Balliamo balliamo o siamo perduti

 

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Un paio d’anni fa, dopo aver visto un breve filmato sul ballerino siriano a Parigi,

ho letto la storia di Ahmad Joudeh, un ragazzo cresciuto in un campo profughi di Damasco.

Un ragazzo sì, anche un sogno fatto carne, però, una scintilla di luce in un punto del tempo e dello spazio dove da un po’ è difficile trovare la bellezza. A riprova della verità che dentro di noi sappiamo: in ogni luogo può brillare la scintilla di bellezza nata da un sogno e in ogni tempo quella scintilla può divampare in un fuoco di passione.

Ahmad è figlio di madre siriana e padre palestinese, da quando è bambino ha sempre avuto il sogno di fare il ballerino. Quando il padre se ne accorge si infuria, gli vieta severamente di accostarsi in qualsiasi maniera alla danza, ma Ahmad continua a ballare e non solo, insegna danza, offre lezioni di danza gratis ai bambini orfani e disabili (e in zone di guerra i bambini orfani o con disabilità causate da ferocia, armi, mine e non da malattie sono tanti).

Ahmad insegna a ballare, balla, ama la danza. Non la smette, no! Suo padre se ne accorge e lo picchia, lo prende anche a bastonate sulle gambe, ma non esiste bastonata che possa uccidere una passione.

Ahmad sfida suo padre e sfida anche l’Isis e la minaccia di morte. Ahamd  si fa tatuare sul collo la scritta «Danza o muori» e lo fa nel punto preciso dove i boia dell’Isis calano la spada per eseguire le condanne capitali.

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Per mesi e mesi   Ahmad balla sui tetti di Damasco flagellata dalle bombe e posta in rete i video delle sue coreografie.

Un regista olandese, Rusbel Kanonif, lo vede e capisce al volo di avere tra le mani una storia eccezionale, così si precipita in Siria per realizzare un documentario su di lui. Girano anche a Palmira, dove viveva la famiglia di Ahmad… casa distrutta. I sogni no.

Grazie a Kanonif, il Dutch National Ballet di Amsterdam nota il talento di Ahmad e lo aiuta ad espatriare in Olanda, dove Ahmad inizia a danzare professionalmente nel corpo di ballo… e arrivò Parigi e poi un incontro con Roberto Bolle e 

il libro DANZA O MUORI

Babbo, un anno senza te…

e mi manchi. Mi manca la tua voce, mi manca il tuo sorriso che partiva dal cuore e si allargava dagli occhi alla bocca alle spalle… sorridevi con tutta l’anima, campione degli abissi di angoscia e delle vette di perfetta letizia, mi sa che ho preso da te l’inclinazione agli estremi, scarso equilibrio, insofferenza ai compromessi, passione per il dare, darsi e finanche sdarsi… e sempre leggere, scrivere, narrare, raccontarsi.

Anche Viola sente la tua mancanza e me lo dice spesso: “il nonno era il mio preferito di tutta la famiglia, mi sorrideva sempre, non mi sgridava mai… quando andiamo a trovarlo in cielo?”. Le ho spiegato che non si possono fare gite di andata e ritorno, ma che ti può trovare nel suo cuore e che alla fine sì, ci ritroveremo tutti (speriamo).

E si ricorda di quando stavi male e di quando sei tornato a casa dopo l’ultimo ricovero… eravamo felici, non ci si aspettava che dopo poco ci avresti lasciati. Senza tornare in ospedale, però, come mi hai chiesto: “Cate, non ci voglio andare, non chiamate l’ambulanza”. Il 118 lo avevo chiamato, invece, ma non sono riusciti a rianimarti e spero che la tua anima ne sia stata contenta. A casa, l’ultimo respiro a casa, il tuo ultimo respiro, le tue ultime parole, le ultime preghiere a voce, tra le mie braccia, con mamma, tua moglie amata, vicina come sempre, in lacrime nella stanza accanto…  voglio ricordare i tuoi ultimi sorrisi, cancellare il ricordo dell’agonia. Straziante ancora nel ricordo quella lotta tra l’amore per la vita che non ti mollava e la voglia di andare oltre le sofferenze, a vedere faccia a faccia quel che qui vediamo ‘per speculum et in aenigmate’ anche se so che un giorno sarà tutta gioia il privilegio di esserti stata accanto nel finale, con tutto il mio amore, pur nel dolore. Grazie

Prima Bernardo, poi Viola, due nipotini li hai visti…

“Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!”
dice il Salmo 127 

Si è realizzato per te l’augurio che proviene direttamente dal Creatore della vita.

