prove tecniche di vero cambiamento

 

cadere

 

Autobiografia in cinque brevi capitoli
di Portia Nelson

Capitolo I
Cammino per la strada.
C’è una buca profonda nel marciapiedi.
Ci cado dentro.
Sono perduta… Sono senza speranza.
Non è colpa mia.
È praticamente impossibile trovare una via d’uscita.

Capitolo II
Cammino lungo la stessa strada.
C’è una buca profonda nel marciapiedi.
Faccio finta di non vederla.
Ci cado di nuovo.
Non riesco a credere di trovarmi nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Ci vuole molto tempo per uscirne.

Capitolo III
Cammino lungo la stessa strada.
C’è una buca profonda nel marciapiedi.
La vedo.
Ci cado ancora… è un’abitudine… ma i miei occhi sono aperti.
So dove mi trovo.
È colpa mia.
Ne esco fuori immediatamente.

Capitolo IV
Cammino lungo la stessa strada.
C’è una buca profonda nel marciapiedi.
La aggiro.

Capitolo V
Prendo un’altra strada.

 

(fonte: un articolo mentre cercavo risposte… qui)

Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.

Letture al volo all’alba, con frutti dolcissimi di pace e gioia al pomeriggio… dopo una passeggiata all’inferno nella notte: 

Oggi in modo particolare risplende nel Vangelo l’amore di Gesù per i peccatori. Egli chiama a seguirlo un uomo che proviene dalla cerchia dei pubblicani, odiati e disprezzati come asserviti ai pagani dominatori. E’ già uno scandalo per i farisei, che considerano inderogabile, se si vuol essere “giusti”, la separazione dei peccatori. Ma lo scandalo giunge al colmo quando Gesù non lo allontana dai compagni della sua risma, anzi si mette a tavola a casa sua, in un banchetto che vede riuniti, con Gesù e i suoi discepoli, “molti pubblicani e peccatori”. “Perché – domandano ai suoi discepoli – il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”.
Ma la risposta di Gesù è decisa:
“Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati…
Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori”.

Bisogna mettersi tra i peccatori, per ottenere misericordia. Su questo punto ci può essere una deviazione nella devozione, cioè la possibilità di una riparazione che diventa farisaica: “Noi santi, noi giusti ripariamo per i peccatori!”. No. Riparare vuol dire mettersi tra i peccatori, in mezzo a loro da peccatori quali siamo, e pregare per noi e per gli altri per ottenere perdono e salvezza, che è sempre un dono gratuito. Chi si fa forte della propria presunta giustizia, si chiude alla misericordia di Dio.

Canto al Vangelo (Mt 11,28)
Alleluia, alleluia.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi,
e io vi darò ristoro, dice il Signore.
Alleluia.

Vangelo

Matteo 9, 9-13
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Misericordia io voglio e non sacrifici.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi».
Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
Gesù siede volentieri alla mensa dei peccatori, perché ama infinitamente l’uomo, e con il suo perdono lo rinnova e lo guarisce. Per la mediazione di Cristo redentore, rivolgiamoci al Padre, dicendo:
Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

Per il Papa, i vescovi, i presbiteri: sull’esempio di Cristo siano misericordiosi con i peccatori, vadano alla ricerca dei lontani, diventino missionari degli ultimi e degli abbandonati. Preghiamo:

Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

Per chi è spaventato della gravità delle proprie colpe: sappia guardare con fiducia al Cristo che ha già sconfitto il peccato e la morte. Preghiamo:

Per la tua misericordia, ascoltaci, o Signore.

(…)
Dal sito La Chiesa: Liturgia

Aggiungo solo alcuni appunti dalle omelie e commenti trovati in rete:

Omelia di Riccardo Ripoli (5.7.2013)
Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati

Se ci feriamo, se stiamo male fisicamente andiamo dal medico, ma se il nostro stare male dipende dal cuore, dalla nostra anima, dalle cose che non vanno nella vita, da un amore deluso a chi ci rivolgiamo? Se ne possono pensare tante, si può parlare con l’amico o l’amica del cuore, con uno psicologo, con l’insegnante o sfogarsi in qualche chat su internet, ma tutto è limitato. Nessuno ha la verità in tasca, nessuno ci conosce bene nel profondo, nemmeno noi stessi.
Quando la mia vita era a pezzi provai a rivolgermi a mio padre, ma anche lui soffriva e non poté aiutarmi; parlai con la mia ragazza di allora, ma era troppo immatura per affrontare certi argomenti; guardai ai miei amici, ma erano troppo presi dai loro problemi per darmi ascolto; mi gettai a capofitto nelle gare di pesca subacquea, ma anche in quel caso non bastavano per trovare una soluzione degna di essere chiamata tale. Non sapevo dove sbattere la testa. Pregavo Dio che mi indicasse la strada, ma tutto intorno a me era silenzio. Passarono così nove mesi, un periodo di buio, un momento della mia vita in cui ero sull’orlo di un precipizio e il desiderio di suicidio era sempre molto forte in me, ogni istante. Un giorno di settembre andai a fare una girata e mi ritrovai a Montenero, nei pressi di Livorno, dove c’è un santuario mariano. Mi fermai ed entrai per fare una preghiera. Era in corso la Messa e la celebrava un sacerdote un po’ pazzo. Era lui la risposta che stavo aspettando da tanto tempo da Dio. Da quel giorno la mia vita cambiò radicalmente ed ancor oggi sono a camminare su quella strada indicatami dal Signore.
Come e quando aiutarci lo sa Gesù, noi dobbiamo avere fiducia in Lui e attendere che la sua cura faccia effetto. D’altra parte se vi sentite male allo stomaco e andate con fiducia dal medico, mica guarite all’istante. Vi darà delle medicine che faranno effetto pian piano. La differenza tra il medico ed il Signore è però che il primo può anche sbagliare, va a tentativi, cerca di capire cosa abbiamo, mentre Cristo sa esattamente di cosa abbiamo bisogno e ce lo dona quando sa che farà più effetto.
Riguardando indietro, in quei nove mesi di sofferenza, se mi avesse indicato la strada dopo poco tempo e non avesse atteso tutto quel periodo, non avrei sofferto, non mi sarei lavato di dosso il mio passato, non avrei potuto gioire del dono fattomi. Se uno mangia tutti i giorni e salta un pasto uno o due giorni, quando ricomincia a mangiare nemmeno si ricorda di quel breve periodo in cui ha patito la fame. Ma se passano nove mesi senza potersi cibare adeguatamente, quando gli viene proposta una tavola imbandita saprà fare festa a quel regalo meraviglioso ed al suo donatore, ringraziandolo per tutta la vita.

E l’ormai caro Paolo Curtaz che sempre regala carezze al cuore:

Paolo Curtaz (6.7.2012)
Commento su Matteo 9,9-13

È seduto al banco delle imposte Matteo, quando incrocia lo sguardo di quel falegname ospite in casa di Simone il pescatore. Pensa che gli voglia chiedere qualcosa, un favore, uno sconto, un aiuto. È temuto Levi, è un pubblicano che riscuote le tasse per conto dei romani. Lo odiano tutti, visceralmente, ma lo temono e lo rispettano. E invece il Nazareno non gli chiede nulla. Sorride e gli dice di lasciare tutto. Sta scherzando, sicuramente. È stranito ora Matteo, ma lo sguardo di Gesù non lo abbandona. Cosa avrà visto in quello sguardo? Quale abisso di bene e di luce? Quanta misericordia e compassione? Cosa può spingere una persona a lasciare tutto per davvero? Sul serio? Forse anche noi abbiamo incrociato il suo sguardo, forse anche noi ci siamo sentiti travolti dalla misericordia, forse anche noi abbiamo colto la misura infinita della tenerezza di Dio. È venuto per noi ammalati, il Signore, non per quelli che non hanno bisogno di salvezza. È venuto senza porre condizioni, mettendosi in gioco, sfidandoci ad osare, a rischiare. E la cosa straordinaria è che questo incontro Matteo lo racconta trent’anni dopo e ne parla con una freschezza e una nostalgia che commuove.

Per stasera, intanto, mi è arrivato in mattinata un libro ordinato on line per poterne parlare con un ambasciatore di Misericordia, il mio amico e confessore, padre spirituale, amico, fratello maggiore, Don Fulvio (anche se, nel pomeriggio, oggi mi sono rivolta al parroco, Don Luigi, perché il sacramento in chat ancora non vale e Fulvio è in meritata vacanza al mare)

 

Regine e principesse

Domenica mattina, dopo uno scambio di messaggi all’alba, appuntamento col cappellano del Meyer, il dolcissimo don Fabio, per la confessione prima della messa di Pentecoste. Scoperto un angolo di pace in questo posto, considerato un’eccellenza della sanità (in effetti è un ottimo ospedale pediatrico e ci lavorano specialisti di primo livello), ma pur sempre un ospedale. Per me, in fondo, poco diverso da un carcere.

