“Non nel nome di Dio” di Jonathan Sacks

Il sottotitolo è importante: Confrontarsi con la violenza religiosa. Perché non sarà negando la motivazione religiosa di tanta violenza o qualche rozzo attacco alle religioni in sé a fermare le stragi di innocenti. Come nessun intervento militare potrà sconfiggere l’odio. Occorre cercare di conoscere, riconoscere in noi e negli altri (che sono “loro” per noi, come “Noi” siamo “Loro” per loro) la nostra comune umanità e ogni identità specifica, capire, elaborare, guardare avanti. Confrontarsi con la grande questione dell’identità, che è sempre plurale, come dimostra il fallimento di ogni tentativo di sfuggirle – nell’universalismo o nell’individualismo – e finalmente sconfiggere l’idolatria della violenza e della ricerca del potere “semplicemente” riconoscendo che la nostra comune umanità precede le differenze religiose.


Jonathan Sacks ha proposto un’affascinante lettura della Storia e della Bibbia. E le storie della Bibbia lette con stupore nuovo, rilette con attenzione, interpretate con scrupolo filologico, sensibilità e intelligenza affinata da anni di studio e ricerca, incantano come romanzi, illuminano come saggi di antropologia o psicanalisi, curano diversi graffi dell’anima.
In cuore la storia di Agar e Ismaele, 

come la rilettura di “Giuseppe e i suoi fratelli” all’interno del capitolo sulla “rivalità fraterna”, dopo la folgorante lotta di Giacobbe con l’angelo che lo porta a restituire al fratello Esaù la benedizione carpita con il travestimento… 

Solo qualche appunto prima di passare a un altro libro. Mi dispiace sempre congedarmi da una lettura nutriente (e sarò felice di parlarne, magari davanti a un caffè o un buon tè, con chiunque l’abbia letto), segnarmi in un solo posto alcuni passaggi mi aiuta a guardare avanti, alla prossima lettura.

Cap. 1  La malvagità altruistica

Quando la religione trasforma gli uomini in assassini, Dio piange.

(…) [la prima riga del primo capitolo potrebbe bastare. Epitome perfetta]

Troppo spesso nella storia della religione le persone hanno ucciso nel nome del Dio della vita, mosso guerra nel nome del Dio della pace, odiato nel nome del Dio dell’amore e praticato la crudeltà nel nome del Dio della compassione.
Quando ciò accade, Dio parla, talvolta con voce tenue, sottile, quasi inaudibile dietro il clamore di coloro che sostengono di parlare a suo nome. Quello che dice in queste occasioni è: Non nel mio nome

Cap. 3  Dualismo

” [Il dualismo patologico] è una forma di collasso cognitivo, un’incapacità di confrontarsi con le complessità del mondo, le ambivalenze del carattere umano, i capricci della storia e la definitiva inconoscibilità di Dio. Conduce a un comportamento regressivo, e è stato responsabile di alcuni dei peggiori crimini nella storia: quelli commessi durante le Crociate, i pogrom, la caccia alle streghe, gli eccidi in Cambogia, Bosnia, Ruanda, la Russia stalinista e la Cina maoista. (…) Il dualismo patologico fa tre cose. Fa disumanizzare e demonizzare il nemico. Porta a vedere noi come vittime. E permette di commettere MALVAGITÀ ALTRUISTICA, uccidendo in nome del Dio della vita, odiando nel nome del Dio dell’amore e praticando crudeltà nel nome del Dio della compassione.
È un virus che attacca il senso morale. La disumanizzazione distrugge l’immedesimazione e la compassione. Sospende le emozioni che ci impediscono di fare del male. Il vittimismo devia la responsabilità morale. La malvagità altruistica arruola le brave persone per una cattiva causa. Trasforma gli esseri umani comuni in assassini nel nome di alti ideali

Cap. 4 Capro espiatorio

…il modo in cui il dualismo si evolve [degenera] dall’essere teologico o metafisico per diventare patologico e fonte di odio violento. Accade quando una vittima – un individuo o un gruppo – è trasformata in capro espiatorio come metodo per proiettare all’esterno la violenza che altrimenti distruggerebbe una società dall’interno. (…)
E quando la violenza finisce, rimane il problema perché in primo luogo il capro espiatorio non è mai stato la causa del problema. E così le persone muoiono. La speranza è distrutta. L’odio reclama altre vittime sacrificali. E Dio piange”

me l’ero portato al mare, per rileggere dall’inizio

però poi l’ho finito a Firenze, perché se è vero che le storie sono affascinanti come romanzi, non è un romanzo. Questo libro è una sfida ai pregiudizi e una miniera di spunti interpretativi e spinge a consultare altri testi, cercare riferimenti, pensare a come tradurre nella vita di ogni giorno l’invito a dire (ebrei, cristiani, musulmani):