Ci sto provando a lasciarti andare, mi manchi tanto, ma so che ora sei tra le braccia dell’Amore infinito, sei passato alla vita che non passa e ci ritroveremo se non mi chiuderò alla salvezza che mai si impone. Non penso manchi nulla al tuo cielo, ma una messa nell’anniversario la facciamo dire per te… insomma, per te… forse solo per noi, come un omaggio, come un fiore…


Le letture di oggi:

Io sto per far piovere pane dal cielo per voi.

(…) Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne.
Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che avranno raccolto ogni altro giorno».

Mosè disse ad Aronne: «Da’ questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: “Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni!”». Ora, mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco, la gloria del Signore si manifestò attraverso la nube.

Il Signore disse a Mosè: «Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”».
La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra.
Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
(Es 16,1-5.9-15)

Diede loro pane dal cielo.

Nel loro cuore tentarono Dio,
chiedendo cibo per la loro gola.
Parlarono contro Dio,
dicendo: «Sarà capace Dio
di preparare una tavola nel deserto?».

Diede ordine alle nubi dall’alto
e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo
e diede loro pane del cielo.
L’uomo mangiò il pane dei forti;
diede loro cibo in abbondanza.

Scatenò nel cielo il vento orientale,
con la sua forza fece soffiare il vento australe.
Su di loro fece piovere carne come polvere
e uccelli come sabbia del mare,
li fece cadere in mezzo ai loro accampamenti,
tutt’intorno alle loro tende.

(Salmo 77)

Una parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto

+ Dal Vangelo secondo Matteo
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

(Mt 13,1-9)

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Qui non ne avevo parlato, il giorno del mio compleanno, il primo senza te, la prima cosa che ho fatto è stata portarti una fetta di Sacher, la torta che mamma mi prepara ogni anno il 22 aprile, e il tuo fiore preferito, la rosa bianca… sulla sepoltura ancora provvisoria. Tienimi ancora tra le tue braccia come quando ero piccina, guardami con amore, proteggimi dal cielo, ciao babbo!

Maddalena, Giuda e la Misericordia infinita.

Dio ci chiama per nome.

 

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».  Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». ”
(dal Vangelo secondo Giovanni)

 

Il commento di Paolo Curtaz:

Quanto è amata la piccola Maria di Magdala? Simbolo della misericordia e del perdono ricevuto, la santa unisce in sé tre figure storiche: la peccatrice perdonata, la sorella di Lazzaro e una discepola proveniente da Magdala.

A Vézelay, in Borgogna, una straordinaria Cattedrale romanica custodisce, secondo la tradizione, le spoglie mortali di santa Maria Maddalena. Quel luogo è così diventato il tempio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della compassione. Attraverso un percorso iniziatico, il pellegrino sperimentava la misura della bontà di Dio. Appena prima di uscire da una delle tre porte della facciata, un capitello posto in alto, inaccessibile alla vista, rivela il paradosso dei paradossi. Lo scultore raffigura l’impiccagione di Giuda, il maledetto per antonomasia. La rappresentazione è quella consueta medievale: l’anima di Giuda esce dal suo corpo esanime mentre un demone la rapisce. Ma sull’altro lato un pastore, il buon pastore, porta sulle spalle il povero Giuda. Il volto del pastore è diviso a metà, mischiando gioia a sofferenza. È Cristo che porta sulle sue spalle l’anima di Giuda. Solo in quel luogo si poteva osare tanto. Maria di Magdala continua a ricordarci la misura senza misura dell’amore infinito di Dio. Lei che ha sperimentato il perdono senza condizioni, ancora ci invita a diventare discepoli della compassione.

Ieri sera ho cercato qualche immagine di Vézelay.