La sera, con la minaccia incombente non solo di nuovi esami invasivi per la nostra bimba, ma soprattutto del sondino nasogastrico per alimentarla artificialmente (le flebo dopo tanti giorni non facevano molto, ancora Viola non riusciva a mangiare né a bere e neanche a deglutire la saliva), con lo sposo disperato e una stanchezza infinita addosso (anche per altre ragioni mie personali che qui non dirò), un tentativo di aggirare il blocco psicologico della piccina, perché ormai la tonsilla infetta si era sgonfiata e impedimenti meccanici alla deglutizione non erano visibili.
Il mio doc mi aveva suggerito le parole per rassicurarla, “non ti può succedere nulla, ma se proprio dovesse succedere…siamo già in ospedale e ti salvano subito le dottoresse brave” e di portarle cibi irresistibili, morbidi, come Nutella o gelato.
Inutile dire che Viola finora non aveva mai assaggiato la Nutella o il gelato. Nutella di domenica sera non sapevo dove trovarla (in casa solo cioccolato fondente), ma il gelato… mentre tornavo al Meyer dopo una sosta a casa, mi sono fermata in gelateria lungo la strada e in una coppa viola, con paletta viola, ho fatto mettere fior di latte, crema e yogurt. Non doveva essere per Viola il gelato comprato da mamma, ma il gelato magico preparato per lei dalla principessa Elsa in persona, autoesiliata dal regno di Arrendelle, nel favoloso castello di Frozen.

E Viola l’ha assaggiato. Pochino, ma l’ha messo sulla lingua.

All’alba ne parlavo su un social e un’amica lontana solo nello spazio si è prestata a impersonare Elsa in un messaggio vocale. Grazie, Eli!

Insomma, la mattina dopo Viola era felice di dire alla principessa Elsa che aveva gradito il dono e che prometteva di essere coraggiosa. E, vincendo la paura di soffocare (la TAC aveva evidenziato microgranuli di muco e saliva e forse anche frammenti di cibo andati giù per la via sbagliata), si è messa a leccare il cucchiaio dello yogurt.

Poi c’è stato un incontro con tutto un team di specialisti, la neuropsichiatra, la logopedista (che le ha ricordato come si ingoia), la dietista, la dottoressa di medicina interna. E si è cominciato un lavoro…che oggi stavano per mandare in vacca per mancanza di comunicazione non solo con noi, pure tra colleghi dello stesso meraviglioso nosocomio. 

Lunedì mattina a lavoro. Mi chiamano dal Meyer: “è richiesta la sua presenza alle 14 in reparto”. Chiudo il negozio e corro al pediatrico.

Volevano farmi autorizzare l’inserimento del sondino. NO! Lasciatemi parlare con mia figlia, prima. “Ma non deve dirle… non deve spaventarla…”.

Viola è piccola, non scema. Ha solo quattro anni, ma capisce, lei.

“Viola, stanno per metterti un tubo che dal naso farà passare il cibo nel pancino, visto che non stai usando abbastanza la gola. Che vogliamo fare?” E Viola ha chiesto latte e biscotti. Non ha più smesso di chiedere latte e biscotti e oggi le hanno staccato le flebo.
E siamo uscite a rincorrere farfalle e lucertole…sempre al Meyer, ma all’aria.


A volte le favole aiutano più che le medicine e le preghiere possono evitare esami invasivi.

Non sempre.

Quando serve la medicina, il resto può aiutare, non sostituire.

Ma a volte…

E stavolta Frozen batte gastroscopia, sondini, ecc…


 

Poi c’è sempre chi ti ruba la felicità, magari solo per poche ore. Ne scriverò, forse… ma non ora, ora c’è da passare l’ultima notte al Meyer, perché domani, in un modo o nell’altro, la Principessa Viola torna a casa, parola di strega o di “Regina mamma” come mi chiama la cucciola coraggiosa e buona che mi è toccata come figlia. Se la dimettono come promesso stamattina, bene. Se saltano fuori altre cose spiacevoli come oggi pomeriggio… si firma e ce la portiamo via. Mamma e Re Babbo.