“Siamo tutti figli di Abramo. E sia che siamo Isacco o Ismaele, Giacobbe o Esaù, Lea o Rachele, Giuseppe o i suoi fratelli, siamo tutti preziosi agli occhi di Dio. Siamo benedetti. E per essere benedetti non è necessario che qualcuno sia maledetto. L’amore di Dio non funziona in questo modo.
Oggi Dio ci chiama, ebrei, cristiani e musulmani, a liberarci dall’odio e dalla sua predicazione, e a vivere finalmente come fratelli e sorelle, fedeli alla nostra fede e ad essere una benedizione per gli altri a prescindere dalla loro fede, rendendo onore al nome di Dio onorando la sua immagine, l’umanità

Importanti anche le citazioni sparse, come

“Immagino che uno dei motivi per cui le persone si aggrappano così tenacemente al loro odio sia perché sentono che, una volta esaurito l’odio,  saranno costretti a vedersela col dolore”
(James Arthur Baldwin)

Bello, bello, bello. Non escludo di riportarne qualche passaggio ancora prossimamente.
Grazie a chi me lo ha consigliato

non dimentichiamo Khaled Asaad, vi prego

Siria-Palmira

Khaled al Asaad aveva quasi 82 anni. Da mezzo secolo si prendeva cura del patrimonio artistico di Palmira.
Era il custode della culla della nostra cultura. 

Khaled Asaad

Un archeologo esperto, un uomo anziano, saggio, dignitoso, ospitale e gentile come sono i veri figli del deserto.
Chi l’ha sequestrato, torturato, ucciso, esposto con la testa mozzata perché non voleva tradire il suo compito sia maledetto.
Chi lo ha ucciso ha ferito tutta l’umanità.

Khaled al Asaad era un musulmano, è stato barbaramente ucciso dai terroristi dell’Isis.
Come tantissimi altri musulmani. Ucciso da chi non ha il diritto di tirare in ballo alcun dio per certi orrori. Terroristi, mercenari, pedine sfuggite al controllo di chi li ha armati… di certo non musulmani, non religiosi.
Khaled è stato ucciso perché ha deciso di difendere l’arte, la storia, la cultura, la bellezza.
Storia, cultura, bellezza nate da incontri tra popoli, da scambi, relazioni, commerci, contaminazioni.
Non dimentichiamolo.

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Ieri a Firenze un drappo nero di lutto da Palazzo Vecchio e il Nettuno oscurato…
Gesto simbolico, forse inutile, ma necessario.

come un abbraccio

28.7.2015 Fortezza Luna

a passi svelti verso la Fortezza, con il cuore in gola e la stanchezza sotto gli occhi, ma la Luna ancora pallida a dirmi che sì, era giusto andare, andare e camminare con in borsa una torcia e il cartello scritto ieri.

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Siamo stanche di processi alle vittime, siamo stanchi… alla manifestazione di stasera c’erano anche tanti uomini.
Riprendiamoci la Fortezza!

28.7.2015 Fortezza

Riprendiamoci la libertà di uscire la sera senza la paura di essere aggredite… un filo di timore mi accompagna sempre, ancora, quando esco da sola. Gli attacchi di panico sono sotto controllo per la maggior parte del tempo, ormai, ma le ferite non si cancellano. Anche se non sentirsi più sola aiuta. Come aiutano i colori, il rosa e viola del tramonto, il bianco della Luna, il rosso fiammante di magliette e smalti… nessuna stasera era vestita da suora, nesssuna zitta e buona a sentire ancora sparare giudizi sulla ragazza che si voleva divertire e invece ha subìto uno stupro di gruppo.

28.7.2015 Paola e Cate alla Fortezza

C’era anche Paola, del gruppo di amici “virtuali” della Radio via web che mi ha sollevata d’umore in tante serate…
Da stasera un’amica anche reale (ma prima non era finta, virtuale non vuol dire nulla di meno che potenzialmente anche concreto), un’amica che mi è stata vicina fino al ritorno a casa. Abbracciata con le braccia finalmente una persona che sentivo vicina anche “solo” scrivendoci on line, abbracciata per la prima volta nella sera in cui in tante e in tanti abbiamo voluto abbracciare simbolicamente la ragazza della Fortezza.

28.72015 Paola e Caterina

Grande, vera, generosa Paola, grazie!

