l’olivo e la rosa

… strapperà su questo monte
il velo che copriva la faccia di tutti i popoli
e la coltre distesa su tutte le nazioni.
Eliminerà la morte per sempre.
Il Signore asciugherà le lacrime su ogni volto…
(Isaia)

Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio,
nessun tormento li toccherà.
Agli occhi degli stolti parve che morissero,
la loro fine fu ritenuta una sciagura,
la loro partenza da noi una rovina,
ma essi sono nella pace.
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi,
la loro speranza resta piena d’immortalità.
In cambio di una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé;
li ha saggiati come oro nel crogiolo
e li ha graditi come l’offerta di un olocausto.
Nel giorno del loro giudizio risplenderanno,
come scintille nella stoppia correranno qua e là…
(Sapienza)

«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»
(Vangelo secondo Matteo)

Perché ti rattristi, anima mia,
perché ti agiti in me?
Spera in Dio
(Salmo 41)

 

 

«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro
ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
(Apocalisse)

 

Non aspetto il giorno della commemorazione dei defunti, ogni giorno penso al babbo, prego per mio padre e per tutti i nostri cari andati avanti…. lunedì mattina sono andata a portare una rosa bianca sulla sepoltura ancora senza tomba del babbo. Terra e piante. L’olivo cresce e i suoi rami abbracciano la croce di legno e accarezzano la foto provvisoria.
Non sono pratica di visite ai sepolcri, ma per babbo Lodovico capisco il senso di onorare anche il luogo fisico, la porzione di spazio che in un frammento di tempo ospita i resti di chi ho tanto amato in vita, tutto intero: intelligenza e limiti, fede viva e piccole grandi paure, generosità e attacchi di panico, carità e vizio del fumo, cultura immensa e carne, debolezza, acciacchi della malattia e dell’età… non mi bastano i suoi scritti e il ricordo del suo amore, mi manca la sua voce, l’odore del sigaro, la tenerezza infinita come babbo e come nonno. Manchi tanto, babbo, manchi a me, a mamma, a Viola… e a tante persone, a chi non lo dice, ma si sente, a chi lo dice spesso, a chi me lo scrive…
A me ora tornano in mente i momenti più belli, ti rivedo (anche grazie alle fotografie ingiallite che mamma ha ripescato dai cassetti) quando eri giovane e quasi snello!

 

E me piccina, poi ragazza… rimescolìo di memorie emozioni lacrime e sorrisi e a volte persino vere e proprie risate!

Perché sì, hai sofferto di depressione nera, soprattutto negli ultimi anni, ma non eri una persona triste, anzi.

Grazie, babbo, aspettami

umore

Umidità, umori, umiltà, umanità… humus… 

Lunedì volevo correre, di nuovo. Le gambe mi hanno detto di no.
La bellezza del parco in ottobre mi ha consolata.

All’inizio avevo anche provato a sforzarmi, ma sentivo male e, dopo un piccolo momento di rabbia con me stessa, mi sono goduta la lunga passeggiata senza far più tentativi oltre i limiti. Lunedì dovevo solo recuperare e rallentare.
Non è  precisamente questa l’umiltà, lo so, ma un po’ anche imparare la pazienza con i limiti temporanei o strutturali del corpo mi ricorda che di terra siamo fatti e alla terra torneremo, polvere impastata di Spirito…

respiro di vita che rende fertile l’humus

Ancora danza di foglie gialle dai rami e uno sproposito di funghi ovunque,

ma a parte alcuni che dicevano chiaro e tondo

“non mi toccare neanche, chi mi assaggia muore”

non so distinguere quelli buoni da quelli velenosi e non avrei saputo dove metterli…

 

colti con le foto e respirati i profumi dell’autunno con gratitudine. Davvero, dal profondo del cuore… GRAZIE

Ieri tornata a correre, invogliata dai colori del primo mattino, alba nuvolosa e raggi di arancio e d’oro tra nuvole viola…

 

Grazie per il silenzio sospeso quando il cielo si è fatto scuro,

per la pioggia fine e dolce che mi ha colta per via,
e per il momento di incertezza in cui ho pensato di rinunciare…

sotto quelle nuvole cariche d’acqua mi sentivo così piccola! GRAZIE
E per la voglia di provarci lo stesso. Un passo dopo l’altro, veloce e leggera sopra un tappeto di foglie gialle bagnate…

non era un temporale come l’altra volta, solo pioggia a volte più forte a volte appena percettibile in movimento. Un’ora di puro incanto e… senza pensarci, il miglior ritmo medio! Il bello è che dopo la corsa ero meno stanca di quando ero uscita. GRAZIE
Ero contenta della bella corsa, della bellezza intorno a me e dei sorrisi scambiati con altre persone che si allenavano: una ragazza che incontro spesso, un signore anziano, una donna con qualche chilo di troppo che cammina con costanza a ritmo sostenuto… eravamo in pochi, quando piove e il parco è quasi deserto di umani, tra i pochi che si riconoscono scatta qualcosa che sarebbe naturale eppure non sperimento spesso nelle vie cittadine… un sentimento di fraternità, più o meno.