Mors tua vita mea … “Love Kaputt” di Antonio Giugliano

“Il suo più grande errore era stato proprio sposarsi, si disse. La sola verità che ne era emersa era che quando si cade nelle sabbie mobili difficilmente se ne esce in due. Mors tua vita mea, il detto latino non sbagliava mai”

Una storia di amore e disamore, una caduta agli inferi e un riscatto anomalo, una trama per niente banale, un’analisi penetrante del male che sanno farsi gli amanti. Love Kaputt è un sottile noir psicologico con finale davvero sorprendente, inatteso per quanto, alla luce degli indizi disseminati tra le pagine, perfettamente logico.
Niente spoiler, mai potrei rovinare il gusto di farsi prendere dalla storia di Maurizio e della morte di Elena, diventare partecipi del cupo dolore del vedovo sconvolto prima dai sospetti di aver ucciso la sua amata, poi dalla progressiva scoperta della doppia vita di quella donna con cui pensava di poter essere finalmente felice.
Appena un accenno alla trama, perché la storia è ben costruita, funziona, regge alla grande (che progresso nella tecnica narrativa dai tempi dei “Racconti bastardi”! Mi sento privilegiata a seguire la crescita dello scrittore che mi turbò con quell’infuocata raccolta e che ora inchioda i  lettori allo sviluppo di psicologie complesse e alla disamina spietata delle conseguenze delle passioni), merita nuovi lettori:

Maurizio Marullo è un agente di commercio, un solitario misantropo, ma non ancora vaccinato abbastanza contro il virus del sogno romantico. E si innamora della bella donna conosciuta in treno nel viaggio di ritorno alla terra natia, ben presto la sposa, inizia con lei una vita piena di cose buone fino al precoce logoramento della felicità coniugale. La vivace, brillante, originale, elegante, splendida Elena diventa distratta, spenta, smarrita, disorientata, forse gravemente depressa, forse malata di Alzheimer… finché un giorno viene ritrovata impiccata nell’ospedale dove lavora. Omicidio? Suicidio? All’inizio è proprio il marito il primo sospettato, poi però il caso viene archiviato come suicidio. Ma il vedovo non riesce a consolarsi nel gorgo di evasioni anche rischiose in cui si butta per  stordirsi, dimenticare, sentirsi di nuovo vivo, non può cancellare i dubbi, non può scansare il dover capire, si ritrova a scoprire un’altra donna, fino a pensare di non aver mai conosciuto davvero la moglie. Ritrova il suo cinismo e una speciale forma di sopravvivenza psichica oltre che fisica…

Da leggere. E godere. Per la storia e per il linguaggio pulito, asciutto, curato. 

prologo Love Kaputt

Editore: Augh! (1 marzo 2017)
Collana: Ombre
Autore: Antonio Giugliano … che io conoscevo come Woland nell’altro altrove…

Antonio Giugliano è nato a Napoli.
Alcuni suoi scritti sono stati inclusi in antologie edite da Giulio Perrone Editore (2005-2006). Ha pubblicato “Racconti bastardi” (Zona Editore, 2010) e il romanzo “Più nero che qui” (Monetti&Ragusa, 2014). Nel 2017 è uscita, in self publishing, la raccolta di racconti “Corpi

 

…”morire” di maggio, ci vuole ancora tanto coraggio

Un Dio, che è stato per trent’anni muratore e falegname, riuscirà a venire a capo delle macerie della mia anima.

Hans Urs von Balthasar, “Il chicco di grano”

Appunto salvato nella memoria da diversi anni, troppo spesso scordato nel senso profondo, ogni tanto riaffiora, quando mi sembra che, toccato il fondo, più che sperare di cominciare a risalire, non resti altro che scavare. Tra le macerie.


Assaggi di Misericordia in terra, nel giardino accanto alla chiesa di San Jacopo in Polverosa, dove don Fulvio (che non è il mio parroco, ma che ormai è diventato il mio confessore prioritario e il padre spirituale che mi mancava e un amico vero, senza nulla togliere al carisma di un altro sacerdote amico, il carissimo don Luigi,  parroco nella chiesa dove vado a messa, anche perché proprio sotto casa) riceve, come strumento dell’Unico che può salvarci tutti e ciascuno, il peggio delle mie scivolate fuori dal sentiero di un cammino scelto con tanta gioia e amore, solo per amore, all’inizio e poi reso parecchio accidentato dai “casi della vita”, diciamo così.
Don Fulvio riceve, ascolta, indaga, accoglie, guida – ascoltato, anche se non immediatamente costantemente seguito – trasforma piano piano la colpa, con il suo carico di dolore, in occasione di crescita, esperienza della felicità indicibile che è la riconciliazione, sia pur provvisoria e frammentata.  Evita, soprattutto, almeno cerca di evitare che una scivolata diventi caduta rovinosa, insegna la pazienza verso i limiti della nostra comune fragilità, riporta in cammino anche dopo altri inciampi. E se un essere umano, come me e come te che leggi, mi ha fatta sentire accolta e abbracciata da un affetto di padre buono mentre io mi giudicavo da sola degna soltanto di disprezzo e condanna, il Padre nostro che cosa mai potrà farmi provare se saprò, col Suo aiuto, afferrare la mano tesa per chi cade e vuole rialzarsi e tornare in cammino?


