Comete come te

Luce e colori. Parole e cuore. Spazio aperto. Cielo.

Non un libro, non una rivista.. un po’ libro, un po’ rivista, una sola uscita, per ora, su richiesta, già esaurita. Un po’, molto anzi, un abbraccio con l’anima, in questo tempo sospeso di abbracci con le braccia ancora parecchio limitati quando non vietati. Comete di Alessandro Dehò ha inciso un solco di luce nella mia incapacità di portare in fondo una qualsiasi lettura da… da quando anche il tempo intorno si è sbriciolato, se mai era stato integro. La mia copia cartacea di Comete è arrivata a casa mentre stava per cominciare la bella esperienza della Summerlife per Viola tra i bimbi e per me in altro senso… solo oggi ho girato l’ultima pagina. Quasi un mese per poco più di trenta pagine? Ogni pagina avrebbe richiesto settimane di riflessioni e pagine di diario personale, per quel che riaccendeva! E poi, anzi, prima, l’invito all’ascolto. Ascoltare ancora il Requiem di Mozart dopo non molto tempo (babbo amava moltissimo Mozart… ama, lo ama, si saranno incontrati nella sinfonia infinita? A divertirsi insieme con gli angeli, chiuse le lodi con Bach…), stavolta nella versione diretta da James Gaffigan con l’Orchestre national de France, è stato come aprire la diga a una piena di lacrime che premeva da mesi.

E poi la scoperta di un Requiem diverso, inatteso, disturbante quasi all’inizio, meraviglioso e liberante “Stringeranno nei pugni una cometa” di Silvia Colasanti

davanti al Duomo di Spoleto

con le parole di Mariangela Gualtieri contrappunto Dubitante al coro di chi non dubita che continua a pronunciare il testo latino antico e mai vecchio…

Dubitante con te chiedo perdono per tutte le volte che “non ho guardato con la dovuta attenzione tutte le meraviglie del quotidiano, per quando ho riso troppo poco…”

Ho pianto di nuovo al Secondo tempo. Come specchiarmi, a volte. Comete non consola, ma tiene la mano, la bagna di lacrime sue, sa stare accanto.

Don Alessandro ritrova tra le sue e nostre macerie frammenti di stelle, lacrime per lutti non ancora vissuti, preghiere scritte in tempi lontani e ipotesi di preghiera che valgono tutto il catechismo che non ascoltai fuggita via e tornata dopo un incontro con un’altra cometa

“Fu solo allora che capii che il miracolo non era aprire gli occhi, ma tenerli aperti. Tenere aperto uno spazio. Capivo che il miracolo non era un premio, ma una responsabilità. (…) Quella guarigione che consideravo definitiva in realtà era un inizio”

E in fondo pagine bianche, anzi, due riquadri “Per le tue parole” e la gioia di prendere un lapis per appunti in corsivo, a mano… con in testa ancora le pietre in mano al coro del Secondo tempo.

GRAZIE

una ragazzina analfabeta diventata Dottore della Chiesa

“Spirito Santo, vieni nel mio cuore,
per la tua potenza tiralo a te, Dio vero.
Concedimi carità e timore.
Custodiscimi o Dio da ogni mal pensiero.
Infiammami e riscaldami del tuo dolcissimo amore,
acciò ogni travaglio mi sembri leggero.
Assistenza chiedo ed aiuto in ogni mio ministero.
Cristo amore, Cristo amore”

Santa Caterina da Siena
(Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380)

“Noi siamo immagine tua, e tu immagine nostra per l’unione che hai stabilito fra te e l’uomo, velando la divinità eterna con la povera nube dell’umanità corrotta di Adamo. Quale il motivo? Certo l’amore. Per questo amore ineffabile ti prego e ti sollecito a usare misericordia alle tue creature”