Ecco il capitello:

E mi è tornato in mente un frammento di omelia di don Primo Mazzolari che mi ha fatto ascoltare don Fulvio (una registrazione della predica del Giovedì Santo del 1958). Cercato il testo, ne riporto qualcosa con gratitudine: 

 «Povero Giuda – aveva esordito il parroco – Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».

«Amico! Questa parola – continuava Mazzolari – che vi dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, vi fa’ anche capire perché io l’ho chiamato in questo momento fratello. Aveva detto nel Cenacolo non vi chiamerò servi ma amici. Gli Apostoli sono diventati gli amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre gli amici. Noi possiamo tradire l’amicizia del Cristo, Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici; anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di Lui, anche quando lo neghiamo, davanti ai suoi occhi e al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consumava il tradimento del Maestro».

Dopo aver ricordato la fine disperata dell’apostolo traditore, Mazzolari concludeva: «Perdonatemi se questa sera che avrebbe dovuto essere di intimità, io vi ho portato delle considerazioni così dolorose, ma io voglio bene anche a Giuda, è mio fratello Giuda. Pregherò per lui anche questa sera, perché io non giudico, io non condanno; dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola amico, che gli ha detto il Signore mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là…».

« E lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che è in agonia, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarmi amico».

L’ultima eclissi

Ogni occasione è buona per spiare il sorgere della Luna. Emozione condivisa con Viola e Sandro, quando è sbucata enorme da dietro i palazzi vicini… era gialla e gigante, ma non ero pronta a scattare. Presa che già era venuta allo scoperto, intera tonda e fiera…

appena sopra le colline che abbracciano Firenze, bellezza nascosta tra le case ‘nuove’… un po’ di Campanile di Giotto, la Torre di Arnolfo, le luci del piazzale e San Miniato al Monte… ciao padre Bernardo!

in primo piano facciate scrostate… e va bene anche così, magnifica Luna che splendi su arte e squallori…

Candida, gialla, rossa… bella in tutti i tuoi colori.

Emozionata, incantata, stregata dalla Luna,

 

l’ultima eclissi dell’anno mi sembra sia la prima che riesco a fotografare nonostante il tremolio delle mani per lo zoom della compatta aperto al massimo e le emozioni.

L’ho già detto che sono emozionata?

Ma chi mi sta fermando il tremito alle mani mentre scatto? Grazie!

Come un quarto di Luna in piena Luna piena… magia delle ombre con la luce riflessa, poesia del cielo

Un’ultima foto e volo a sognare…

Indiano Bridge

Quando la Luna perde la lana e il passero la strada,
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia…
prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume


vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume….

Tra lunatici tramonti e voli di rondini, tra corse e soste… la canzone di Fabrizio De André mi è tornata in mente parlando non dell’album Indiano, ma del Ponte all’Indiano, che un amico lontano non conosceva. 

Lo spazio con il monumento al principe indiano morto a Firenze nel 1870, alla confluenza di Arno e Mugnone, è il posto dove mi fermo a bere e riprendere fiato nelle mie uscite di corsa o camminata, tra le foglie del parco e le rive del fiume… 

Accaldata sotto il sole o rinfrescata dalla pioggia… senza disturbare chi pesca… sshhh…. 

“Indiano Bridge” per Instagram, ora c’è anche la denominazione di luogo in italiano “Ponte all’Indiano”

 

Per l’amico non di Firenze era un riferimento agli ‘indiani’, nativi americani… allora ieri foto al monumento

e alla targa

e la storia è quasi commovente:  il monumento all’Indiano fu eretto nel 1870 dallo scultore inglese Carlo Francesco Fuller. Il monumento ha la forma di un baldacchino a volta sorretto da quattro colonnine, sotto il quale è presente il busto scolpito del defunto principe indiano Rajaram Chuttraputti di Kolhapur con una iscrizione in quattro lingue: italiano, inglese, hindi e punjabi. Il giovane principe era di ritorno da un viaggio a Londra – dove era andato per studio e per salutare la regina d’Inghilterra – e mentre era a Firenze alloggiato al Grand Hotel di piazza Ognissanti fu colpito da un malore improvviso che il 30 novembre 1870 lo uccise all’età di ventun anni.
Il suo corpo fu arso secondo il rito indù alla confluenza di due fiumi (in questo caso Arno e Mugnone), dove furono sparse le sue ceneri.
L’evento suscitò all’epoca la curiosità di molti fiorentini che vennero numerosi per assistere alla cerimonia e da allora il luogo fu chiamato “l’Indiano”. Nel 1872 fu costruita nei pressi una palazzina che svolgeva la funzione di caffè pubblico e che prese il nome di Palazzina Indiano o palazzina dell’Indiano. Nel 1972 fu costruito un ponte in prossimità del monumento che prese il nome di ponte all’Indiano, il viadotto che si vede in quasi tutte le foto delle mie pause per bere l’acqua dalla borraccia… c’è anche la parte per motociclette e bici

