briciole di memoria

Ieri mi è arrivato un quaderno della Fondazione Balducci, dono del caro Andrea Cecconi. Emozione anche solo a veder la busta… e stretta di amore e nostalgia per il mio babbo. Andrea lo nomina nell’introduzione allo scritto di Padre Ernesto:

Scriveva Lodovico Grassi, direttore di Testimonianze, nella presentazione della ristampa della rubrica, a cura di Padre Balducci, dal titolo ‘E voi chi dite che io sia?’: “È un dialogo anche polemico con i non credenti, in forma di preghiera” ma non in senso apologetico, perché l’affermazione profonda dei non credenti è sempre rispettata.

Albert Camus a 23 anni passò un periodo di riflessione a Firenze, amava trascorrere le ore nei chiostri della Santissima Annunziata e nel convento fiesolano di San Francesco.

Le mattinate fiorentine del 1937, soprattutto nella quiete dei chiostri, gli davano il gusto della gioia pellegrina sulla terra,

“Nel tenere il teschio sul tavolo per guardare con più tenerezza e libertà il panorama di Firenze dalla finestra…”

“Amano il nulla – scriveva Padre Ernesto Balducci a proposito degli atei convinti – per non aver saputo amare il tutto. Essi credono nella tua crocifissione, ma non nella tua resurrezione.
Anche per Albert Camus il suo esistenzialismo ateo non lo priva di lasciare aperto l’orizzonte alla speranza nella lotta contro il male. Il suo senso della vita non è risolto nella fede, ma nell’intensità dell’amore di ciascun uomo consapevole dei propri limiti e responsabile del proprio destino (…)

Nel 1946 rivolgendosi a un prete cattolico che affermava di essere anche lui anticlericale, Camus rispose: ‘spartisco con voi cristiani lo stesso orrore del male. Ma non spartisco la vostra speranza, pur continuando a lottare contro questo universo in cui dei bambini soffrono e muoiono’ (…)

Nietzsche ha combattuto con Cristo, Camus non ha combattuto con Cristo, perché per lui Cristo è interessante solo fino al monte del Teschio: oltre è tutto un’illusione (…)
Il suo valore morale è di non aver giocato, come il suo maestro Gide, d’aver accettato il limite senza finzioni (…)

Deciso a non perdere la vita si è rifiutato anche di fingere: ha portato su di sé il peso del rifiuto. Il che non è possibile senza amore. (…) Ha scelto la via stretta, ma non per amore del Regno di Dio, per amore dell’uomo.
Ha riconosciuto che la vera via è quella stretta, ma non ha riconosciuto che essa sbocca nei pascoli di Dio. Ha visto la verità nella sua parte umana, nell’emisfero in cui la verità è buia e povera di consolazioni.

È troppo poco per la salvezza, ma è più che nulla.
Da un solo atomo di amore, Dio può far nascere un universo.”

Ieri sera, mentre leggevo l’estratto da Albert Camus, Nei chiostri fiorentini, di Ernesto Balducci, con la splendida nota introduttiva di Andrea Cecconi, mi sembrava di sentire la voce di Padre Ernesto… scherzi della memoria! Per anni non ci ho pensato, ora mi ricordo con precisione e affetto la sua voce, il suo odore di pane e sigarette segrete (gli avevano vietato il fumo, nascondeva le cicche appena spente nei cassetti della scrivania se entrava in redazione qualcuno più severo del mio babbo… una volta me la passò, una sua sigaretta accesa, già fumavo anch’io [da quasi due anni ho smesso], “Cate, coprimi!”… mi viene da ridere a ripensare a quella scena sotto la Badia Fiesolana e poi mi stringe il cuore la nostalgia, ma è babbo che mi manca, soprattutto, e un po’ le chiacchierate con quel gigante che era Balducci, non Testimonianze).  E poi mi è venuta voglia di rileggere La peste e L’Étranger

Don Pino. Il coraggio di amare

Solo se si è amati si può cambiare; è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi
(Don Pino Puglisi)