Nata a Siena, nel popolare rione di Fontebranda, cuore della contrada dell’Oca, il 25 marzo 1347, Caterina era la ventiquattresima figlia del tintore Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piagenti. La gemella Giovanna morì dopo poche settimane dalla nascita. Il carisma mistico della Santa dell’Oca, patrona di Italia con San Francesco d’Assisi e patrona d’Europa con San Benedetto da Norcia, Santa Brigida di Svezia, Santa Teresa Benedetta della Croce e i Santi Cirillo e Metodio, si rivelò molto presto: Caterina a soli sei anni sostiene di aver visto, sospeso in aria sopra il tetto della basilica di San Domenico, il Signore Gesù seduto sopra un bellissimo trono, vestito con abiti pontificali insieme ai santi Pietro, Paolo e Giovanni. A sette anni, quando le bambine sono decisamente lontane anche dal solo concepire una cosa simile, fa voto di verginità. E inizia, ancora bambina, a mortificarsi, soprattutto rinunciando a tutti i piaceri in qualche modo connessi con il corpo. In particolare, evita di mangiare carne e per evitare i rimproveri dei genitori, passa il cibo di nascosto ai fratelli.
Verso i dodici anni i genitori volevano ‘maritarla’ (erano tante le bocche da sfamare in casa del tintore…). I pittori spesso l’hanno ritratta sfigurata dai digiuni, ma il suo confessore abituale scrisse che era una bellissima ragazza. Caterina, per non tradire il voto fatto da bambina, arrivò a tagliarsi completamente i capelli, coprendosi poi il capo con un velo e chiudendosi in casa. Considerata affetta da una specie di fanatismo giovanile, per piegarla la costringono a pesanti fatiche domestiche. La reazione è del tutto in linea con il suo misticismo. Si “barrica” all’interno della sua mente come in una fortezza.
Un giorno, però, la considerazione dei genitori cambia: il padre sorprende Caterina in preghiera e prima di poterla sgridare nota con meraviglia una colomba posarsi sulla sua testa, si convince così che il fervore della ragazzina non è il frutto di un’esaltazione, ma che si tratta di una vera vocazione e decide di aiutarla.
A sedici anni, spinta da una visione di San Domenico, Caterina prende il velo del terz’ordine domenicano, continuando a restare nella propria casa. Semianalfabeta, quando cerca di imparare a leggere le lodi e le ore canoniche, fatica parecchi giorni, inutilmente. Chiede allora al Signore il dono di saper leggere che, a quanto riportano tutte le testimonianze e da quanto dice lei stessa, le è miracolosamente accordato. Intanto, inizia anche a prendersi cura dei lebbrosi presso l’ospedale locale. Scopre però che la vista dei moribondi e soprattutto dei corpi devastati e delle piaghe le genera orrore e ribrezzo. Per punirsi di questo, un giorno beve l’acqua che le era servita per lavare una ferita purulenta, dichiarando poi che “non aveva mai gustato cibo o bevanda tanto dolce e squisita.” Dal quel momento, la ripugnanza passò.
A vent’anni si privò anche del pane, cibandosi solo di erbe crude, poi solo dell’eucaristia… e non dormiva che due ore per notte.
In una notte del 1367 le appare Gesù accompagnato dalla Vergine e da una folla di santi, e le dona un anello, sposandola misticamente. La visione sparisce, l’anello rimane, visibile solo a lei. In un’altra visione Cristo le prende il cuore e lo porta via, al ritorno ne ha un altro vermiglio che dichiara essere il suo e che inserisce nel costato della Santa. Si dice che a ricordo del miracolo le rimase in quel punto una cicatrice.

La sua fama andava espandendosi, attorno a lei si raccoglieva una grande quantità di persone, l’allegra brigata… chierici e laici, che prendono il nome di “Caterinati”.

«Quando, intorno al 1366 un gruppo di persone appartenenti a vari ordini religiosi (Domenicani, Francescani, Agostiniani, Vallombrosani, Guglielmiti) si strinsero intorno a Caterina, certi avversari affibbiarono a tale gruppo il nome di Caterinati, a mo’ di scherno. Sembrava incomprensibile che tanta gente illustre, appartenente a ranghi nobiliari quali i Tolomei, i Piccolomini, i Salimbeni, i Saracini, si facessero soggiogare da una ragazza neanche ventenne, analfabeta, “visionaria”».
(da Patrona d’Italia e d’Europa; N.4 ott.-dic. 2004)

Preoccupati, i superiori dell’Ordine Domenicano la sottoposero a un severo esame per appurarne l’ortodossia. Lo superò brillantemente, ma le assegnarono un direttore spirituale, Raimondo da Capua, diventato in seguito suo erede spirituale.