28.7.2015 Paola alla Fortezza
E mi ero portata anche la torcia … effetto strano nel selfie scattato da Paola:

28.7.2015 selfie con Paola

p.s. siamo finite anche su Repubblica

28.72015 con Paola alla Fortezza su Repubblicae il cartello scritto in mezzo a un pomeriggio di corse dietro a Viola è finito anch’esso in primo piano in quella galleria di foto dell’edizione on line di Repubblica

28.7.2015 il mio cartello alla Fortezza“Mamma, che cosa stai scrivendo?”
“Viola, ora non puoi e non devi capirlo… ma è anche per te e per tutte le donne. E anche per gli uomini che non sono bestie, la maggioranza, sai? Sono bravi come babbo, fratellone, ziii, amici… non sono tutti incapaci di trattenere impulsi bestiali e poi dare la colpa alla donna che ‘lei ci stava’ per farla franca”

Per te, cucciola, ti ho lasciata col babbo e sono andata a manifestare anche e soprattutto per te e per le piccole donne che stanno crescendo in questo mondo storto

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alla Fortezza

Fortezza-da-Basso

forse è vero che le sentenze non si devono commentare, ma i commenti alle sentenze? La sentenza che manda assolti i sei stupratori di qualche anno fa a Firenze mi ha fatto male, molto male;  i commenti di troppi ancora di più. Vorrei guardare negli occhi chi si è permesso di scrivere, dire, anche solo bisbigliare o pensare: “sì, certo, però anche lei…”.
No, nessuna scusa.

Mi stringo alle persone che ne hanno sofferto in un abbraccio virtuale alla ragazza della Fortezza, come si è firmata nella lettera pubblica che merita di essere riportata così come letta in questi giorni senza un computer a disposizione… un abbraccio lungo lungo, incapace di cancellare il male che ha subìto, insufficiente e …indispensabile. A me avrebbe fatto bene. Ma non si parla di me o di lei o di una sola in particolare, qui siamo tutte ancora una volta coinvolte. Giudicate anche se vittime, anzi, proprio quando siamo vittime il processo lo fanno a noi. Sarebbe anche l’ora di basta come si diceva nei giochi da bambini.
Ecco le parole della vittima, quando smetterà di pagare per chi invece si è rialzato senza problemi?

” Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io.
Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruir a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi é stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui é stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale.
Come potete immaginare che io mi senta adesso? Non riesco a descriverlo nemmeno io. La cosa più amara e dolorosa di questa vicenda é vedere come ogni volta che cerco con le mani e i denti di recuperare la mia vita, di reagire, di andare avanti, c’é sempre qualcosa che ritorna a ricordarmi che sì, sono stata stuprata e non sarò mai piú la stessa. Che siano state le varie fasi della lunghissima prima udienza, o le sentenze della prima e poi della seconda, ne ho sempre avuto notizia dai social media piuttosto che dal mio avvocato. Come mai questo accada non lo so. So soltanto che é come un elastico che quando meno me l’aspetto, mentre sono assorta e impegnata a affrontare il mondo, piena di cicatrici, ma cercando la forza per farcela, questo maledetto elastico mi riporta indietro di 7 anni, ogni maledetta volta.
Ogni maledetta volta dopo aver lavorato su me stessa, cercato di elaborare il trauma, espulso da me i sensi di colpa introiettati, il fatto di sentirmi sbagliata, sporca, colpevole. Dopo aver cercato di trasformare il dolore, la paura, il pianto in forza, in arte, ecco un altro articolo che parla di me. E io mi ritrovo catapultata di nuovo in quella strada, nel centro antiviolenza, nell‘aula di tribunale. Tutto questo mi sembra surreale come un supplizio di Tantalo.
La memoria é una brutta bestia. Nel corso degli anni si dimenticano magari frasi, l’ordine del prima e dopo, ma il corpo sa tutto. Le sensazioni, il dolore fisico, il mal di stomaco, la voglia di vomitare, non si dimentica.
Che poi quanti sforzi ho fatto per ritornare ad avere una vita normale, ricominciare a studiare, laurearmi, cercare un lavoro, vivere relazioni, uscire, sentirsi a proprio agio nel proprio corpo, nella propria città. E quante volte sono stata invece redarguita dal mio legale, per avere una “ripresa”. Per sembrare andare avanti, e non sconfitta, finita. “La vittima deve essere credibile”. Forse se quella volta avessi inghiottito più pasticche e fossi morta sarei stata più credibile? Forse non li avrebbero assolti?
Essere vittima di violenza e denunciarla é un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra, come una moderna Raperonzolo. Ma se mai proverai a cercare di uscirne, a cercare, pian piano di riprendere la tua vita, ti sarà detto “ah ma vedi, non ti é mica successo nulla, se fossi stata veramente vittima non lo faresti”. Così può succedere quindi che in sede di processo qualcuno tiri fuori una fotografia ricavata dai social network in cui, a distanza di tre anni dall’accaduto, sei con degli amici, sorridi e non hai il solito muso lungo, prova lampante che non é stato un delitto così grave. Fondamentale, ovviamente.
A sette anni di distanza ancora ho attacchi di panico, ho flashback e incubi e lotto giornalmente contro la depressione e la disistima di me.
Non riesco a vivere più nella mia cittá, ossessionata dai brutti ricordi e dalla paura di ciò che la gente pensa di me. Prima la Fortezza da Basso era un luogo pieno di ricordi positivi, la Mostra dell’Artigianato, il Social Forum Europeo, i numerosi festival e fiere. Adesso é un luogo che cerco di evitare, un buco nero sulla mappa della cittá di Firenze.
Mi é stato detto, é stato scritto, che ho una condotta sregolata, una vita non lineare, una sessualità “confusa”, che sono un soggetto provocatorio, esibizionista, eccessivo, borderline. C’é chi ha detto addirittura che non ero che una escort, una donna a pagamento che non pagata o non pagata abbastanza, ha voluto rivalersi con una denuncia.
Perché sono bisessuale dichiarata, perché ho convissuto col mio ragazzo un anno prima che succedesse tutto ció, perché amo viaggiare e unito al fatto che non sono riuscita a vivere nella mia città dopo l’accaduto, ho viaggiato molto, proprio per quella sensazione di essere chiunque e di dimenticare la tua storia in un posto nuovo. Perché sono femminista e attivista lgbt e fin dai 15 anni lotto contro questo schifo di patriarcato che oggi come sette anni fa, cerca di annientarmi come ha fatto e fa continuamente, ovunque.
Perché mi vesto non seguendo le mode, e quindi se seguo uno stile alternativo, gothic o cose del genere, sono automaticamente tacciata per promiscua. Perché sono (?) un’attrice e un’artista e ho fatto happening e performance usando il corpo come tavolozza di sentimenti e concetti anche e soprattutto legati al mio vissuto della violenza (e sì, la Body art é nata negli anni 60, mica ieri. Che poi, qualcuno si sognerebbe forse di augurare o giustificare chi stuprasse Marina Abramovic perché si é mostrata nuda in alcuni suoi lavori?).
Ebbene sì, se per essere creduta e credibile come vittima di uno stupro non bastano referti medici, psichiatrici, mille testimonianze oltre alla tua, le prove del dna, ma conta solo il numero di persone con cui sei andata a letto prima che succedesse, o che tipo di biancheria porti, se usi i tacchi, se hai mai baciato una ragazza, se giri film o fai teatro, se hai fatto della body art, se non sei un tipo casa e chiesa e non ti periti di scendere in piazza e lottare per i tuoi diritti, se insomma sei una donna non conforme, non puoi essere creduta. Dato che non hai passato gli anni dell’adolescenza e della giovinezza in ginocchio sui ceci con la gonna alle caviglie e lo sguardo basso, cosa vuoi aspettarti, che qualcuno creda a te, vittima di violenza?
Sono stata offesa non solo come donna, per ciò che sappiamo essere accaduto. Ma come amica, dal momento in cui il capetto del gruppo era una persona che consideravo amica, e mi ha ingannato. Sono stata offesa dagli avvocati avversari e dai giudici come bisessuale e soggetto lgbt, che hanno sbeffeggiato le mie scelte affettive e le hanno viste come “spregiudicate”.
Sono stata offesa come femminista e attivista lgbt quando la mia adesione a una manifestazione contro la violenza sulle donne é stata vista come “eccessiva” e non idonea a una persona vittima di violenza, essendomi mostrata troppo “forte”. Sono stata offesa dalla corte e dagli avvocati avversari per essere un’artista e un’attrice (o per provarci, ad ogni modo), un manipolo di individui gretti che non vedono oltre il loro naso e che equiparavano qualsiasi genere di nudità o di rappresentazione che vada contro la “norma” (per es. scrivere uno spettacolo sulla prostituzione) alla pornografia.
Mi hanno perfino offeso in quanto aderente alla moda giapponese delle gothic lolita (e hanno offeso il buon senso), quando hanno insinuato che fosse uno stile che ha a che fare con pornografia, erotismo e chissà cos’altro. Hanno offeso, con questa assoluzione, la mia condizione economica, di gran lunga peggiore della loro che, se hanno vinto la causa possono dir grazie ai tanti avvocati che hanno cambiato senza badare a spese, mentre io mi sono dovuta accontentare di farmi difendere da uno solo. E condannandomi a dovere essere debitrice a vita per i soldi della provvisionale che ho speso per mantenermi negli ultimi due anni, oltre al fatto che nessuno ripagherà mai il dolore, gli anni passati in depressione senza riuscire né a studiare né a lavorare, a carico dei miei, e tutti i problemi che mi porto dietro fino ad adesso. Rischio a mia volta un’accusa per diffamazione, anche scrivendo questa stessa lettera.
Ciò che più fa tristezza di questa storia che mi ha cambiato radicalmente, é che nessuno ha vinto. Non hanno vinto loro, gli stupratori (accusati e assolti in II° ndb), la loro arroganza, il loro fumo negli occhi, le loro vite vincenti, per esempio l’enorme pubblicità fatta ai b-movie splatter del “capetto” del gruppo, sono andate avanti nonostante un’accusa di stupro.
Abbiamo perso tutti. Ha perso la civiltà, la solidarietà umana quando una donna deve avere paura e non fidarsi degli amici, quando una donna é costretta a stare male nella propria città e non sentirsi sicura, quando una giovane donna deve sospettare quando degli amici le offrono da bere, quando si giudica la credibilità di una donna in base al tacco che indossa, quando dei giovani uomini si sentiranno in diritto di ingannare e stuprare una giovane donna perché e’ bisessuale e tanto “ci sta”.
Quello che vince invece, giorno per giorno attraverso quello che faccio, é la voglia di non farmi intimidire, di non perdere la fiducia in me stessa e di riacquistarla nel genere umano, facendo volontariato, assistendo gli ultimi, i disabili, le persone con disturbi psichici (perché sì, anche quando si é sofferto di depressione e forse soprattutto per questo, si é capaci di essere empatia e d’aiuto).
Se potessi tornare indietro sapendone le conseguenze non so se sarei comunque andata al centro antiviolenza, da cui é poi partita la segnalazione alla polizia che mi ha chiamato per deporre una testimonianza tre giorni dopo. Ma forse si, comunque, per ripetere al mondo che la violenza non é mai giustificabile, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, che indumenti porti, quale sia il tuo orientamento sessuale. Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà, cambierà, dio santo, certo che cambierà”
La ragazza della Fortezza da Basso