Diventa sciocco e resta inutile per le ferite in cuore, non solo dannoso per il fegato e il cervello, tentare di affogare negli alcolici il disagio che ormai sa nuotare meglio di me nell’ebbrezza artificiale.
Restano effimere parentesi di sollievo illusorio le fughe…e in fuga diventa poco, troppo poco, anche la pura bellezza che si coglie con gli occhi nel vento leggero delle colline, spendendo fuori dalla città bollente la pausa per il pranzo dove spesso non pranzo proprio.

Diventa invece finalmente possibile dare parole a dolori antichi rimasti sepolti troppo a lungo, portati di nuovo alla coscienza da colpi “nuovi” che riaprono vecchie ferite, portati finalmente dove li nomino e forse piano piano me ne libero… anche se la strada è lunga, molto più lunga del tragitto fisico per il posto dove si cerca di aggiustare un po’ il cumulo di macerie di cui mai verrò a capo da sola.

E poi respiri, con gli occhi agli alberi e il cuore alle sorelle nuvole.

E sguardi distratti alla strada, rapita dalla bellezza che si trova guardando sopra la folla e oltre le follie.

Che privilegio aspettare il cambio di autobus con gli occhi su San Marco… esser nata a Firenze e viverci (sia pure quasi ogni giorno bloccata in periferia) non mi ha ancora assuefatta all’incanto.

E andiamo avanti, senza perdere la speranza, ché a maggio, sempre, ci vuole coraggio quando lo splendore della primavera inoltrata cazzotta i lividi di un’anima a fettine… 

Poi ci sono le amiche, con cui dividere un pasto e un’attesa dolce di vita nuova

o un cicchino al sole dopo una notte in bianco, fregandosene delle occhiaie e dell’aria sbattuta.

E continuare a vivere mentre intorno l’orrore avanza in grande pompa, come non bastassero gli orrori minuti delle singole esistenze.

Romanzo popolare. Non proprio una recensione

perché non è il mio mestiere, non saprei neanche da dove iniziare per una vera recensione, non sono più nel giro dell’editoria da tempo, non mi paga nessuno, non credo sia giusto condizionare i lettori con un’analisi sempre parziale, ma un parere, una manciata di impressioni e un invito alla lettura per chi ancora non ha scoperto un libro capace di accarezzare l’animo e far emozionare, commuovere, riflettere …sì, questo penso sia nelle mie corde, anche rubando minuti al lavoro, tra un cliente in negozio e un ordine…

Le ultime pagine di questo delicato e potente romanzo mi hanno liberato un pianto trattenuto da troppo tempo.
E ringrazio la funzione catartica dell’arte, ancora una volta. Se un libro non mi porta alle lacrime o al riso, difficilmente mi resta in cuore. Romanzo popolare lascia dentro qualcosa, non è “soltanto” una lettura di intrattenimento (nulla contro i romanzi che aiutano a vivere altre vite nella fantasia e permettono così di non “agire” il desiderio umanissimo di evasione e distrazione, l’altra importante funzione dell’arte è proprio questa).
Il mio parere è poi condizionato dalla conoscenza dell’autrice. Un’amica di blog nell’altro altrove e poi nei “social”, non ci siamo mai incontrate (per il momento), faccia a faccia, occhi negli occhi, ma sento come una fortuna e un privilegio l’aver visto crescere negli anni il suo talento, dai brevi racconti sul blog alla prima raccolta stampata, la deliziosa silloge Succo di melograna, attraverso il primo romanzo, il sognante anche se dolente, La casa dal pergolato di glicine, fino a questo concentrato di ritratti di vite (non solo di donne, stavolta anche i protagonisti maschili hanno uno spessore e una tragica dignità che fanno sentire la maturazione di Lucia Guida come scrittrice) in un piccolo mondo ben noto all’autrice, sempre fedele alla vita autentica.
Che cosa resta della prima prova d’autore? La cura minuziosa dei dettagli e la ricerca di un linguaggio mai banale. Che cosa si è aggiunto? Una sempre maggiore libertà di esprimere i sentimenti senza descriverli, la capacità di inchiodare chi legge alle pagine, l’abilità nel farti affezionare ai personaggi senza dare giudizi.