Il 15 settembre 1993 don Pino Puglisi, parroco del quartiere palermitano di Brancaccio, venne ucciso da killer mafiosi.
Oggi, 15 settembre, una delle più belle pagine del Vangelo, la parabola del Padre che ama e aspetta il figlio perduto e gli corre incontro… 

«Nessun uomo è lontano dal Signore.
Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore.
Non forza il cuore di nessuno di noi.
Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere.
Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà.»
(Don Pino Puglisi)

 


Padre Puglisi non era un prete ‘anti’ era PER. Dava noia alla mafia non perché facesse l’attivista antimafia, ma perché dava al suo popolo un’alternativa, una visione bella della vita insieme. E un sostegno concreto, in positivo, non contro qualcuno. 

«Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un’illusione che non possiamo permetterci.
E’ soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c’è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto…»

Trasmetteva il coraggio della speranza. 

“Quelli che riflettono troppo prima di fare un passo, trascorreranno tutta la vita su di un piede solo”

Don Giuseppe Puglisi, come ricordava Gian Carlo Caselli nel 2013  “… muore (ce lo racconta il mafioso che lo uccise) sorridendo e pronunziando le parole “me lo aspettavo”. Cosa voleva dire, con quel sorriso e con quelle parole? Per il sorriso la risposta è facile, tant’è che don Pino è stato – ieri, a Palermo – beatificato come martire. La sua fede era profonda e sincera. Sapeva che la conclusione della vita terrena è solo un passaggio all’aldilà. Un passaggio per crescere: perciò sorrideva. Ma le parole “me lo aspettavo”? Forse don Pino si è ricordato delle tante volte che – in vita – si era guardato intorno e si era trovato solo. Non perché fosse qualche passo avanti rispetto alla posizione che gli spettava. Ma perché restavano indietro, spesso molto indietro, coloro che avrebbero dovuto essere accanto a lui. E la solitudine, si sa, sovraespone”

La Gardia. Considerate la roccia da cui foste tratti

La mèta delle nostre vacanze (partenza domani mattina, arriveremo in serata, credo… il viaggio è abbastanza lungo, era lungo in due – la prima vacanza con Sandro fu in Calabria, a San Lucido – sarà più lungo con una bimba, si faranno diverse soste) è La Gàrdia, in passato nota con il nome di Casale di Fuscaldo, chiamata successivamente Guardia Fiscalda, Guardia dei Valdi e Guardia Lombarda, solo in anni più vicini a noi ha preso la denominazione attuale di Guardia Piemontese. La Gàrdia in occitano.


L’aggettivo “piemontese” del nome, deriva dall’origine valdese della popolazione locale, la quale a causa della povertà, dell’intolleranza religiosa e delle persecuzioni subite nelle proprie terre, in Piemonte, dovette fuggire alla ricerca di un luogo più sicuro e ospitale e si trasferì in Calabria dove fondò il paese di Guardia. Altre comunità di valdesi si stabilirono in alcuni paesi vicini, a Montalto Uffugo, e a San Sisto dei Valdesi.
I Valdesi arrivarono in Calabria tra il XII e il XIII secolo dal Piemonte, provenienti soprattutto dalla Val d’Angrogna e dalla Val Pragelato. Gli abitanti di Guardia Piemontese vissero senza conflitti per due-tre secoli con le comunità cattoliche circostanti. Dopo la loro adesione alla riforma protestante il cardinale Michele Bonelli (pronipote di papa Pio V), deliberò che venissero annientati sia i valdesi del Piemonte sia quelli della Calabria. Scatenò così contro di loro una crociata e li sterminò.
La persecuzione religiosa si portò, in tempi antichi, fino nella parte antica di Guardia (il cosiddetto “paese”) con scontri e violenze e l’uccisione di gran parte della popolazione, comprese donne e bambini. I pochi superstiti scampati al massacro furono costretti alla conversione. Rimane a tal testimonianza la porta del sangue, chiamata così dal 5 giugno 1561, oltre ai nomi delle strade che ricordano tali fatti storici.

