gerusalemme e il Santo Sepolcro furono riconquistati dai musulmani. L’Occidente, attraverso i principali re, reagì a questa perdita e le grandi potenze si apprestarono a organizzare la terza crociata, sotto il pontificato di Papa Clemente III. Il legato del Sommo Pontefice per l’invio della crociata fu il vescovo di Ravenna, Gerardo; come luogo di partenza per i crociati fiorentini fu scelto San Donato alla Torre. All’occasione, il 2 febbraio 1088, la chiesa fu solennemente consacrata dal vescovo Gerardo. La terza crociata non portò a buon fine i suoi obbiettivi.

È questo, forse, uno dei momenti storici più rilevanti della Chiesa di San Donato in Polverosa* (anticamente chiamata San Donato alla Torre); la testimonianza ne è la festa patronale della chiesa, festeggiata ogni anno il 2 febbraio, giorno della sua consacrazione. L’origine della chiesa risale a poco prima dell’anno 1000 quando, secondo un’antica leggenda, una principessa pagana arrivò in questi luoghi; convertita, comprò il terreno, lo fece disboscare e vi costruì una casa con una chiesa e una torre. Alla sua morte, come lasciato nel testamento, dalla sua casa fu costruito un monastero a cui andarono tutti i suoi beni.

Inizialmente, il monastero apparteneva ai Canonici Agostiniani Portuensi, detti “Polverosi” per il colore del loro saio. Verso il 1239, il monastero viene concesso dal vescovo di Firenze ai Frati Umiliati; dopo quasi vent’anni passò alle Monache Agostiniane di Santa Cristina, che successivamente scelsero di diventare cistercensi. Nel 1322 avviene una cessione alle cistercensi di San Donato del monastero di Santa Maria Maddalena delle Convertite, situate in Borgo Pinti; le suore “Convertite” lasciarono subito il monastero di Borgo Pinti e si recarono a San Donato. I rapporti tra i due monasteri saranno sempre intensi. Nel 1628 il monastero di Borgo Pinti sarà invece occupato dalle suore carmelitane, cambiando il nome in Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (monastero occupato oggi dalla comunità degli agostiniani dell’Assunzione). Le monache restarono a San Donato fino al 1809, all’atto cioè della soppressione degli Istituti Religiosi operata dai francesi; lasciato in abbandono dai nuovi proprietari, il monastero fu comprato dal principe Nicola Demidoff, che vi costruì la sua residenza, una grande villa neoclassica.

Negli anni ’60 (del Novecento), attraverso doni e acquisti, la chiesa, il campanile e altri piccoli spazi passano in proprietà della nuova parrocchia San Donato in Polverosa.

Don Franco Bencini, instancabile priore (parroco di San Donato in Polverosa al 1963 al 2003) si dedicò molto alla costruzione, materiale e spirituale, della nuova parrocchia. Il suo lavoro fu fedelmente portato avanti, dal 2003 al 2009, da Don Wieslaw Olfier. Nel novembre 2009, la parrocchia fu affidata dal vescovo di Firenze, Mons. Giuseppe Betori, alla comunità degli Agostiniani dell’Assunzione, nominando parroco padre Giuliano Riccadonna e vice-parroco padre Lucian Dinca.

Oggi il parroco è sempre padre Giuliano Riccadonna, ma con vice-parroco padre Lwanga Kambale e padre Gervais Bakerethi.

Mentre leggevo i cenni storici, ancora incerta e confusa, una signora mi si è avvicinata e mi ha invitata a entrare, perché ieri, come ogni primo venerdì del mese, la chiesa era aperta tutto il giorno con il Santissimo esposto per l’adorazione eucaristica “Entra, c’è Gesù esposto”

E mi sono ritrovata in un gioiellino… un’oasi di pace e bellezza, fresco e silenzio, a un passo dal caos assolato di via di Novoli

Nel 2017, al termine dei lavori di recupero dell’attigua villa di San Donato, è stata liberata anche la facciata della chiesa, che ora dà su una piazzetta e che è stata arricchita da un portale moderno.

L’interno, a navata unica, conserva alcuni affreschi del XIV-XV secolo: di Matteo di Pacino sono l’Annunciazione, il Martirio di san Sebastiano, San Giorgio e il drago e la Madonna della Cintola, mentre l’Adorazione dei Magi e la Nascita del Battista furono dipinti da Cenni di Francesco di Ser Cenni.

GRAZIE

*Polverosa continuò a indicare il tratto di pianura che si estendeva, dentro le mura, da Santa Lucia al Prato fino a Porta Faenza (Fortezza da Basso) e l’area fuori le mura, oltre Porta al Prato e Porta Faenza, che comprendeva San Jacopino (San Jacopo in Polverosa) e la chiesa di San Donato, arrivando fino al ponte di Rifredi.