Nel 1375, mentre è assorta in preghiera in una chiesetta del Lungarno, detta ora di Santa Caterina, riceve le stimmate che, come l’anello del matrimonio mistico, saranno visibili solo a lei fino alla morte, ma visibili il 29 aprile 1380, giorno della sua festa, nascita al cielo e nozze vere col suo Sposo.
Nel 1376 è incaricata dai fiorentini di intercedere presso il papa per far togliere loro la scomunica che si erano beccati per aver formato una lega contro lo strapotere dei francesi. Caterina si reca ad Avignone con le sue discepole, un altare portatile e tre confessori al seguito, convince il Papa, ma intanto è cambiata la politica e il nuovo governo fiorentino se ne infischia della sua mediazione. Però, durante il viaggio, convince il papa a rientrare a Roma. Nel 1378 è dunque convocata a Roma da Urbano VI perché lo aiuti a ristabilire l’unità della Chiesa, contro i francesi che a Fondi hanno eletto l’antipapa Clemente VII. Scende a Roma con discepoli e discepole, lo difende strenuamente, morendo sfinita dalle sofferenze fisiche mentre ancora sta combattendo. È il 29 aprile del 1380 e Caterina ha trentatre anni.

Oltre a opere di alta sapienza, come uno dei capolavori della letteratura mistica medievale, il “Dialogo della Divina Provvidenza”, ci ha lasciato raccolte di preghiere bellissime e un generoso epistolario.

Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto» (G. Papàsogli, Caterina da Siena, 2001).

Per il mio onomastico mi sono regalata una bella sosta in preghiera nella chiesa di San Jacopino, accanto al dipinto della Madonna del rosario con Gesù bambino, San Domenico e Santa Caterina da Siena.

GRAZIE

La terapia della bellezza

vedere una stella di giorno
come un’ombra di notte
salva dalla realtà

Un’amica – diventata amica vera, amica stretta, in questi giorni di prova – che mi chiama stamattina, prima che sia riuscita a mandar giù qualcosa… una tazza di latte, le medicine e un caffè prima che mi suoni il campanello… arriva e si ciuccia un mio mezzo delirio che non la sconvolge (perché forse si aspettava di trovarmi pure peggio?), io mi metto scarpe, cappotto e sciarpa e andiamo.

A piedi.

In centro.

Cambiare vista 

scaccia pensieri

Colori e musi…

contro buio e muso lungo.

Silvia ama il mio stesso scorcio della nostra piazza.
E mi accontenta scattandomi una foto come fossi una turista nella mia città,

poi…

in cattedrale.

GRAZIE

 

Sai che il giorno s’impara ed è subito sera,
salutiamoci.
Sai che chi si ferma è perduto, ma si perde tutto chi non si ferma mai.
Sai che è ben poca certezza, ma spesso consola e rischiara.
È profumo e candela, la bellezza…
(…)
Sai che c’è chi non si ferisce, ma s’infastidisce soltanto.
Così vedere una stella di giorno
come un’ombra di notte
salva dalla realtà
Ma sei di passaggio
e godi il tuo turno
anche se c’è chi disprezza…
È un’amante fedele, la bellezza.

Eppure ci manca sempre qualcosa

La vita è una corsa meravigliosa,
ma in fondo
ci manca
sempre
qualcosa

(dalla canzone “La bellezza” di Niccolò Fabi)

Angoscia

/an·gò·scia/
sostantivo femminile

1. Oppressione dello spirito che può nascere da uno stato di dubbio tormentoso o di profonda inquietudine oppure da paura, dolore o pietà, esasperati da particolare sensibilità.

PROPR. Difficoltà di respiro, opprimente costrizione al torace e alla gola, provocata da cause organiche o psichiche.

2. In psicoanalisi, reazione d’allarme dell’Io di fronte a situazioni per lo più interne e avvertite, spesso irrazionalmente, come pericolose.

3. Nella filosofia esistenzialistica, il sentimento fondamentale che ha l’uomo della nullità da cui emerge e in cui tende a risolversi il suo essere finito.

Origine
Lat. angustia, der. di angustus ‘stretto’ •sec. XIII.

il dolore innocente

La sofferenza ingiusta, la malattia degli innocenti, il dolore dei bambini, la disgrazia che si abbatte su chi si comporta bene come su chi se la spassa senza curarsi di nessuno… se non si esce dall’arcaico e ancora forte, almeno inconsciamente, schema di merito e colpa, non si trova risposta al quesito che prima o poi tutti i credenti affrontano, se Dio è e se è buono e giusto e onnipotente, perché il male nel mondo? Perché muoiono i bambini? Il dialogo tra Ivan e Alëša nei Fratelli Karamazov di Dostoevskij si sposa con il grido di Giobbe, oggetto della scommessa del ‘satan’ con Dio. Il ‘satan’ era l’avvocato dell’accusa, il diavolo è l’accusatore, il primo sponsor dei sensi di colpa, il nemico invidioso dell’amore del Creatore per le sue creature…