 

bellezza in Polverosa

Passeggiata quasi senza meta, ieri, vagabonda con vaga voglia di visitare una chiesa abbastanza vicina a casa, ma in cui non ero mai entrata… a passi incerti nell’afa di quest’estate che cuoce, mi ero fermata a leggere la targa

Qualche ricerca tra sito della parrocchia e wikipedia: 

Correva l’autunno del 1087 quando Gerusalemme e il Santo Sepolcro furono riconquistati dai musulmani. L’Occidente, attraverso i principali re, reagì a questa perdita e le grandi potenze si apprestarono a organizzare la terza crociata, sotto il pontificato di Papa Clemente III. Il legato del Sommo Pontefice per l’invio della crociata fu il vescovo di Ravenna, Gerardo; come luogo di partenza per i crociati fiorentini fu scelto San Donato alla Torre. All’occasione, il 2 febbraio 1088, la chiesa fu solennemente consacrata dal vescovo Gerardo. La terza crociata non portò a buon fine i suoi obbiettivi.

È questo, forse, uno dei momenti storici più rilevanti della Chiesa di San Donato in Polverosa* (anticamente chiamata San Donato alla Torre); la testimonianza ne è la festa patronale della chiesa, festeggiata ogni anno il 2 febbraio, giorno della sua consacrazione. L’origine della chiesa risale a poco prima dell’anno 1000 quando, secondo un’antica leggenda, una principessa pagana arrivò in questi luoghi; convertita, comprò il terreno, lo fece disboscare e vi costruì una casa con una chiesa e una torre. Alla sua morte, come lasciato nel testamento, dalla sua casa fu costruito un monastero a cui andarono tutti i suoi beni.

Inizialmente, il monastero apparteneva ai Canonici Agostiniani Portuensi, detti “Polverosi” per il colore del loro saio. Verso il 1239, il monastero viene concesso dal vescovo di Firenze ai Frati Umiliati; dopo quasi vent’anni passò alle Monache Agostiniane di Santa Cristina, che successivamente scelsero di diventare cistercensi. Nel 1322 avviene una cessione alle cistercensi di San Donato del monastero di Santa Maria Maddalena delle Convertite, situate in Borgo Pinti; le suore “Convertite” lasciarono subito il monastero di Borgo Pinti e si recarono a San Donato. I rapporti tra i due monasteri saranno sempre intensi. Nel 1628 il monastero di Borgo Pinti sarà invece occupato dalle suore carmelitane, cambiando il nome in Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (monastero occupato oggi dalla comunità degli agostiniani dell’Assunzione). Le monache restarono a San Donato fino al 1809, all’atto cioè della soppressione degli Istituti Religiosi operata dai francesi; lasciato in abbandono dai nuovi proprietari, il monastero fu comprato dal principe Nicola Demidoff, che vi costruì la sua residenza, una grande villa neoclassica.

Negli anni ’60 (del Novecento), attraverso doni e acquisti, la chiesa, il campanile e altri piccoli spazi passano in proprietà della nuova parrocchia San Donato in Polverosa.

Don Franco Bencini, instancabile priore (parroco di San Donato in Polverosa al 1963 al 2003) si dedicò molto alla costruzione, materiale e spirituale, della nuova parrocchia. Il suo lavoro fu fedelmente portato avanti, dal 2003 al 2009, da Don Wieslaw Olfier. Nel novembre 2009, la parrocchia fu affidata dal vescovo di Firenze, Mons. Giuseppe Betori, alla comunità degli Agostiniani dell’Assunzione, nominando parroco padre Giuliano Riccadonna e vice-parroco padre Lucian Dinca.