Nel 1927 venne fuso con il comune di Acquappesa, formando il nuovo comune di Guardia Piemontese Terme. Recuperò l’autonomia nel 1945.
Il centro storico si articola in numerosi vicoli la cui pavimentazione è formata da un insieme di pietre. Vi è una torretta di avvistamento, facilmente ravvisabile anche dal “paese marino”. Nel piazzale antistante la torretta vengono messi in scena vari tipi di spettacoli.

Architetture religiose

Chiesa di Sant’Andrea apostolo
Dedicata al Patrono di Guardia Piemontese. Interessante da vedere è il portale di tufo sormontato dallo stemma di Guardia Piemontese La Torre.

Chiesa del Santissimo Rosario, ex convento dei Domenicani
Fondato dai domenicani nel 1600 e consacrato nel 1616. Di notevole pregio artistico è l’antico coro ligneo, scolpito a mano alla metà del XVII secolo. Esso è composto da 33 scanni, divisi in due ordini di posti: 21 superiormente e 12 più in basso. I braccioli degli scanni rappresentano figure femminili. I pannelli, meravigliosamente scolpiti, sono divisi da alte colonne. Alle spalle dell’altare si trova la tomba di Mario Spinelli, figlio del marchese Salvatore Spinelli, morto nel 1636. Le mura sono abbellite da tipiche e antiche tele su cornici artistiche (presumibilmente del sec. XVI) e da colossali e vivaci affreschi.

Architetture civili


Porta del sangue
Porta principale d’ingresso il cui nome ci rimanda immediatamente ai giorni della repressione. Il sangue dei Valdesi uccisi in loco, nella notte del 5 giugno 1561 dal castello si riversò nelle viuzze, fino a oltrepassare la porta principale d’ingresso che dal 1561 venne chiamata ‘La porta del sangue’. È composta prevalentemente da ciottoli di diversa grandezza, frammenti di laterizio e di pietre rozzamente squadrate legate con malta di diverso spessore.

Porta Carruggio
Piccola porta secondaria d’accesso dell’antico sistema murario di Guardia Piemontese. Si trova a poche decine di metri dalla Porta del Sangue, un tempo principale porta d’accesso al sistema murario cittadino. Il basamento della terza porta, ormai scomparsa, si trova inglobato nel muro esterno di un palazzo sito sulla Via Panoramica, circa all’opposto di Porta Carrugio.

Porte con spioncino
Antiche porte munite di spioncino apribile solo dalla parte esterna, imposte dall’Inquisizione dopo la strage del 5 giugno 1561. Lo spioncino consentiva ai frati domenicani giunti a Guardia Piemontese nel XVII secolo di controllare la vita pubblica e privata degli ex eretici scampati al massacro e convertiti con la forza al cattolicesimo. Di queste porte se ne può visionare una, restaurata, presso il Museo Valdese e almeno tre in giro per il centro storico.

Portale Palazzo Spinelli
Antica residenza estiva del marchese Salvatore Spinelli feudatario di Fuscaldo alla cui giurisdizione apparteneva il territorio di Guardia. Oggi rimane soltanto il portale e in alto è raffigurato lo stemma della famiglia Spinelli: un cigno sormontato da una corona.

Roccia di Val Pellice
Posta nella Piazza Chiesa Valdese, così denominata perché ivi anticamente sorgeva il tempio valdese. Un lastrone di roccia alpina a specchio è collocato su una base di cemento armato. Fu portato dai monti di Torre Pellice nel 1975. Vi è incisa una scritta molto significativa per il popolo guardiolo, tratta dal versetto del profeta Isaia (51,1): «Considerate la roccia da cui foste tratti»
Sotto la Roccia è stata posta una lapide, su cui sono riportati i 118 nomi dei martiri guardioli uccisi il 5 giugno 1561.
Architetture militari
Torre di guardia
Risalente intorno all’anno 1000. Come tutte le torri ubicate sui promontori della costa aveva la funzione di segnalare l’eventuale presenza di navi saracene, che in quel periodo infestavano il Mediterraneo.