Un abbraccio ancora ci sarà martedì sera alla Fortezza. Ecco l’evento:

immagine evento LIBERE

La libertà è la nostra “fortezza”
Ci riprendiamo la Fortezza perché …

– le motivazioni della sentenza di Firenze sono inaccettabili;
– questa sentenza ha leso l’autodeterminazione di tutte le donne;
– il processo è stato fatto alla ragazza e alla sua vita;
– vogliamo sapere perché la procura generale non ha fatto ricorso facendo scadere i termini.

Riaffermiamo la nostra libertà: siano processati i violenti e non le vittime!
Non vogliamo essere giudicate per come ci vestiamo, per il nostro orientamento sessuale e i nostri comportamenti.

Troviamoci martedì 28 luglio alle 21,00 all’ingresso principale della Fortezza da Basso in piazza Bambine e Bambini di Beslan, Firenze.
Hanno promosso e aderito:
Unite in rete, Artemisia, TOSCA – Coordinamento toscano centri antiviolenza, Di.Re., Libere tutte Firenze, Il Giardino dei Ciliegi, Collettivo DeGenerate, Azione gay e lesbica, IREOS, Libreria delle donne, Associazione Fiesolana 2b, Intersexioni, ARCI Firenze e Toscana, Rete Genitori Rainbow, Coordinamento contro la violenza di genere e il sessismo…. (adesioni continue, elenco lunghissimo, vedere qui)

a piccoli passi verso la verità

13.7.2015 I LOVE RIKY

Domani, alle ore 13, nel Palazzo di Giustizia di viale Guidoni a Firenze si terrà una nuova udienza del processo per la morte di Riccardo Magherini. Dovrebbe essere l’ultima udienza preliminare, per poi iniziare in ottobre a ritmo serrato, anche un’udienza alla settimana, il processo vero e proprio.
Stavolta temo che non potrò esserci fisicamente e mi dispiace, ma farò il possibile per passare dal tribunale anche domani. C’ero l’undici giugno, finita anche nei servizi al tg3 regionale e nel video a cura di Matteo Calì (leggete il dossier Speciale Magherini sul Sito di Firenze, c’è tutto, leggete il libro di Matteo Calì, Raccontate la mia storia).