Oggi il parroco è sempre padre Giuliano Riccadonna, ma con vice-parroco padre Lwanga Kambale e padre Gervais Bakerethi.

Mentre leggevo i cenni storici, ancora incerta e confusa, una signora mi si è avvicinata e mi ha invitata a entrare, perché ieri, come ogni primo venerdì del mese, la chiesa era aperta tutto il giorno con il Santissimo esposto per l’adorazione eucaristica “Entra, c’è Gesù esposto”

E mi sono ritrovata in un gioiellino… un’oasi di pace e bellezza, fresco e silenzio, a un passo dal caos assolato di via di Novoli

Nel 2017, al termine dei lavori di recupero dell’attigua villa di San Donato, è stata liberata anche la facciata della chiesa, che ora dà su una piazzetta e che è stata arricchita da un portale moderno.

L’interno, a navata unica, conserva alcuni affreschi del XIV-XV secolo: di Matteo di Pacino sono l’Annunciazione, il Martirio di san Sebastiano, San Giorgio e il drago e la Madonna della Cintola, mentre l’Adorazione dei Magi e la Nascita del Battista furono dipinti da Cenni di Francesco di Ser Cenni.

GRAZIE

*Polverosa continuò a indicare il tratto di pianura che si estendeva, dentro le mura, da Santa Lucia al Prato fino a Porta Faenza (Fortezza da Basso) e l’area fuori le mura, oltre Porta al Prato e Porta Faenza, che comprendeva San Jacopino (San Jacopo in Polverosa) e la chiesa di San Donato, arrivando fino al ponte di Rifredi.

Balagan insolitamente composto

Un’altra sera d’estate nel giardino della sinagoga per godere il fresco offerto dall’unico punto di Firenze dove si respiri anche nella canicola afosa di luglio, per stare in ottima compagnia e, stavolta, per un evento di particolare rilievo all’interno dell’iniziativa estiva del Balagan Cafè: la consegna della Menorah d’oro al direttore degli Uffizi Eike Schmidt, da parte del Bené Berith di Roma.


Accarezzati dalla brezza tra gli alberi del giardino e dalle note del concerto del Quartetto d’archi Amitié, con brani inediti di Federico Consolo*, offerti dall’archivio del Conservatorio Cherubini.

E una cena più ricca del consueto, ma sempre a base di delizie della tradizione gastronomica ebraica presentate, narrate e cucinate da Michele Hagen e dallo chef Jean-Michel Albert Carasso:

Bomboloncini salati ripieni di pappa al pomodoro
Cornetti di sfoglia con spinaci
Pizzette con formaggio (di soia, perché menu bassari/parve) aromatizzato all’erba cipollina con pere e miele
Gravelax di salmone agli agrumi (marinato con pepe rosa e aromi)
Spuma di tonno con caviale di melanzane

Paccheri al sugo di nasello


Salmone grigliato in crosta di sesamo
Pomodori confit al cedro e mentuccia fresca e patate rosolate al rosmarino

Sorbetti di fragola, cocomero, melone o limone

 

Ieri sera riuniti gli affetti speciali del nuovo capitolo della mia vita, i miei ‘custodi’, Anna, la mia madrina, e don Fulvio, con amici nuovi, Patrizia e Sandro (non mio marito, lui era a casa con la nostra bimba). Bella serata… grazie!

A parte noi, sempre un po’ casinisti, non c’era il solito Balagan (alla lettera – me lo ha detto Emanuele Bresci – disordine, catastrofe, scompiglio, caos…), il 4 Luglio clima delle grandi occasioni, alta società, musica raffinata. 

4 luglio 2019 post quartetto d'archi per Eike Schmidt

*Federico Consolo era un promettente violinista, quando dovette interrompere la sua carriera di concertista per una malattia neurologica. Si dedicò quindi all’insegnamento presso il Conservatorio di Firenze, alla composizione (studiò con Liszt), a studi di musicologia particolarmente in ambito ebraico. Il suo “sefer shirei Israel”, libro dei canti d’Israele, è una ricca collezione di trascrizioni della liturgia livornese
(Enrico Fink)

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