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La lingua locale: il guardiolo
Il guardiolo, o lingua guardiola, molto vivo nel centro storico, costituisce l’unico esempio di lingua occitana nel meridione italiano ed è isolata rispetto all’area nativa che consiste sostanzialmente nella Francia meridionale. Fino agli anni cinquanta era possibile riscontrare tre tipi di guardiolo, corrispondenti a tre quartieri diversi del pur piccolo centro storico e giustificati dalle diverse vallate piemontesi da cui originavano le popolazioni delle diverse aree del paese.
Altre aree occitanofone in Italia sono alcune valli alpine del Piemonte e della Liguria.

Istituzioni, enti e associazioni, musei e manifestazioni:

Centro culturale “Giovan Luigi Pascale”
Il centro, di proprietà della Tavola Valdese e dedicato al predicatore piemontese Giovan Luigi Pascale, può essere considerato un punto di documentazione della storia dei Valdesi in Calabria e in particolare a Guardia Piemontese, nonché un centro di attività sociale e culturale a beneficio della cittadinanza. La sala del pianterreno ospita il centro ricreativo. La sala del piano superiore ospita il Museo Valdese, con pannelli esplicativi della storia valdese in Calabria e nel mondo, documenti e reperti, nonché con una sala conferenze e audiovisivi. Gli altri due piani sono dedicati ad appartamenti per visitatori, per un totale di dodici posti letto. Il centro venne inaugurato nell’anno 1983 in occasione del gemellaggio tra Guardia Piemontese e Torre Pellice su iniziativa della Chiesa Valdese quale testimonianza del ruolo che ebbe nella storia di questo centro, considerato l’ultima colonia valdese in Calabria. Dopo alcuni anni di chiusura (dal 1998) è stato ristrutturato e riaperto il 5 giugno 2010. Il Centro culturale “Gian Luigi Pascale” è finanziato dall’otto per mille della chiesa valdese.

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Chambra dal Conselh Eros Marcello Gai
Sala del Consiglio dell’Associazione Culturale Occitana Gàrdia d’O.c (associazione gemellata dal 21 luglio 2012 con l’Associazione Culturale Greco-Calabra “Stella del Sud – Astro tu Notu” di Bova Marina ed il Comitato Organizzativo Giovanile Arberesh di Firmo) dedicata all’intellettuale guardiolo Eros Marcello Gai, si trova in via Marco Usceglio. Inaugurata il 12 novembre 2010 con pubblica manifestazione è un luogo d’incontro, organizzazione e discussione circa la “Questione Occitana” di Guardia Piemontese nonché sede del gruppo folk occitano-guardiolo Vent de Nòtes. In quanto luogo d’incontro e cultura, la Chambra dal Conselh è aperta al pubblico eccetto nei giorni in cui l’associazione si riunisce.

Il Museo valdese di Guardia Piemontese del Centro culturale “Gian Luigi Pascale” è stato riaperto nel 2011, proprio nel 450º anniversario della strage dei valdesi in Calabria e in Puglia. È aperto al pubblico previa prenotazione. Per le scuole calabresi è un importante punto di riferimento per approfondire la storia delle minoranze in Calabria.

Museo Multimediale Occitano – Comune di Guardia Piemontese – Inaugurato il 22 gennaio 2011, è un museo dedicato alla conoscenza della storia e della cultura guardiola attraverso la visione di documenti video e reportage del borgo occitano. Il museo è dotato di biblioteca libraria e multimediale, di una sala espositiva, di una sala formativa, di una sala conferenza. Offre un percorso multimediale sulla storia e cultura occitana in Europa, in Italia, e nel comune di Guardia Piemontese.
È presente una ricca biblioteca, con numerosi libri di narrativa, storia e cultura, con una sezione dedicata alle tre minoranze linguistiche presenti in Calabria: gli Occitani, i Grecanici e gli Albanesi.
Il Museo Multimediale è un punto di riferimento per chi volesse immergersi nella storia di questo luogo e di questa comunità. Effettuata la visita l’avventore potrà prendere nota dei vari testi tematici presenti prima di uscire o restare e dedicarsi alla loro lettura.