Ovviamente nessuna risposta verrà da questo post, ci si sono rotti le corna fior di teologi… mi segno solo alcune citazioni e qualche frammento di riflessione. Briciole:

Dirò a Dio: Non condannarmi!
Fammi sapere perché mi sei avversario.
E’ forse bene per te opprimermi,
disprezzare l’opera delle tue mani
e favorire i progetti dei malvagi?
Hai tu forse occhi di carne
o anche tu vedi come l’uomo?
Sono forse i tuoi giorni come i giorni di un uomo,
i tuoi anni come i giorni di un mortale,
perché tu debba scrutare la mia colpa
e frugare il mio peccato,
pur sapendo ch’io non sono colpevole
e che nessuno mi può liberare dalla tua mano?
Le tue mani mi hanno plasmato e mi hanno fatto
integro in ogni parte; vorresti ora distruggermi?
Ricordati che come argilla mi hai plasmato
e in polvere mi farai tornare.
Non m’hai colato forse come latte
e fatto accagliare come cacio?
Di pelle e di carne mi hai rivestito,
d’ossa e di nervi mi hai intessuto.
Vita e benevolenza tu mi hai concesso
e la tua premura ha custodito il mio spirito.
Eppure, questo nascondevi nel cuore,
so che questo avevi nel pensiero!
Tu mi sorvegli, se pecco,
e non mi lasci impunito per la mia colpa.
Se sono colpevole, guai a me!
Se giusto, non oso sollevare la testa,
sazio d’ignominia, come sono, ed ebbro di miseria.
Se la sollevo, tu come un leopardo mi dai la caccia
e torni a compiere prodigi contro di me,
su di me rinnovi i tuoi attacchi,
contro di me aumenti la tua ira
e truppe sempre fresche mi assalgono.
Perché tu mi hai tratto dal seno materno?
Fossi morto e nessun occhio m’avesse mai visto!
Sarei come se non fossi mai esistito;
dal ventre sarei stato portato alla tomba!

Il tono è un po’ diverso dalla prima reazione, quando gli era stato tolto tutto: ricchezze, bestiame, figli:

«Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».

Ma nel grido, nei lamenti, nell’insofferenza per le consolazioni moralistiche dei tre amici, Giobbe non smette di rivolgersi a Dio, lo chiama a rispondergli, lo invoca e la risposta alla fine verrà. Non una spiegazione, ma un rapporto personale, l’incontro.

(che poi perché intitolano i dipinti “Giobbe consolato dagli amici” quando quei tre non fanno che accusarlo di qualche colpa segreta o, nel migliore dei casi, ammonirlo e invitarlo a prendere tutto quel patire come purificazione…?)

Micidiale la reazione della moglie di Giobbe, mix di rimprovero e disgusto: al marito colpito anche nella carne e nell’osso (sempre per la sfida del satan a Dio “sì, sì, bravo il tuo Giobbe, ma non ti rispetta gratis, per nulla… toccalo nei suoi beni…” “sì, sì, ha retto bene alla perdita di bestie e figli, case e cose, ma toccalo nella sua pelle e vedrai come ti benedirà in faccia!”), ridotto a una piaga continua “dalla pianta dei piedi alla cima del capo”, mentre si gratta con un coccio, immerso nella cenere e nel sudiciume, quella donna grida: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Benedici ancora Dio e poi crepa!» . Eppure in passato tutto andava bene, Giobbe era buono e giusto, ricco e ‘benedetto’ in ogni aspetto dell’esistenza, nel segno della compassione per i più sventurati:  «Soccorrevo il povero che chiedeva aiuto e l’orfano che ne era privo. La benedizione del disperato scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia. Mi rivestivo di giustizia come di un abito, la mia equità era come il mio manto e il turbante. Ero gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo e padre per i poveri» ( Libro di Giobbe 29,12-16).

Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse: «E’ stato concepito un uomo!».
Quel giorno sia tenebra,
non lo ricerchi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.
Lo rivendichi tenebra e morte,
gli si stenda sopra una nube
e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!
Quel giorno lo possieda il buio
non si aggiunga ai giorni dell’anno,
non entri nel conto dei mesi.
Ecco, quella notte sia lugubre
e non entri giubilo in essa.
La maledicano quelli che imprecano al giorno,
che sono pronti a evocare Leviatan.
Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,
speri la luce e non venga;
non veda schiudersi le palpebre dell’aurora,
poiché non mi ha chiuso il varco del grembo materno,
e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!
E perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?