Prima di rientrare, mi sono fermata ammirata a contemplare la scia umida argentata di una lenta, paziente, pura lumaca. Né buona né cattiva, solo viva, pura vita senza pensieri… 

e l’umore?
Anche nel senso della disposizione d’animo, quando i liquidi dentro e fuori giocano bene insieme, non può che migliorare

Dolce ottobre

Una passeggiata per gustare con calma la bellezza in cui sono immersa quando corro, castagne per terra, i colori d’autunno sui rami e sui sentieri…

Respirare cielo per tornare a portare i pesi che in terra mai mancano, dimenticare per un momento di pace quel che pace e luce non è e sembra prevalere. Ricarica di fiducia per non scoraggiarsi.

Nella sinfonia d’autunno offerta ai sensi. Sole ancora caldo, aria fresca, profumo di terra bagnata e funghi, muschi, foglie, rami, zolle, insetti… ma quanti e di quanti tipi sono gli alberi alle Cascine?

E mettere un piede davanti all’altro, lentamente o correndo, resta la mia forma preferita di preghiera senza parole. Ogni passo uno slancio di gratitudine e lode a Chi ha creato il cielo e la terra e tutte le meraviglie che contengono. Al parco come per via, come i piccoli melograni sul marciapiedi…

e le rosee l’olivo nel giardino di don Fulvio,

per non parlare di zenzero e cannella, vaniglia e scorza di limone, succo d’arancia , frutti di bosco cotti con lo zucchero… che hanno profumato tutta la casa mentre provavo una ricetta di salsa per la copertura di una torta.

Ma solo la corsa di stamattina mi ha ricordato la bellezza grande di ottobre,

col primo velo di umido freddino

e una danza continua di foglie gialle giù dai rami mentre correvo… stavo per piangere commossa, come ieri al giardino di via Maragliano,

da poco intitolato a Samb e Diop

Luna di mattina, croce spenta…

I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce,
per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio.

(Salmo 18, Liturgia di oggi)

Luna incantevole luminosa nel primo mattino, seminascosta dietro il campanile della chiesa davanti a casa, con ancora le ultime sfumature rosa dell’aurora… se la croce che sovrasta la facciata non si illumina più da qualche tempo, le luci del cielo non vengono meno

briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Ore e colori

Di mattine al parco e tramonti per via.

 

Correre al parco mi piace tanto, non solo per la gioia del movimento all’aria aperta, scoperta abbastanza recente, mare a parte, ma proprio per il contatto ravvicinato con l’aria e i mutamenti di odori e colori nella danza delle stagioni. Se già a luglio avevo notato tante foglie gialle in alcuni spazi delle Cascine, da metà settembre è un crescendo di rossi e marroni… sinfonia d’autunno con qualche nota di verde estivo nell’erba fresca e dissonanze primaverili sparse.

Tra i fiori spesso la presenza lieve della carezza di babbo, nel volo di una farfalla bianca, come nel vento fresco sulla pelle accaldata mi ostino a sentire il respiro di Chi fa vivere l’universo. Respiro che non è solo nel vento.

Né solo nella luce che gioca a nascondino con le foglie tra i rami alti…

le prime castagne in terra e certi funghi grossi…

con un profumo inconfondibile, mescolato a quello della terra ancora umida

dopo la pioggia del giorno avanti, tra le foglie cadute.
L’ultimo giorno di settembre, a metà percorso, una sorpresa mi ha fatta quasi piangere, commossa: due scoiattoli che giocavano, salivano e scendevano dagli alberi vicino alla radura che precede il ponte all’Indiano… che meraviglia!

Mentre intorno alla vasca con la fontana candide rose cantano una stagione andata…

Fiori e foglie, cuori ovunque

briciole di bellezza per terra.