Giornata della Memoria
Il 5 giugno 2008 l’amministrazione comunale ha istituito “La giornata della memoria”, in ricordo dell’eccidio del 5 giugno 1561. Celebrazione comunitaria per trasmettere alle nuove generazioni una significativa pagina di storia che appartiene non solo alla gente guardiola, ma alla Calabria, all’Italia e all’Europa.

Settimana Occitana
Nel mese di agosto. Organizzata dall’amministrazione comunale di Guardia Piemontese e dalla Provincia di Cosenza Assessorato alle minoranze linguistiche. È caratterizzata da una serie di spettacoli e conferenze allo scopo della riscoperta dei valori culturali.

 

 

Balliamo balliamo o siamo perduti

 

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Un paio d’anni fa, dopo aver visto un breve filmato sul ballerino siriano a Parigi,

ho letto la storia di Ahmad Joudeh, un ragazzo cresciuto in un campo profughi di Damasco.

Un ragazzo sì, anche un sogno fatto carne, però, una scintilla di luce in un punto del tempo e dello spazio dove da un po’ è difficile trovare la bellezza. A riprova della verità che dentro di noi sappiamo: in ogni luogo può brillare la scintilla di bellezza nata da un sogno e in ogni tempo quella scintilla può divampare in un fuoco di passione.

Ahmad è figlio di madre siriana e padre palestinese, da quando è bambino ha sempre avuto il sogno di fare il ballerino. Quando il padre se ne accorge si infuria, gli vieta severamente di accostarsi in qualsiasi maniera alla danza, ma Ahmad continua a ballare e non solo, insegna danza, offre lezioni di danza gratis ai bambini orfani e disabili (e in zone di guerra i bambini orfani o con disabilità causate da ferocia, armi, mine e non da malattie sono tanti).

Ahmad insegna a ballare, balla, ama la danza. Non la smette, no! Suo padre se ne accorge e lo picchia, lo prende anche a bastonate sulle gambe, ma non esiste bastonata che possa uccidere una passione.

Ahmad sfida suo padre e sfida anche l’Isis e la minaccia di morte. Ahamd  si fa tatuare sul collo la scritta «Danza o muori» e lo fa nel punto preciso dove i boia dell’Isis calano la spada per eseguire le condanne capitali.

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Per mesi e mesi   Ahmad balla sui tetti di Damasco flagellata dalle bombe e posta in rete i video delle sue coreografie.

Un regista olandese, Rusbel Kanonif, lo vede e capisce al volo di avere tra le mani una storia eccezionale, così si precipita in Siria per realizzare un documentario su di lui. Girano anche a Palmira, dove viveva la famiglia di Ahmad… casa distrutta. I sogni no.

Grazie a Kanonif, il Dutch National Ballet di Amsterdam nota il talento di Ahmad e lo aiuta ad espatriare in Olanda, dove Ahmad inizia a danzare professionalmente nel corpo di ballo… e arrivò Parigi e poi un incontro con Roberto Bolle e 

il libro DANZA O MUORI

Maddalena, Giuda e la Misericordia infinita.

Dio ci chiama per nome.

 

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».  Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». ”
(dal Vangelo secondo Giovanni)

 

Il commento di Paolo Curtaz:

Quanto è amata la piccola Maria di Magdala? Simbolo della misericordia e del perdono ricevuto, la santa unisce in sé tre figure storiche: la peccatrice perdonata, la sorella di Lazzaro e una discepola proveniente da Magdala.