(Cap. 3)

Eppure, non si rompe mai il filo della fede. Dopo l’incontro con l’assurdo, l’incontro con l’origine della vita.  Senza spiegazione, ma cambia tutto.

E magari a qualcuno verrà voglia di rileggere tutto il bellissimo libro di Giobbe, che inizia come una favola e si innalza in vette di poesia insuperate… 

briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Don Pino. Il coraggio di amare

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi
(Don Pino Puglisi)

Il 15 settembre 1993 don Pino Puglisi, parroco del quartiere palermitano di Brancaccio, venne ucciso da killer mafiosi.
Oggi, 15 settembre, una delle più belle pagine del Vangelo, la parabola del Padre che ama e aspetta il figlio perduto e gli corre incontro… 

«Nessun uomo è lontano dal Signore.
Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore.
Non forza il cuore di nessuno di noi.
Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere.
Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà.»
(Don Pino Puglisi)

 


Padre Puglisi non era un prete ‘anti’ era PER. Dava noia alla mafia non perché facesse l’attivista antimafia, ma perché dava al suo popolo un’alternativa, una visione bella della vita insieme. E un sostegno concreto, in positivo, non contro qualcuno. 

«Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un’illusione che non possiamo permetterci.
E’ soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…»

Trasmetteva il coraggio della speranza. 

“Quelli che riflettono troppo prima di fare un passo, trascorreranno tutta la vita su di un piede solo”

Don Giuseppe Puglisi, come ricordava Gian Carlo Caselli nel 2013  “… muore (ce lo racconta il mafioso che lo uccise) sorridendo e pronunziando le parole “me lo aspettavo”. Cosa voleva dire, con quel sorriso e con quelle parole? Per il sorriso la risposta è facile, tant’è che don Pino è stato – ieri, a Palermo – beatificato come martire. La sua fede era profonda e sincera. Sapeva che la conclusione della vita terrena è solo un passaggio all’aldilà. Un passaggio per crescere: perciò sorrideva. Ma le parole “me lo aspettavo”? Forse don Pino si è ricordato delle tante volte che – in vita – si era guardato intorno e si era trovato solo. Non perché fosse qualche passo avanti rispetto alla posizione che gli spettava. Ma perché restavano indietro, spesso molto indietro, coloro che avrebbero dovuto essere accanto a lui. E la solitudine, si sa, sovraespone”

La Gardia. Considerate la roccia da cui foste tratti

La mèta delle nostre vacanze (partenza domani mattina, arriveremo in serata, credo… il viaggio è abbastanza lungo, era lungo in due – la prima vacanza con Sandro fu in Calabria, a San Lucido – sarà più lungo con una bimba, si faranno diverse soste) è La Gàrdia, in passato nota con il nome di Casale di Fuscaldo, chiamata successivamente Guardia Fiscalda, Guardia dei Valdi e Guardia Lombarda, solo in anni più vicini a noi ha preso la denominazione attuale di Guardia Piemontese. La Gàrdia in occitano.


L’aggettivo “piemontese” del nome, deriva dall’origine valdese della popolazione locale, la quale a causa della povertà, dell’intolleranza religiosa e delle persecuzioni subite nelle proprie terre, in Piemonte, dovette fuggire alla ricerca di un luogo più sicuro e ospitale e si trasferì in Calabria dove fondò il paese di Guardia. Altre comunità di valdesi si stabilirono in alcuni paesi vicini, a Montalto Uffugo, e a San Sisto dei Valdesi.
I Valdesi arrivarono in Calabria tra il XII e il XIII secolo dal Piemonte, provenienti soprattutto dalla Val d’Angrogna e dalla Val Pragelato. Gli abitanti di Guardia Piemontese vissero senza conflitti per due-tre secoli con le comunità cattoliche circostanti. Dopo la loro adesione alla riforma protestante il cardinale Michele Bonelli (pronipote di papa Pio V), deliberò che venissero annientati sia i valdesi del Piemonte sia quelli della Calabria. Scatenò così contro di loro una crociata e li sterminò.
La persecuzione religiosa si portò, in tempi antichi, fino nella parte antica di Guardia (il cosiddetto “paese”) con scontri e violenze e l’uccisione di gran parte della popolazione, comprese donne e bambini. I pochi superstiti scampati al massacro furono costretti alla conversione. Rimane a tal testimonianza la porta del sangue, chiamata così dal 5 giugno 1561, oltre ai nomi delle strade che ricordano tali fatti storici.