Ci saranno comunque tanti amici, lo so, ci saranno il fratello di Riccardo, Andrea Magherini, il babbo Guido, la mamma Clem, Ljuba e Ivano, Giulia, Jeanne, Rossano, Lucia…

11 giugno 2015 gruppo
Ci saranno le magliette gialle e le lacrime, i sorrisi dell’amore che Riky ha seminato in vita e anche dopo, facendo sbocciare una primavera infinita.

magliette gialle per il processo

Riccardo Magherini era un giovane di quasi quarant’anni, promessa della Fiorentina, fermato da un infortunio dopo aver giocato non solo nella Primavera viola, e diventato poi piccolo imprenditore. La notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 Riccardo era fuori per una cena di lavoro. Dopo la cena, nel tragitto verso casa qualcosa lo spaventa terribilmente…in preda al panico (o terrore concretamente motivato?) arriva nel suo quartiere, diladdarno, in San Frediano, cercando aiuto, gridando “AIUTO!”. Diverse persone sollecitano un intervento per la presenza di una persona in evidente difficoltà. I carabinieri giunti sul posto immobilizzano Riccardo tenendolo a terra in posizione prona. Il tutto avviene per strada, davanti a testimoni che raccontano di calci sferrati a Riccardo mentre era immobilizzato, ammanettato faccia a terra. Molti si affacciano alla finestra e assistono alla scena filmando tutto. Si sente Riccardo che grida “aiuto”, “aiuto aiuto sto morendo” qualcuno grida “no, i calci no!”. In seguito, nella ricostruzione dei concitati momenti dell’intervento, le lacune non tardano ad evidenziarsi: alle ore 1,21 uno dei militari chiama la centrale operativa spiegando che sono intervenuti su una persona “completamente di fuori, a petto nudo, che urla”.
All’1,24, il 118 invia un’ambulanza. Parte un mezzo dalla vicina sede della Croce Rossa, con tre volontari a bordo. All’1,31 la centrale operativa dei carabinieri chiama di nuovo il 118 perché si sente la sirena ma l’ambulanza non è ancora arrivata e l’arrestato “fa ancora come un matto”. All’1,32, il 118 contatta la sede della Croce Rossa e un minuto più tardi, uno dei volontari chiama il 118, annuncia di essere sul posto e spiega che l’uomo “ha reagito in maniera violenta, gli sono addosso in due per tenerlo fermo e vogliono il medico per sedare l’arrestato”. Si saprà poi che all’arrivo di quella prima ambulanza, Riccardo giace a terra ormai immobile e silenzioso. Condizione, la sua, di cui il volontario non fa cenno, anzi, omette di specificarla alla centrale del 118, che all’1,35 contatta l’automedica .
La situazione , invece, si profila immediatamente difficile e viene trascurata fino al tragico epilogo, tanto che l’operatrice, non avendo il minimo sentore del dramma dice: “freddo non gli prende perché ci ha due carabinieri sopra”. Da questa frase si capisce che almeno due carabinieri continuano a stare sul corpo di Riccardo anche dopo che quest’ultimo ha smesso di urlare e divincolarsi: Riccardo è già morto e i necessari primi soccorsi di fatto vengono impediti. I testimoni hanno affermato che per immobilizzare Riccardo i 4 agenti abbiano usato, come si legge nella denuncia fatta dalla famiglia, “un uso della forza non previsto e contemplato nelle tecniche di immobilizzazione delle forze dell’ordine, fra cui: presa e stretta del collo con le mani; calci quantomeno ai fianchi e all’addome anche nel momento in cui era già steso prono a terra; prolungata pressione di più agenti sul suo corpo, compreso il tronco, in posizione prona sull’asfalto”. Inoltre, in attesa dell’ambulanza con il medico, durante l’intervento dei primi sanitari sul posto «non hanno provveduto nemmeno a rimuovere Riccardo da quella posizione né a liberarlo dalle manette, al fine di consentirgli quantomeno una migliore respirazione». E’ importante sottolineare, che nel verbale autoptico redatto dalla procura fiorentina si esclude che la morte sia stata causata esclusivamente da overdose di cocaina, come sostenuto invece dai legali della difesa, dal momento che nel sangue è stato trovato un quantitativo di coca pari a 0,3 mg. L’autopsia indica che le concause della morte sono la disfunzione cardiaca dovuta allo stato di agitazione e stress procurati dalla situazione che stava vivendo Riccardo in quel momento e l’asfissia. Sul corpo sono stati inoltre rinvenuti numerosi segni della violenza subita quella notte, dalla frattura costale e dello sterno, alle varie emorragie interne tra cui quella al fegato in corrispondenza dei calci subiti. I 4 agenti coinvolti provvedono a farsi refertare per i danni subiti nella presunta colluttazione e denunciano Riccardo per resistenza a pubblico ufficiale, violenze e furto di un telefonino ( lo aveva preso proprio per chiedere aiuto). Infine, non tutto il materiale audio fornito dal 118 è stato prodotto dalla procura, tant’è che risulta mancante proprio un colloquio telefonico in cui si rileva come i soccorsi siano stati impediti dagli agenti presenti. Riccardo muore schiacciato sull’asfalto…

“Aiuto, ho un figliolo, basta”.

Muore quando il primo 118 arriva senza medico a bordo; muore perché la seconda ambulanza giunge dopo quindici minuti e la manovra di rianimazione è oramai inutile.