A Vézelay, in Borgogna, una straordinaria Cattedrale romanica custodisce, secondo la tradizione, le spoglie mortali di santa Maria Maddalena. Quel luogo è così diventato il tempio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della compassione. Attraverso un percorso iniziatico, il pellegrino sperimentava la misura della bontà di Dio. Appena prima di uscire da una delle tre porte della facciata, un capitello posto in alto, inaccessibile alla vista, rivela il paradosso dei paradossi. Lo scultore raffigura l’impiccagione di Giuda, il maledetto per antonomasia. La rappresentazione è quella consueta medievale: l’anima di Giuda esce dal suo corpo esanime mentre un demone la rapisce. Ma sull’altro lato un pastore, il buon pastore, porta sulle spalle il povero Giuda. Il volto del pastore è diviso a metà, mischiando gioia a sofferenza. È Cristo che porta sulle sue spalle l’anima di Giuda. Solo in quel luogo si poteva osare tanto. Maria di Magdala continua a ricordarci la misura senza misura dell’amore infinito di Dio. Lei che ha sperimentato il perdono senza condizioni, ancora ci invita a diventare discepoli della compassione.

Ieri sera ho cercato qualche immagine di Vézelay.

Ecco il capitello:

E mi è tornato in mente un frammento di omelia di don Primo Mazzolari che mi ha fatto ascoltare don Fulvio (una registrazione della predica del Giovedì Santo del 1958). Cercato il testo, ne riporto qualcosa con gratitudine: 

 «Povero Giuda – aveva esordito il parroco – Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».

«Amico! Questa parola – continuava Mazzolari – che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli sono diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro».

Dopo aver ricordato la fine disperata dell’apostolo traditore, Mazzolari concludeva: «Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là…».

« E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico».

Il sorriso di Giulia

C’era una volta una ragazzina che amava la danza, sorrideva sempre e voleva ringraziare e basta… no, non è una favola. La ragazzina che sorrideva sempre è vera, è volata in cielo presto, troppo presto, ma non senza lasciare doni bellissimi in terra.


Qualche giorno fa ho ricevuto in dono la coroncina di ringraziamento composta da Giulia. Si chiamava Giulia Gabrieli quella ragazzina.
Giulia Gabrieli, 14 anni, malata di tumore. Riporto dal sito a lei dedicato (a lei e alle iniziative nate dal suo amore per la vita)

“Sappiate fin da subito che Giulia ce l’ha fatta. È vero, non è guarita: è morta la sera del 19 agosto, a casa sua, nel quartiere di San Tomaso de’ Calvi, a Bergamo, proprio mentre alla Gmg di Madrid si concludeva la Via Crucis dei giovani. Eppure ce l’ha fatta. Ha trasformato i suoi due anni di malattia in un inno alla vita. […] Eppure era una ragazza normale. Anzi, rivendicava spesso la sua normalità: era bella, solare, genuinamente teatrale, amava viaggiare, vestirsi bene e adorava lo shopping. Un’esplosione di raffinata vitalità, che la malattia, misteriosamente, non ha stroncato, ma amplificato…”

La coroncina di ringraziamento, da recitare sui grani del rosario, l’ha composta con gioia e impegno. L’ha finita poco prima di nascere al cielo.

«Nelle nostre preghiere, nelle nostre litanie,
chiediamo sempre qualcosa per noi o per gli altri.
Mai che ci si limiti a dire grazie, senza chiedere nulla in cambio»

Giulia

 

Giulia desiderava che la coroncina fosse accompagnata da un’immagine.
È così che, tramite un sacerdote amico di Giulia, si pensa di farla incontrare con Umberto Gamba, pittore bergamasco.
Ecco il suo racconto:

«È su esplicita chiamata di Giulia che, ad agosto 2011, pochi giorni prima di Santa Maria Assunta, andiamo a farle visita a casa: desidera trovare un’immagine dei volti di Gesù e Maria, adatti per illustrare la sua coroncina di ringraziamento.
Sono giorni in cui è molto provata, ma ha ben chiaro in cuore come vorrebbe quei volti, e così lo racconta: Gesù e Maria saranno sorridenti e sereni, con lo sguardo accogliente e amorevolmente rivolto a chi li guarda, in un “colore di cielo” che illumini tutti.
Chiede di mettere nel quadro una ragazzina che corra con le braccia tese verso loro. Chissà – mi chiedo – è lei? Oppure sono i bambini ammalati? O forse la ragazzina rappresenta l’umanità semplice?!…Nel colloquio pensiamo ad un quadro sui toni blu del cielo con una divisione orizzontale che separi – ma non troppo! – il cielo dalla terra sulla quale corre la ragazzina, la cui ombra si proietta dietro di lei grazie alla Luce di Gesù e Maria. Solo dopo matura l’idea di fare l’ombra della ragazzina con le sembianze della grande statua del Cristo Risorto che si trova nei giardini attorno alla parrocchia di Medjugorje».

«Quando l’idea del quadro con Gesù e Maria sembra ben definita, Giulia butta lì l’osservazione che, però, la sua preghiera è rivolta alla Trinità! …e che bisognerebbe quindi illustrare anche quella!
Di buon grado accetta di vedere un quadro nel quale avevo tentato di rappresentare la Trinità e di ascoltare la spiegazione riferita a due citazioni bibliche: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9), e “Egli (Gesù) è l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15); da queste citazioni avevo realizzato il quadro con il volto di Gesù che si specchia in cielo, ma non specularmente, perché seppure uguali son due persone distinte. Infine concordiamo di rendere più chiara la loro relazione d’Amore citando esplicitamente la colomba dello Spirito Santo e col colore rosso nel quale sono tutti avvolti. È davvero colpita da quelle interpretazioni ed è veramente soddisfatta.
Mi metto immediatamente al lavoro e due giorni dopo le faccio avere il file del quadro con i volti di Gesù e Maria; mi piaceva l’idea che li potesse immaginare così sereni ed accoglienti… qualche giorno dopo per lei giunge la Grazia di poterli vedere davvero e di potersi immergere in quel fuoco d’Amore della Trinità».

Ci pensavo tante volte, quando vedevo raffigurato il Padre come un vecchio con la barba bianca… non lo abbiamo mai visto, ma qualcuno in terra ha visto Gesù che ci ha rivelato il volto del Creatore, l’aspetto umano di Dio. Mi piace veder così la Trinità!
Ecco la coroncina composta da Giulia:

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Per scaricarla e stamparla, vedi qui

senza colpa di colore o dolore

Briciole di poesia da chi porta in punta di dita l’amore per la vita e la verità che libera, grazie don Fulvio!

I figli della terra
non hanno chiesto
il permesso

di cogliere
del sole il raggio

di declinare
i passi tra i fili d’erba

di carpire
il vento tra i palmi
della mano

non lo hanno chiesto
e sono però senza colpa
di colore o dolore

 

don Fulvio Capitani, scritta ieri, 18 Ottobre ’18

 

Immagine:
“nel ricercare un’immagine per accompagnare la poesiola “figli della terra” ho trovato questa immagine di una scultura che porta un titolo molto simile: situata al Capo Nord, essa raffigura una madre e suo figlio; la madre tiene vicino a sé il bambino, il quale indica con la mano sinistra il monumento “Bambini del mondo”, dinnanzi a lui sette medaglioni in pietra, con disegni di bambini di sette nazioni diverse ” (Fulvio Capitani)

 

Che sia benedetta ogni parola e ogni azione di chi si prende cura della bellezza della vita in ogni sua forma e misura:

mini melograni

mini melograni in vaso nel giardino della canonica e una nuova splendida rosa dove si impara a superar la logica giusto/sbagliato per approdare alla libertà autentica dei figli amati di Dio, dove la grazia dei peccati riconosciuti e perdonati dissolve nella sua luce la soffocante ombra dei sensi di colpa… GRAZIE

rosa a san Jacopino 18.10.18

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