Nel 1927 venne fuso con il comune di Acquappesa, formando il nuovo comune di Guardia Piemontese Terme. Recuperò l’autonomia nel 1945.
Il centro storico si articola in numerosi vicoli la cui pavimentazione è formata da un insieme di pietre. Vi è una torretta di avvistamento, facilmente ravvisabile anche dal “paese marino”. Nel piazzale antistante la torretta vengono messi in scena vari tipi di spettacoli.

Architetture religiose

Chiesa di Sant’Andrea apostolo
Dedicata al Patrono di Guardia Piemontese. Interessante da vedere è il portale di tufo sormontato dallo stemma di Guardia Piemontese La Torre.

Chiesa del Santissimo Rosario, ex convento dei Domenicani
Fondato dai domenicani nel 1600 e consacrato nel 1616. Di notevole pregio artistico è l’antico coro ligneo, scolpito a mano alla metà del XVII secolo. Esso è composto da 33 scanni, divisi in due ordini di posti: 21 superiormente e 12 più in basso. I braccioli degli scanni rappresentano figure femminili. I pannelli, meravigliosamente scolpiti, sono divisi da alte colonne. Alle spalle dell’altare si trova la tomba di Mario Spinelli, figlio del marchese Salvatore Spinelli, morto nel 1636. Le mura sono abbellite da tipiche e antiche tele su cornici artistiche (presumibilmente del sec. XVI) e da colossali e vivaci affreschi.

Architetture civili


Porta del sangue
Porta principale d’ingresso il cui nome ci rimanda immediatamente ai giorni della repressione. Il sangue dei Valdesi uccisi in loco, nella notte del 5 giugno 1561 dal castello si riversò nelle viuzze, fino a oltrepassare la porta principale d’ingresso che dal 1561 venne chiamata ‘La porta del sangue’. È composta prevalentemente da ciottoli di diversa grandezza, frammenti di laterizio e di pietre rozzamente squadrate legate con malta di diverso spessore.

Porta Carruggio
Piccola porta secondaria d’accesso dell’antico sistema murario di Guardia Piemontese. Si trova a poche decine di metri dalla Porta del Sangue, un tempo principale porta d’accesso al sistema murario cittadino. Il basamento della terza porta, ormai scomparsa, si trova inglobato nel muro esterno di un palazzo sito sulla Via Panoramica, circa all’opposto di Porta Carrugio.

Porte con spioncino
Antiche porte munite di spioncino apribile solo dalla parte esterna, imposte dall’Inquisizione dopo la strage del 5 giugno 1561. Lo spioncino consentiva ai frati domenicani giunti a Guardia Piemontese nel XVII secolo di controllare la vita pubblica e privata degli ex eretici scampati al massacro e convertiti con la forza al cattolicesimo. Di queste porte se ne può visionare una, restaurata, presso il Museo Valdese e almeno tre in giro per il centro storico.

Portale Palazzo Spinelli
Antica residenza estiva del marchese Salvatore Spinelli feudatario di Fuscaldo alla cui giurisdizione apparteneva il territorio di Guardia. Oggi rimane soltanto il portale e in alto è raffigurato lo stemma della famiglia Spinelli: un cigno sormontato da una corona.

Roccia di Val Pellice
Posta nella Piazza Chiesa Valdese, così denominata perché ivi anticamente sorgeva il tempio valdese. Un lastrone di roccia alpina a specchio è collocato su una base di cemento armato. Fu portato dai monti di Torre Pellice nel 1975. Vi è incisa una scritta molto significativa per il popolo guardiolo, tratta dal versetto del profeta Isaia (51,1): «Considerate la roccia da cui foste tratti»
Sotto la Roccia è stata posta una lapide, su cui sono riportati i 118 nomi dei martiri guardioli uccisi il 5 giugno 1561.
Architetture militari
Torre di guardia
Risalente intorno all’anno 1000. Come tutte le torri ubicate sui promontori della costa aveva la funzione di segnalare l’eventuale presenza di navi saracene, che in quel periodo infestavano il Mediterraneo.

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La lingua locale: il guardiolo
Il guardiolo, o lingua guardiola, molto vivo nel centro storico, costituisce l’unico esempio di lingua occitana nel meridione italiano ed è isolata rispetto all’area nativa che consiste sostanzialmente nella Francia meridionale. Fino agli anni cinquanta era possibile riscontrare tre tipi di guardiolo, corrispondenti a tre quartieri diversi del pur piccolo centro storico e giustificati dalle diverse vallate piemontesi da cui originavano le popolazioni delle diverse aree del paese.
Altre aree occitanofone in Italia sono alcune valli alpine del Piemonte e della Liguria.