Riccardo Magherini era un giovane di quasi quarant’anni, promessa della Fiorentina… era un figlio, un fratello, un babbo, un amico, un cugino, un marito, un uomo. Un uomo morto mentre era tra le mani di chi avrebbe dovuto difenderlo. Un cittadino morto mentre era affidato a chi dovrebbe difendere i cittadini. Vogliamo giustizia

Tardi per Palmira

Unite4Palmira

Condivido da Abbandonare Tara:

L’UNESCO ha lanciato una campagna mondiale di sensibilizzazione e denuncia sulla distruzione del patrimonio culturale del pianeta, il cui focus è naturalmente la distruzione sistematica e velleitaria operata dall’Isis.

Si chiama #Unite4Heritage
(cioè: uniti in difesa dell’eredità culturale. Il simbolo #, l’hashtag, ha ormai una ben chiara intenzione, su internet, di identificare un argomento specifico, per etichettarlo e tracciarlo attarverso tutti i canali sui quali se ne parli.)

Vi consiglio di andare alla HOMEPAGE della campagna, dove appaiono delle foto molto simboliche e belle dei luoghi a rischio e dei loro tesori.

Inserisco qui qualcosa che mi ha molto colpita, un’immagine della adesione alla campagna che viene da Firenze: la statua della Primavera, sul Ponte Santa Trinita, ammantata di nero.

Ponte Santa Trinita a lutto foto di Ody

E la GALLERIA FOTOGRAFICA su Repubblica dello splendido sito archeologico di Palmira, in Siria, minacciato proprio in queste ore dall’assedio dell’Isis.

Capisco, capiamo tutti, che le minacce al genere umano sono molte e che l’uccisione di donne, bambini, uomini, è una tragedia con risvolti drammatici ed umanitari maggiori, ma se perdiamo il senso della storia, perderemo anche l’altra battaglia, perché pian piano anche l’essere umano e la nostra capacità di scandalizzarci per la sua sofferenza non avrà più nessun significato.
Esistiamo e siamo in virtù di quello che siamo stati. Ci riconosciamo e ci identifichiamo su questo passato e sulla storia.

Palmira

Non mi rattrista meno delle vite umane spezzate. A quante vite ogni monumento distrutto ha dato sollievo, gioia, conforto, speranza di vita oltre la singola esistenza? Distruggere i tesori della civiltà è uccidere tutti gli uomini che ci hanno lavorato, pregato, sudato, goduto… ucciderne la memoria, il sogno, la poesia affidata alle pietre e ai colori.
Lasciare che siano distrutti i resti ancora splendidi di civiltà tramontate significa non lasciare alcuna eredità alle bambine e ai bambini che si affacciano ora alla vita, ai nostri figli e nipoti.
Per la perla del deserto forse ormai è già troppo tardi.

…impermanenza

Kathmandu prima del sismaKathmandu prima del terrificante terremoto del 25 aprile…

katmandu_05-738x355dopo tre giorni l’immane catastrofe non consente neanche una conta delle vittime, si temono altre migliaia di morti, senza contare i feriti, i dispersi, gli sfollati, chi ha perso famiglia, amici, casa, tutto.
Dispersa e spazzata via tanta bellezza.

Come un tragico ripasso del senso dei mandala.

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“Il mandala è, nel contesto della cultura buddista, qualcosa di più di una potente metafora dell’impermanenza di tutte le cose. Esso è, prima di tutto, una pratica, un esercizio spirituale attraverso il quale il monaco impara a guardare la realtà per quello che essa è in realtà: un fenomeno passeggero, impalpabile e non racchiudibile all’interno di una forma data una volta per tutte. Quello che colpisce della pratica devozionale del mandala non è tanto il tempo che si impiega per la realizzazione dell’opera (spesso anni), quanto, piuttosto, il fatto che una volta che questa è ultimata il monaco, con un gesto perentorio della mano, lo distrugge.
Abbiamo utilizzato il termine “distruggere”, ma tale termine è quanto di più lontano da ciò che il monaco compie. E’ vero, infatti, che il mandala viene cancellato, ma questa cancellazione è piuttosto il risultato di un atto creativo che non di un atto di distruzione. Con il suo gesto, infatti, il monaco si rende consapevole della fugacità di tutte le cose e di se stesso. Tanto più grande sarà stata la pazienza e l’amore profusi nella creazione del mandala, tanto più forte sarà il gesto, tanto più significato il lascito nella vita spirituale del monaco che l’ha compiuto e, in conseguenza, a tutto il mondo di cui il monaco fa parte.
La distruzione del mandala è, allora, un atto costruttivo, la creazione artistica viene, sì, cancellata, ma ciò porta ad una produzione di senso per il monaco che lo compie.
Nella cultura occidentale, che nell’opera d’arte, ha sempre visto la produzione di un qualcosa in grado di sopravvivere all’autore che l’ha prodotta, il gesto votivo della distruzione del mandala, che, non dimentichiamolo ha forti valenze devozionali, solletica molto la sua curiosità. Se è vero, come afferma Bazin, che il cinema è la messa in scena della morte, allora, non esiste media più idoneo per rendere il senso ultimo della stessa pratica buddhista (a parte, forse, la musica che esiste nel solo spazio dell’esecuzione, cioè nel momento stesso in cui, esistendo, cessa di esistere). Non è un caso, allora, che il mandala sia centrale in due film che, in modi e tempi diversi si sono interessati alla cultura buddhista: Piccolo Buddha di Bernardo Bertolucci e Kundun di Martin Scorsese. (…)” (da Il mandala infranto)

