Sette anni dopo

Era una bella mattina di novembre, un martedì, da giorni soffrivo di un mal di testa che non passava in alcun modo, ero fuori con Viola piccina e all’improvviso come se qualcosa o qualcuno mi avesse ‘sgabbiata’, una sensazione di pace e sollievo, sparito il mal di testa e la mia voce a pronunciare parole che ricordo come fosse oggi, ma che allora non avevo pensato prima, come se qualcuno avesse usato la mia voce e le mie parole per dirmi quel che non potevo ancora sapere: “devo tornare a casa, la mia nonna sta morendo”. Appena a casa, infatti, babbo Lodovico: “Cate, mettiti a sedere, devo dirti una cosa” e io, addolorata, ma serena: “Lo so, babbo, la nonna… “.

(in questa foto aveva 102 anni, la stampella perché si era rotta il femore)


Era venuta a salutarmi, credo.


Come, dopo questo saluto e il doppio arcobaleno alla fine del funerale, due giorni dopo, al termine di un temporale, siano cambiate tante cose nel mio vivere la ricerca dell’infinito che non conoscerò pienamente qui, ma che mi conosce da sempre, è un’altra storia, anche bella, non senza inciampi e contraddizioni, ma voglio sperare che nonna sorrida a saperlo.

Immensa eredità di pensieri e gesti, pochi oggetti. E oggi meno ancora, le fedi nuziali dei nonni sono state rubate, il rosario e la fede di nonna sono quel che nessuno mi può rubare, anche dovessero portarsi via pure il rosario inteso come catenina e la madonnina di legno che tengo sulla mensola in camera da letto…

Sono passati sette anni e il pieno di amore è cresciuto, non si esaurisce… sì che può compensare il vuoto a ogni passo importante, a ogni snodo della vita, anche se il dolore della separazione resta e sfoga in pianto silenzioso ogni tanto. A Dio, nonna, mettici una parola…