Istituzioni, enti e associazioni, musei e manifestazioni:

Centro culturale “Giovan Luigi Pascale”
Il centro, di proprietà della Tavola Valdese e dedicato al predicatore piemontese Giovan Luigi Pascale, può essere considerato un punto di documentazione della storia dei Valdesi in Calabria e in particolare a Guardia Piemontese, nonché un centro di attività sociale e culturale a beneficio della cittadinanza. La sala del pianterreno ospita il centro ricreativo. La sala del piano superiore ospita il Museo Valdese, con pannelli esplicativi della storia valdese in Calabria e nel mondo, documenti e reperti, nonché con una sala conferenze e audiovisivi. Gli altri due piani sono dedicati ad appartamenti per visitatori, per un totale di dodici posti letto. Il centro venne inaugurato nell’anno 1983 in occasione del gemellaggio tra Guardia Piemontese e Torre Pellice su iniziativa della Chiesa Valdese quale testimonianza del ruolo che ebbe nella storia di questo centro, considerato l’ultima colonia valdese in Calabria. Dopo alcuni anni di chiusura (dal 1998) è stato ristrutturato e riaperto il 5 giugno 2010. Il Centro culturale “Gian Luigi Pascale” è finanziato dall’otto per mille della chiesa valdese.

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Chambra dal Conselh Eros Marcello Gai
Sala del Consiglio dell’Associazione Culturale Occitana Gàrdia d’O.c (associazione gemellata dal 21 luglio 2012 con l’Associazione Culturale Greco-Calabra “Stella del Sud – Astro tu Notu” di Bova Marina ed il Comitato Organizzativo Giovanile Arberesh di Firmo) dedicata all’intellettuale guardiolo Eros Marcello Gai, si trova in via Marco Usceglio. Inaugurata il 12 novembre 2010 con pubblica manifestazione è un luogo d’incontro, organizzazione e discussione circa la “Questione Occitana” di Guardia Piemontese nonché sede del gruppo folk occitano-guardiolo Vent de Nòtes. In quanto luogo d’incontro e cultura, la Chambra dal Conselh è aperta al pubblico eccetto nei giorni in cui l’associazione si riunisce.

Il Museo valdese di Guardia Piemontese del Centro culturale “Gian Luigi Pascale” è stato riaperto nel 2011, proprio nel 450º anniversario della strage dei valdesi in Calabria e in Puglia. È aperto al pubblico previa prenotazione. Per le scuole calabresi è un importante punto di riferimento per approfondire la storia delle minoranze in Calabria.

Museo Multimediale Occitano – Comune di Guardia Piemontese – Inaugurato il 22 gennaio 2011, è un museo dedicato alla conoscenza della storia e della cultura guardiola attraverso la visione di documenti video e reportage del borgo occitano. Il museo è dotato di biblioteca libraria e multimediale, di una sala espositiva, di una sala formativa, di una sala conferenza. Offre un percorso multimediale sulla storia e cultura occitana in Europa, in Italia, e nel comune di Guardia Piemontese.
È presente una ricca biblioteca, con numerosi libri di narrativa, storia e cultura, con una sezione dedicata alle tre minoranze linguistiche presenti in Calabria: gli Occitani, i Grecanici e gli Albanesi.
Il Museo Multimediale è un punto di riferimento per chi volesse immergersi nella storia di questo luogo e di questa comunità. Effettuata la visita l’avventore potrà prendere nota dei vari testi tematici presenti prima di uscire o restare e dedicarsi alla loro lettura.

Giornata della Memoria
Il 5 giugno 2008 l’amministrazione comunale ha istituito “La giornata della memoria”, in ricordo dell’eccidio del 5 giugno 1561. Celebrazione comunitaria per trasmettere alle nuove generazioni una significativa pagina di storia che appartiene non solo alla gente guardiola, ma alla Calabria, all’Italia e all’Europa.

Settimana Occitana
Nel mese di agosto. Organizzata dall’amministrazione comunale di Guardia Piemontese e dalla Provincia di Cosenza Assessorato alle minoranze linguistiche. È caratterizzata da una serie di spettacoli e conferenze allo scopo della riscoperta dei valori culturali.