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Quando il mandala è completato, il rituale prevede che venga distrutto a simboleggiare la natura transitoria della vita materiale. Per questo motivo, i materiali non sono mai utilizzati due volte. Anche questa operazione viene eseguita secondo un cerimoniale che prevede un ordine specifico per la rimozione dei vari simboli.
La sabbia viene raccolta e custodita in un apposito contenitore, poi avvolto nella seta
La sabbia dipinta del mandala viene utilizzata per riconsacrare la terra e i suoi abitanti.
Alla fine la sabbia viene affidata alle acque di un fiume o a qualsiasi altro tipo di acque mosse, per ricongiungersi alla natura.

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Pur consapevoli della transitorietà del tutto, non essendo cultori dell’impermanenza, si resta difficilmente impassibili davanti a tanta devastazione…

Nepal dopo il terremoto

il Nepal farà fatica a rialzarsi, milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto.

preghiere per il Nepal

Fino al 10 maggio con un SMS o una chiamata da fisso al 45596 è possibile sostenere gli aiuti che UNICEF e WFP (Programma Alimentare Mondiale) stanno fornendo alle popolazioni del Nepal. L’importo viene interamente devoluto alla popolazione.

 

Da Internazionale:

Il terremoto che ha colpito il Nepal tra il 25 a il 26 aprile, con due scosse di 7,9 e 6,7 gradi, ha distrutto villaggi, causato il crollo di numerose case e monumenti nella capitale Kathmandu. Secondo l’ultimo bilancio i morti sarebbero almeno 3.800, i feriti più di seimila. Migliaia di persone sono ancora sotto le macerie e ai superstiti non è garantito l’accesso ai servizi essenziali.

Le organizzazioni umanitarie sono già sul posto per aiutare la popolazione. Una lista delle ong che si possono sostenere con una donazione:

Agire, l’agenzia italiana di risposta all’emergenza, ha attivato un appello di emergenza per la raccolta fondi, attraverso cui quattro organizzazioni della rete, Action Aid, Cesvi, Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini, possono fornire i soccorsi nelle aree dove l’impatto del terremoto è stato peggiore.

La Croce rossa ha attivato una pagina dedicata al ricongiungimento dei familiari delle vittime del terremoto. I familiari hanno la possibilità di inserire i dati dei propri cari in maniera tale da essere allertati in caso di ritrovamento. Si può anche sostenere l’intervento in loco con una donazione.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) fornisce servizi di prima assistenza per le persone rimaste senza casa dopo il sisma, come tende, lampade solari, acqua potabile.

L’Unicef ha mobilitato i suoi operatori per garantire protezione ai bambini colpiti dal terremoto, con l’invio di tavolette per la potabilizzazione dell’acqua, kit per l’igiene, teloni e scorte alimentari.

L’organizzazione Save the children ha lanciato l’allarme per il rischio ipotermia per decine di migliaia di bambini. L’ong sta intervenendo con distribuzione di ripari, kit igienici, di prima necessità e kit per neonati, per sostenere le donne che hanno appena partorito.

Medici senza frontiere (Msf) sta inviando otto squadre di personale medico e non medico con materiali chirurgici, cliniche mobili, acqua, servizi igienico sanitari e generi di prima necessità.

Amici dei bambini (Aibi) lavora in Nepal dal 2006 con progetti nella valle di Kathmandu, dove il numero dei bambini a rischio di abbandono e abbandonati è altissimo. Per il terremoto ha aperto un centro di prima accoglienza per la distribuzione di acqua e generi alimentari.

La Caritas ha avviato una raccolta di fondi per sostenere le famiglie più vulnerabili, con minori, anziani e disabili.

L’ong italiana WeWorld opera in Nepal, da dove arrivano i racconti dei cooperanti sulla situazione del paese: servono acqua, cibo e cure mediche.

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