Il destino e le scelte. Le scelte difficili di donne votate al sacrificio, ma non per questo prive di desideri, sogni, prepotente voglia di felicità, oltre le ferite, gli errori, gli orrori. Non sante, non tutte donne forti, anzi… la povera Giselda, la più fragile e ingenua, si lascia trascinare dal suo destino, la saggia Teresa non cambia il suo destino, ma lo accetta e vi aderisce con tanta dedizione da farlo diventare una sua scelta, Maria tenta di dargli una sterzata violenta, ma capisce che non le è servito, forse. 
Resta inciso nella carne e nel cuore il monito del proverbio abruzzese citato nel romanzo: “Chi pequere se fa, lupe se la magne” (chi si fa pecora, il lupo se lo mangia).

E quella lezione torna in tutta la storia, però, alla fine non restano i lupi, in mente, ma le madri, a volte pecore, più spesso leonesse nel difendere i figli dallo scacco del destino. Persino la più debole, in qualche modo, spiazza tragicamente il suo povero lupo.

Da leggere.

Amare è dire: tu non morirai

L’omelia di padre Ermes Ronchi
Amare è dire: tu non morirai. Ed ora è una realtà

Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel cuore di una notte: quella di Natale – piena di stelle, di angeli, di canti, di greggi – e lo riprende in un’altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile su un pugno di uomini e di donne sgomenti e disorientati. Le cose più grandi avvengono di notte.
Maria di Magdala esce di casa quando è ancora buio in cielo e buio in cuore. Non porta olii profumati o nardo, non ha niente tra le mani, ha solo la sua vita risorta: da lei Gesù aveva cacciato sette demoni.
Si reca al sepolcro perché si ribella all’assenza di Gesù: «amare è dire: tu non morirai!» (Gabriel Marcel). E vide che la pietra era stata tolta. Il sepolcro è spalancato, vuoto e risplendente nel fresco dell’alba, aperto come il guscio di un seme. E nel giardino è primavera.
I Vangeli di Pasqua iniziano raccontando ciò che è accaduto alle donne in quell’alba piena di sorprese e di corse. La tomba, che avevano visto chiudere, è aperta e vuota.
Lui non c’è. Manca il corpo del giustiziato. Ma questa assenza non basta a far credere: hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno messo.
Un corpo assente. È da qui che parte in quel mattino la corsa di Maddalena, la corsa di Pietro e Giovanni, la paura delle donne, lo sconcerto di tutti. Il primo segno è il sepolcro vuoto, e questo vuol dire che nella storia umana manca un corpo per chiudere in pareggio il conto degli uccisi. Una tomba è vuota: manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita. Manca un corpo al bilancio della violenza, il suo bilancio è negativo. La Risurrezione di Cristo solleva la nostra terra, questo pianeta di tombe, verso un mondo nuovo, dove il carnefice non ha ragione della sua vittima in eterno, dove gli imperi fondati sulla violenza crollano, e sulle piaghe della vita si posa il bacio della speranza.
Pasqua è il tema più arduo e più bello di tutta la Bibbia. Balbettiamo, come gli evangelisti, che per tentare di raccontarla si fecero piccoli, non inventarono parole, ma presero in prestito i verbi delle nostre mattine, svegliarsi e alzarsi: si svegliò e si alzò il Signore.
Ed è così bello pensare che Pasqua, l’inaudito, è raccontata con i verbi semplici del mattino, di ognuno dei nostri mattini, quando anche noi ci svegliamo e ci alziamo. Nella nostra piccola risurrezione quotidiana.
Quel giorno unico è raccontato con i verbi di ogni giorno. Pasqua è qui, adesso. Ogni giorno, quel giorno.

Perché la forza della Risurrezione non riposa finché non abbia raggiunto l’ultimo ramo della creazione, e non abbia rovesciato la pietra dell’ultima tomba (Von Balthasar).

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