L’ultimo giorno di settembre ho letto che è morto il mio prof di italiano al liceo.
Sono sempre più le briciole di cuore che mi volano via…
sempre meno le radici che mi tengono… 

un ‘diamante’ nascosto nel pane

pane-spezzato.jpg

non è da molto che mi lascio toccare il cuore dal mistero più folle e semplice al tempo stesso… stare, possibilmente in silenzio, davanti a Gesù esposto all’adorazione. Nessuno mi aveva spiegato o proposto fino a poco tempo fa l’adorazione eucaristica, anche se forse è quel che feci inconsapevolmente quel giorno in tempo di avvento nella chiesa di San Carlo dei Lombardi, dopo un verdetto disperante smentito dal test di gravidanza l’estate successiva. In quella chiesa era esposto il Santissimo, ci ero finita quasi per caso, ne ero misteriosamente attratta (non ero ancora tornata a frequentar chiese e messe, qualche volta pregavo da sola a casa o in riva al mare o sotto le stelle… ero ‘lontana’ e delusa da tutto quel che un po’ mi mancava). Da un po’ di tempo, però, quando posso, il giovedì pomeriggio dopo la messa delle 18, mi fermo nella chiesa di San Jacopino (o il venerdì nella chiesa sotto casa o il martedì mattina nella Cappella di San Benedetto vicino alla Facoltà di Agraria alle Cascine… piano piano scopro tutti i luoghi dell’adorazione eucaristica a Firenze) per guardare, ringraziare, pregare, adorare l’ostia consacrata, Gesù ‘nascosto’ nel pane come un bimbo nel grembo della mamma prima che si veda il pancione (più o meno così diceva un canto sentito durante una messa in Calabria, in estate), come “un diamante nascosto nel pane” della canzone di De André ‘Khorakhané (A forza di essere vento)’ e a volte riesco a far silenzio in testa per ascoltare quel che non mi parla in parole, a volte i pensieri fanno confusione e allora prego e offro almeno la mia presenza lì, col corpo. Ancora Faber mi viene in aiuto, con un verso della mia preferita tra le sue canzoni, ‘Se ti tagliassero a pezzetti’, quando dice “Dammi quello che vuoi io quel che posso”. Che cosa posso dare a Dio? Nulla, il mio nulla, il mio esserci e stare lì, riconoscente, inquieta o in pace, ferita o contenta o felice anche se ferita, felice perché amata anche se umiliata e ferita, perdonata dopo le cadute…

Martedì 24 settembre (eccezione, di solito l’adorazione serale, animata con canti e preghiere anche durante l’ora di adorazione, non solo all’inizio e alla fine, viene fatta a San Jacopino il terzo martedì del mese, ma stavolta era per iniziare in maniera intensa la settimana di festa della parrocchia e la ripresa delle attività) la mia prima volta all’incontro serale con Lui, lì dove ne assaporo spesso i doni di perdono e conforto. Esperienza forte. E giovedì pomeriggio ci sono tornata, perché quando conosci quella pace e quella luce, anche se sei ‘na schifezza e continui a inciampare… non ne vuoi più fare a meno. E impari a cadere con grazia, con la grazia di farti aiutare a riprendere il cammino, ogni volta con una briciola di fiducia in più.

Lascio ‘parlare’ le immagini (povere immagini, fotogrammi muti di un’esperienza travolgente) e frammenti di canti, parole di altri, pezzetti di pane di Parola, fino al canto riformulato da San Tommaso d’Aquino, l’inno eucaristico per eccellezza, il Pange lingua

Panis angelicus
Fit panis hominum
Dat panis coelicus
Figuris terminum
O res mirabilis
Manducat dominum
Pauper, pauper
Servus et humilis

“In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà.  Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,19-20)

“Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.  Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” (Luca 24,13-17).

“Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Luca 24, 28-35)

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (Atti 2,42-47)

Pange, lingua, gloriosi
corporis mysterium,
sanguinisque pretiosi,
quem in mundi pretium
fructus ventris generosi
Rex effudit gentium.


Nobis datus, nobis natus
ex intacta Virgine,
et in mundo conversatus,
sparso verbi semine,
sui moras incolatus
miro clausit ordine

26 settembre 2019 adorazione giovedì2

In supremæ nocte cenæ
recumbens cum fratribus,
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibum turbæ duodenæ
se dat suis manibus.

Verbum caro panem verum
verbo carnem efficit,
fitque sanguis Christi merum,
et, si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.

Tantum ergo sacramentum
veneremur cernui,
et antiquum documentum
novo cedat ritui;
præstet fides supplementum
sensuum defectui

Genitori Genitoque
laus et iubilatio,
salus, honor, virtus quoque
sit et benedictio;
procedenti ab utroque
compar sit laudatio.

Amen

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