Balagan insolitamente composto

Un’altra sera d’estate nel giardino della sinagoga per godere il fresco offerto dall’unico punto di Firenze dove si respiri anche nella canicola afosa di luglio, per stare in ottima compagnia e, stavolta, per un evento di particolare rilievo all’interno dell’iniziativa estiva del Balagan Cafè: la consegna della Menorah d’oro al direttore degli Uffizi Eike Schmidt, da parte del Bené Berith di Roma.


Accarezzati dalla brezza tra gli alberi del giardino e dalle note del concerto del Quartetto d’archi Amitié, con brani inediti di Federico Consolo*, offerti dall’archivio del Conservatorio Cherubini.

E una cena più ricca del consueto, ma sempre a base di delizie della tradizione gastronomica ebraica presentate, narrate e cucinate da Michele Hagen e dallo chef Jean-Michel Albert Carasso:

Bomboloncini salati ripieni di pappa al pomodoro
Cornetti di sfoglia con spinaci
Pizzette con formaggio (di soia, perché menu bassari/parve) aromatizzato all’erba cipollina con pere e miele
Gravelax di salmone agli agrumi (marinato con pepe rosa e aromi)
Spuma di tonno con caviale di melanzane

Paccheri al sugo di nasello


Salmone grigliato in crosta di sesamo
Pomodori confit al cedro e mentuccia fresca e patate rosolate al rosmarino

Sorbetti di fragola, cocomero, melone o limone

 

Ieri sera riuniti gli affetti speciali del nuovo capitolo della mia vita, i miei ‘custodi’, Anna, la mia madrina, e don Fulvio, con amici nuovi, Patrizia e Sandro (non mio marito, lui era a casa con la nostra bimba). Bella serata… grazie!

A parte noi, sempre un po’ casinisti, non c’era il solito Balagan (alla lettera – me lo ha detto Emanuele Bresci – disordine, catastrofe, scompiglio, caos…), il 4 Luglio clima delle grandi occasioni, alta società, musica raffinata. 

4 luglio 2019 post quartetto d'archi per Eike Schmidt

*Federico Consolo era un promettente violinista, quando dovette interrompere la sua carriera di concertista per una malattia neurologica. Si dedicò quindi all’insegnamento presso il Conservatorio di Firenze, alla composizione (studiò con Liszt), a studi di musicologia particolarmente in ambito ebraico. Il suo “sefer shirei Israel”, libro dei canti d’Israele, è una ricca collezione di trascrizioni della liturgia livornese
(Enrico Fink)

Il sorriso di Giulia

C’era una volta una ragazzina che amava la danza, sorrideva sempre e voleva ringraziare e basta… no, non è una favola. La ragazzina che sorrideva sempre è vera, è volata in cielo presto, troppo presto, ma non senza lasciare doni bellissimi in terra.


Qualche giorno fa ho ricevuto in dono la coroncina di ringraziamento composta da Giulia. Si chiamava Giulia Gabrieli quella ragazzina.
Giulia Gabrieli, 14 anni, malata di tumore. Riporto dal sito a lei dedicato (a lei e alle iniziative nate dal suo amore per la vita)

“Sappiate fin da subito che Giulia ce l’ha fatta. È vero, non è guarita: è morta la sera del 19 agosto, a casa sua, nel quartiere di San Tomaso de’ Calvi, a Bergamo, proprio mentre alla Gmg di Madrid si concludeva la Via Crucis dei giovani. Eppure ce l’ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita. […] Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un’esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato…”

La coroncina di ringraziamento, da recitare sui grani del rosario, l’ha composta con gioia e impegno. L’ha finita poco prima di nascere al cielo.

«Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie,
chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri.
Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio»

Giulia

 

Giulia desiderava che la coroncina fosse accompagnata da un’immagine.
È così che, tramite un sacerdote amico di Giulia, si pensa di farla incontrare con Umberto Gamba, pittore bergamasco.
Ecco il suo racconto:

«È su esplicita chiamata di Giulia che, ad agosto 2011, pochi giorni prima di Santa Maria Assunta, andiamo a farle visita a casa: desidera trovare un’immagine dei volti di Gesù e Maria, adatti per illustrare la sua coroncina di ringraziamento.
Sono giorni in cui è molto provata, ma ha ben chiaro in cuore come vorrebbe quei volti, e così lo racconta: Gesù e Maria saranno sorridenti e sereni, con lo sguardo accogliente e amorevolmente rivolto a chi li guarda, in un “colore di cielo” che illumini tutti.
Chiede di mettere nel quadro una ragazzina che corra con le braccia tese verso loro. Chissà – mi chiedo – è lei? Oppure sono i bambini ammalati? O forse la ragazzina rappresenta l’umanità semplice?!…Nel colloquio pensiamo ad un quadro sui toni blu del cielo con una divisione orizzontale che separi – ma non troppo! – il cielo dalla terra sulla quale corre la ragazzina, la cui ombra si proietta dietro di lei grazie alla Luce di Gesù e Maria. Solo dopo matura l’idea di fare l’ombra della ragazzina con le sembianze della grande statua del Cristo Risorto che si trova nei giardini attorno alla parrocchia di Medjugorje».

«Quando l’idea del quadro con Gesù e Maria sembra ben definita, Giulia butta lì l’osservazione che, però, la sua preghiera è rivolta alla Trinità! …e che bisognerebbe quindi illustrare anche quella!
Di buon grado accetta di vedere un quadro nel quale avevo tentato di rappresentare la Trinità e di ascoltare la spiegazione riferita a due citazioni bibliche: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9), e “Egli (Gesù) è l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15); da queste citazioni avevo realizzato il quadro con il volto di Gesù che si specchia in cielo, ma non specularmente, perché seppure uguali son due persone distinte. Infine concordiamo di rendere più chiara la loro relazione d’Amore citando esplicitamente la colomba dello Spirito Santo e col colore rosso nel quale sono tutti avvolti. È davvero colpita da quelle interpretazioni ed è veramente soddisfatta.
Mi metto immediatamente al lavoro e due giorni dopo le faccio avere il file del quadro con i volti di Gesù e Maria; mi piaceva l’idea che li potesse immaginare così sereni ed accoglienti… qualche giorno dopo per lei giunge la Grazia di poterli vedere davvero e di potersi immergere in quel fuoco d’Amore della Trinità».

Ci pensavo tante volte, quando vedevo raffigurato il Padre come un vecchio con la barba bianca… non lo abbiamo mai visto, ma qualcuno in terra ha visto Gesù che ci ha rivelato il volto del Creatore, l’aspetto umano di Dio. Mi piace veder così la Trinità!
Ecco la coroncina composta da Giulia:

coroncina2

Per scaricarla e stamparla, vedi qui

Il sogno del Balagan. Culture contro la paura

Ieri sera si è aperta la settima edizione del Balagan Cafè, la perla preziosa dell’estate fiorentina, l’oasi di freschezza (almeno un filo d’aria persino ieri, nell’afa opprimente della conca, solo nel giardino della sinagoga), sapori, suoni, colori e incontri per fare SHALOM, pace come pienezza di vita, gioia di conoscersi, scambi di culture e profumi… nessuna crisi del settimo anno, nel segno del sogno l’iniziativa della comunità ebraica di Firenze vola alto già dall’inaugurazione.

Per me, anche, l’occasione di ripercorrere a piedi le vie di quando andavo a scuola e sognavo un mondo di scambi, pace, culture in danza… 

 

e magari mi fumavo un cicchino (sì, purtroppo avevo iniziato presto a fumare e ho smesso tardi, ma meglio tardi che mai) tra lo Spedale degli Innocenti

e la finestra sempre aperta di piazza Santissima Annunziata, a proposito di sogni!

E non so dir la commozione davanti al portone del mio vecchio amatissimo liceo…

meglio tornare alla serata del sogno. Con le delizie preparate da Jean-Michel Albert Carasso e Michele Hagen ci si rinfranca subito dopo la strada nell’afosa calura di Firenze (e non oso pensare ai due amici chef che hanno cucinato per ore con queste temperature – non hanno chiamato Lucifero a caso quest’ondata di caldo atroce – per centinaia di ospiti!), si salutano gli amici, si cerca posto tra panche di legno e seggioline, tra un soffio di brezza, un gusto piccante, la novità del kibbeh libanese, la bontà della melanzana alla yemenita, un taboulé fresco, un panino al cumino… i deliziosi dolcetti di mandorle con cacao e le interviste nel giardino. Enrico Fink, direttore dell’Orchestra Multietnica di Arezzo (e direttore artistico del Balagan), prima ha fatto parlare di Ricette e precetti l’autrice del libro, la splendida Miriam Camerini,

poi Sara Funaro su sogni e diritti, tra i sogni anche il sogno collettivo di una società più accogliente e umana. E finalmente, col calar del buio intorno e l’accendersi di luci variopinte nel giardino, il concerto “Culture contro la paura”

Tra la cena e il concerto, una foto con gli amici:

lo chef Jean-Michel e i due sposi pratesi, il grande Emanuele Bresci e suo marito Marco Ravaioli.

GRAZIE

I Fòchi

 

San Giovanni ‘un vòle inganni…

ll Fiorino era la moneta d’oro coniata a Firenze: da una parte era raffigurato il giglio, simbolo della città, dall’altra San Giovanni, il patrono. E l’immagine di San Giovanni era per tutti la garanzia del peso della moneta e della purezza dell’oro usato.

Voce di uno che grida nel deserto

Oggi la Chiesa celebra la nascita di Giovanni il battezzatore, l’unico santo, insieme a Maria, di cui si celebra il compleanno. La sua figura è stata talmente importante da meritare questo onore riservato a pochissimi!
Ci sono persone che rendono onore alla razza umana, uomini e donne che nelle loro scelte e nel loro operato ci fanno sentire orgogliosi di appartenervi. Giovanni è sicuramente fra questi: chiamato fin da bambino ad assumere un ruolo scomodo, quello del profeta, ha vissuto questo compito con grande serietà, diventando il punto di riferimento per un intero popolo alla ricerca di Dio. Ricerca che la rinata classe sacerdotale, sorta intorno al tempio in costruzione, evidentemente non riusciva a soddisfare. Quanta credibilità deve dimostrare un profeta per convincere migliaia di persone a scendere nel deserto per ascoltare una sua parola? Eppure anche per noi oggi è così: la fame e la sete di infinito che portiamo nel cuore ci spingono alla ricerca di parole che possono orientare le nostre scelte. Sempre più spesso, purtroppo, la nostra ricerca si indirizza verso parole poco credibili, bizzarre, stregonesche. Sul bisogno di felicità che portiamo nel cuore la società contemporanea ha costruito un intero sistema finanziario. Ciò che ci è necessario è, invece, una parola che ci conduca a Dio, che vada dritto all’essenziale. Una Parola di cui Giovanni è diventato voce. (Paolo Curtaz, 24 Giugno 2015)

 

Le origini dei fuochi di allegrezza? All’inizio i “fòchi” all’inizio erano veri fuochi, veri e propri falò e la festa del patrono di Firenze, San Giovanni Battista, in passato non si svolgeva solo il 24 giugno, ma durava quattro giorni e tre notti.
Il primo protettore di Florentia fu Marte, con festeggiamenti pagani in parte rientrati anche nei riti nuovi, poi i longobardi portarono il culto di San Giovanni Battista, patrono della città di Firenze e santo amatissimo, ma solo dal sesto secolo e.v. (‘era volgare’ è il modo politicamente corretto per dire d.C. e ovviamente se si parla di santi cristiani è ovvio che sia sesto secolo dopo Cristo… scusate, il caldo). Le celebrazioni per festeggiare il patrono sono ancor più recenti, circa sette secoli dopo l’addio al dio della guerra come protettore.

La data era la stessa di oggi, il 24 giugno, natività di San Giovanni Battista, ma nella Repubblica fiorentina la festa iniziava già il 21 giugno, perché legata anche ai riti pagani per il solstizio d’estate, e continuava tra processioni, mostre delle arti maggiori e l’offerta dei ceri davanti al Battistero.
Un tempo c’era anche un palio, si correva in quei giorni il Palio dei Cocchi, corsa di carrozze trainate da cavalli in piazza Santa Maria Novella alla vigilia di San Giovanni. La sfida, istituita da Cosimo I, andò avanti fino a metà Ottocento e i due obelischi in piazza ne sono testimonianza, delimitavano il circuito di gara.La festa del patrono di Firenze non è tale senza “fòchi”: in principio lingue di fuoco si levavano da bacili di sego e fascine di saggina sotto la Loggia dei Lanzi, mentre il contado veniva illuminato da falò. Poi, con l’arrivo della polvere da sparo, iniziò lo spettacolo pirotecnico. Artisti importanti come il Buontalenti facevano a gara per inventare suggestive scenografie di girandole infuocate davanti a Palazzo Vecchio.

E la fortuna grande di abitare al quinto piano con vista su Campanile di Giotto, Torre di Arnolfo, San Miniato al Monte…e vedere i fòchi da casa, stretti stretti e ritti in piedi nel terrazzino,

ma senza fare a botte per un posto lungo l’Arno…

Dal 1796 è la Società di San Giovanni Battista a curare, ogni anno, questo spettacolo di luci. I primi razzi simili a quelli attuali vennero sparati da piazza della Signoria nel 1826 e nel Novecento i fuochi d’artificio di San Giovanni traslocarono sul “tetto” di Firenze, il piazzale Michelangelo.

 

 

Voci precedenti più vecchie