 

 

Balliamo balliamo o siamo perduti

 

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Un paio d’anni fa, dopo aver visto un breve filmato sul ballerino siriano a Parigi,

ho letto la storia di Ahmad Joudeh, un ragazzo cresciuto in un campo profughi di Damasco.

Un ragazzo sì, anche un sogno fatto carne, però, una scintilla di luce in un punto del tempo e dello spazio dove da un po’ è difficile trovare la bellezza. A riprova della verità che dentro di noi sappiamo: in ogni luogo può brillare la scintilla di bellezza nata da un sogno e in ogni tempo quella scintilla può divampare in un fuoco di passione.

Ahmad è figlio di madre siriana e padre palestinese, da quando è bambino ha sempre avuto il sogno di fare il ballerino. Quando il padre se ne accorge si infuria, gli vieta severamente di accostarsi in qualsiasi maniera alla danza, ma Ahmad continua a ballare e non solo, insegna danza, offre lezioni di danza gratis ai bambini orfani e disabili (e in zone di guerra i bambini orfani o con disabilità causate da ferocia, armi, mine e non da malattie sono tanti).

Ahmad insegna a ballare, balla, ama la danza. Non la smette, no! Suo padre se ne accorge e lo picchia, lo prende anche a bastonate sulle gambe, ma non esiste bastonata che possa uccidere una passione.

Ahmad sfida suo padre e sfida anche l’Isis e la minaccia di morte. Ahamd  si fa tatuare sul collo la scritta «Danza o muori» e lo fa nel punto preciso dove i boia dell’Isis calano la spada per eseguire le condanne capitali.

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Per mesi e mesi   Ahmad balla sui tetti di Damasco flagellata dalle bombe e posta in rete i video delle sue coreografie.

Un regista olandese, Rusbel Kanonif, lo vede e capisce al volo di avere tra le mani una storia eccezionale, così si precipita in Siria per realizzare un documentario su di lui. Girano anche a Palmira, dove viveva la famiglia di Ahmad… casa distrutta. I sogni no.

Grazie a Kanonif, il Dutch National Ballet di Amsterdam nota il talento di Ahmad e lo aiuta ad espatriare in Olanda, dove Ahmad inizia a danzare professionalmente nel corpo di ballo… e arrivò Parigi e poi un incontro con Roberto Bolle e 

il libro DANZA O MUORI

Maddalena, Giuda e la Misericordia infinita.

Dio ci chiama per nome.

 

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».  Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». ”
(dal Vangelo secondo Giovanni)

 

Il commento di Paolo Curtaz:

Quanto è amata la piccola Maria di Magdala? Simbolo della misericordia e del perdono ricevuto, la santa unisce in sé tre figure storiche: la peccatrice perdonata, la sorella di Lazzaro e una discepola proveniente da Magdala.

A Vézelay, in Borgogna, una straordinaria Cattedrale romanica custodisce, secondo la tradizione, le spoglie mortali di santa Maria Maddalena. Quel luogo è così diventato il tempio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della compassione. Attraverso un percorso iniziatico, il pellegrino sperimentava la misura della bontà di Dio. Appena prima di uscire da una delle tre porte della facciata, un capitello posto in alto, inaccessibile alla vista, rivela il paradosso dei paradossi. Lo scultore raffigura l’impiccagione di Giuda, il maledetto per antonomasia. La rappresentazione è quella consueta medievale: l’anima di Giuda esce dal suo corpo esanime mentre un demone la rapisce. Ma sull’altro lato un pastore, il buon pastore, porta sulle spalle il povero Giuda. Il volto del pastore è diviso a metà, mischiando gioia a sofferenza. È Cristo che porta sulle sue spalle l’anima di Giuda. Solo in quel luogo si poteva osare tanto. Maria di Magdala continua a ricordarci la misura senza misura dell’amore infinito di Dio. Lei che ha sperimentato il perdono senza condizioni, ancora ci invita a diventare discepoli della compassione.

Ieri sera ho cercato qualche immagine di Vézelay.

Ecco il capitello:

E mi è tornato in mente un frammento di omelia di don Primo Mazzolari che mi ha fatto ascoltare don Fulvio (una registrazione della predica del Giovedì Santo del 1958). Cercato il testo, ne riporto qualcosa con gratitudine: 

 «Povero Giuda – aveva esordito il parroco – Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».

«Amico! Questa parola – continuava Mazzolari – che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli sono diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro».

Dopo aver ricordato la fine disperata dell’apostolo traditore, Mazzolari concludeva: «Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là…».

« E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico».