vite spezzate, non clandestini

barcone immigrati

L’immane dramma che ancora una volta ha riempito di cadaveri il Mediterraneo non è la prima tragedia annunciata nella cronaca dei viaggi per l’Europa, purtroppo non sarà l’ultima.
Sembra sia la peggiore per il numero di vite umane spezzate, per ora.
Possiamo sperare che non si ripeta se non cambiano le condizioni? Se ogni altra via di fuga da guerre, miseria, persecuzioni, fame vera è negata, se è negato l’accesso lecito alla possibilità di una vita migliore o semplicemente alla vita?

Basta con il simulacro di cordoglio di un momento, basta con le accorate dichiarazioni senza seguito…
Basta, soprattutto, basta coi rigurgiti di odio razzista, vi prego!
Non ho soluzioni da proporre, non conto nulla, non conosco tutte le leggi… riconosco la Legge del mare: in mare si soccorre chi è in pericolo di vita, si porta aiuto, non ci si immagina neanche di affondare barconi carichi di umanità in cerca di pane, pace, speranza di vita.

sbarcate a Lampedusa

Chi tenta di sbarcare in Italia, difficilmente sognava l’Italia… Amahr, venuto dal Sénégal, mi racconta spesso che voleva andare in Francia, ma come ci arrivava? Ci scambiamo qualche parola davanti a un caffè (lui, anzi, vuole il cappuccino, così si tira su anche con latte e zucchero nei suoi giri quotidiani a cercar di vendere accendini e fazzoletti, calzini e mollette per i panni. A volte gli compro fazzolettini di carta che al supermercato mi costerebbero un decimo, ma che a lui rendono meno amara la mattinata, a volte gli offro la colazione, almeno quella resta a lui), più di una volta mi ha aiutata con il passeggino, sorride a Viola e pensa alla sua bambina rimasta là… sarà una donna ormai. E pensa ai suoi fratelli che non ce l’hanno fatta.
E pensiamo insieme ai nostri fratelli e sorelle che non ce la fanno.

fiori in mare per i morti

Lettura consigliata tra i tanti articoli visti stasera: Quei ragazzi divorati in mezzo al mare…

6 commenti (+aggiungi il tuo?)

  1. annatì
    Apr 20, 2015 @ 00:30:57

    Così angosciante e rabbrividisco al pensiero che nessuno in grado faccia niente. Potremmo essere noi a subire una guerra, peggio ancora a subire indifferenza.

    Rispondi

    • bricioladinuvola
      Apr 20, 2015 @ 09:33:50

      siamo stati noi a subire discriminazioni, razzismo, pregiudizi, ma non ce lo ricordiamo, a quanto pare

      «Ero già n cabina quando abbiamo sentito l’urto. Siamo usciti subito e per uscire abbiamo sudato sangue: senza luce, con l’acqua che ti cadeva addosso; si sono rotti i tubi così a tanti è caduto l’olio bollente addosso, bruciavano vivi (…) Vedevo nei corridoi i bambini feriti con le gambe rotte (…) e la nave era tutta pendente da una parte»

      Lettera spedita nel 1956 alla sorella da Anna R.

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  2. bricioladinuvola
    Apr 20, 2015 @ 09:38:13

    La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l’accesso alle sale d’aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro «questa maledetta razza di assassini». Cercavamo casa schiacciati dalla fama d’essere «sporchi come maiali». Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d’adozione come cattolici primitivi e un po’ pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo «tutti siciliani». «Bel paese, brutta gente.» Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l’Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l’ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo «poveri ma belli», che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l’affetto delle popolazioni locali. Ma non è così.Certo, la nostra storia collettiva di emigranti… è nel complesso positiva. Molto positiva. Basti pensare, per parlare dei soli Stati Uniti, a Filippo Mazzei, che arrivò lì nella seconda metà del Settecento e fu tra gli ispiratori, con la frase «tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti», della Dichiarazione d’Indipendenza stesa dal suo amico Thomas Jefferson. A Edoardo Ferraro, che durante la guerra civile fu l’unico generale a comandare una divisione composta totalmente da neri liberati. A padre Carlo Mazzucchelli, che nel 1833 predicava tra i pellerossa e per primo mise per iscritto, con un libro di preghiere, la lingua sioux. A Lorenzo Da Ponte, che dopo aver scritto per Mozart i libretti delle Nozze di Figaro, del Don Giovanni e di Così fan tutte e aver fatto mille altri mestieri, finì a New York dove nel 1819, già vecchio, fondò la cattedra di letteratura italiana al Columbia College, destinato a diventare la Columbia University. In 27 milioni se ne andarono, nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976. E tantissimi fecero davvero fortuna. Come Amedeo Obici, che partì da Le Havre a undici anni e sgobbando come un matto diventò il re delle noccioline americane: «Mister Peanuts». O Giovanni Giol, che dopo aver fatto un sacco di soldi col vino in Argentina rientrò e comprò chilometri di buona terra nel Veneto dando all’immensa azienda agricola il nome di «Mendoza». O Geremia Lunardelli che, come racconta Ulderico Bernardi in Addio Patria, arrivò in Brasile senza una lira e finì per affermarsi in pochi anni come il re del caffè carioca, quindi mondiale. O ancora Fiorello La Guardia, che dopo essersi fatto la scorza dura in Arizona (ricordò per tutta la vita l’insulto di un razzista che deridendo gli ambulanti italiani che giravano con l’organetto gli aveva gridato: «Ehi, Fiorello, dov’è la scimmia?») diventò il più popolare dei sindaci di New York. Quelli sì, li ricordiamo. Quelli che ci hanno dato lustro, che ci hanno inorgoglito, che grazie alla serenità guadagnata col raggiungimento del benessere non ci hanno fatto pesare l’ottuso e indecente silenzio dal quale sono sempre stati accompagnati. Gli altri no. Quelli che non ce l’hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli. Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non ne trovi traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica sconfitta, fine. Erano una piaga da nascondere, fine. Soprattutto nell’Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista.Un esempio per tutti, il titolo del 27 ottobre 1927 del Corriere della Sera sull’affondamento a 90 miglia da Rio de Janeiro di quella che era stata la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile, colata a picco col suo carico di poveretti diretti in Sud America. Tre colonne (su nove!) di spalla: «Il Principessa Mafalda naufragato al largo del Brasile. Sette navi accorse all’appello – 1.200 salvati – Poche decine le vittime». Erano 314, i morti. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7…Se ne fotteva, l’Italia, di quei suoi figli di terza classe. Basta estrarre dai cassetti i rapporti consolari, che avevano come unica preoccupazione la brutta figura che ci facevano fare i nostri nonni, i nostri padri, le nostre sorelle perché mendicavano o erano sporchi o facevano chiasso o andavano alla deriva verso i lupanari e la delinquenza. Ricordare il tira e molla interminabile, e concluso solo pochi anni fa, della legge per il voto agli emigrati. Sfogliare le lettere amarissime raccolte in Merica! Merica! da Emilio Franzina, come quella di Francesco Sartori: «Non posso mangiare il pane che è duro come un pezzo di ferro e non si bagna. Sono 14 giorni che siamo in Marsiglia: 4 giorni siamo vissuti a nostre spese, 4 giorni ci han passato un franco al giorno. Sono 6 giorni che ci fanno le spese a bordo che vuol dire sul bastimento. Io di questi ho mangiato tre giorni perché non ho denari da mangiare fuori. Si mangia da bestie»…Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. La straordinaria dimostrazione di forza, di bravura e di resistenza dei nostri contadini in Brasile o in Argentina. Le curiosità di città come Nova Milano o Nova Trento, sparse qua e là ma soprattutto negli Usa dove si contano due Napoli, quattro Venezia e Palermo, cinque Roma. Le lacrime per i minatori mandati in Belgio in cambio di 200 chili l’uno di carbone al giorno e morti in tragedie come quella di Marcinelle. I successi di manager alla Lee Jacocca, di politici alla Mario Cuomo, di uno stuolo di attori da Rodolfo Valentino a Robert de Niro, da Ann Bancroft (all’anagrafe Anna Maria Italiano) a Leonardo Di Caprio. La generosità delle rimesse dei veneti e dei friulani che hanno dato il via al miracolo del Nordest. La stima conquistata alla Volkswagen dai capireparto siciliani o calabresi. E su questi pezzi di storia abbiamo costruito l’idea che noi eravamo diversi. Di più: eravamo migliori.Non è così. Non c’è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. «Loro» sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolati ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze. «Loro» si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L’abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che «gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi». «Loro» vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said o del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all’asta nei mercati d’oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati, con l’accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto. Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri. Basti leggere i reportage sugli Usa della giornalista Amy Bernardy, i libri sull’Australia di Tito Cecilia o Brasile per sempre di Francesca Massarotto. La quale racconta che i nostri emigrati facevano in media 8,25 figli a coppia ma che nel Rio Grande do Sul «ne mettevano al mondo fino a 10, 12 e anche 15 così com’era nelle campagne del Veneto, del Friuli e del Trentino».Perfino l’accusa più nuova dopo l’11 settembre, cioè che tra gli immigrati ci sono «un sacco di terroristi», è per noi vecchissima: a seminare il terrore nel mondo, per un paio di decenni, furono i nostri anarchici. Come Mario Buda, un fanatico romagnolo che si faceva chiamare Mike Boda e che il 16 settembre 1920 fece saltare per aria Wall Street fermando il respiro di New York ottant’anni prima di Osama Bin Laden. Mancava poco a mezzogiorno, la strada davanti allo Stock Exchange, la borsa newyorkese, era piena di gente. Si arrestò un carretto tirato da un cavallo. L’uomo legò le redini a un palo davanti alla banca Morgan & Stanley che nel 2001 sarebbe stata nuovamente colpita dall’attacco alle Torri Gemelle, si sistemò il cappello e s’allontanò senza mostrare fretta. Pochi minuti e Wall Street fu squassata da un’esplosione spaventosa. Quando la polvere si posò e vennero finalmente spenti gli incendi che avevano aggredito tutti gli edifici intorno, furono contati 33 morti, oltre 200 feriti e danni per due milioni di dollari dell’epoca. Il più sanguinoso attentato di tutti i tempi, e lo sarebbe rimasto fino alla strage di Oklahoma City, nella storia degli Stati Uniti.Rientrato in Italia subito dopo la strage, arrestato e mandato al confino a Lipari, ha raccontato Chiara Milanesi su Diario, Mario Buda negò fino alla morte di essere stato lui l’uomo «dal forte accento italiano» che aveva lasciato lì quel carretto carico di dinamite…E in questa doppia versione dei fatti può essere riassunta tutta la storia dell’emigrazione italiana. Una storia carica di verità e di bugie. In cui non sempre puoi dire chi avesse ragione e chi torto. Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci di essere tutti mafiosi? Certo, ma non possiamo negare d’avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità. E se andiamo a ricostruire l’altra metà della nostra storia, si vedrà che l’unica vera e sostanziale differenza tra «noi» allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l’esperienza prima, loro dopo. Punto. Detto questo, per carità: alla larga dal buonismo, dall’apertura totale delle frontiere, dall’esaltazione scriteriata del melting pot, dal rispetto politicamente corretto ma a volte suicida di tutte le culture. Ma alla larga più ancora dal razzismo. Dal fetore insopportabile di xenofobia che monta, monta, monta in una società che ha rimosso una parte del suo passato. Certo, un paese è di chi lo abita, lo ha costruito, lo ha modellato su misura della sua storia, dei suoi costumi, delle sue convinzioni politiche e religiose. Di più: ogni popolo ha il diritto, in linea di principio ed entro certi limiti, di essere padrone in casa propria. E dunque di decidere, per mantenere l’equilibrio a suo parere corretto, se far entrare nuovi ospiti e quanti. Di più ancora: in nome di questo equilibrio e di valori condivisi (la democrazia, il rispetto della donna, la laicità dello stato, l’uguaglianza di tutti gli uomini…) può arrivare perfino a decidere una politica delle quote che privilegi (laicamente) questa o quella componente. In un mondo di diffusa illegalità come il nostro, possono essere invocate anche le impronte digitali, i registri degli arrivi, la sorveglianza assidua delle minoranze a rischio, l’espulsione dei delinquenti, la mano pesante con chi sbaglia. La xenofobia, però, è un’altra cosa. «Ma perché questa parola deve avere un significato negativo?», ha sbuffato testualmente Silvio Berlusconi a Porta a Porta nel maggio 2002. Gli risponde il vocabolario Treccani: «Xenofobia: sentimento di avversione per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti razzistici e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi». Più sbrigativo ancora il significato di xenofobo: «Chi nutre odio o avversione indiscriminata verso tutti gli stranieri».Nessuna confusione. Una cosa è la legittima scelta di un paese di mantenere la propria dimensione, le proprie regole, i propri equilibri, un’altra giocare sporco sui sentimenti sporchi dicendo come Umberto Bossi che «nei prossimi dieci anni porteranno in Padania 13 o 15 milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta». Una cosa è sbattere fuori quei musulmani che puntano al rovesciamento violento della nostra società, un’altra spargere piscio di maiale sui terreni dove dovrebbe sorgere una moschea. Una cosa irrigidire i controlli sugli albanesi che ormai rappresentano un detenuto su tre fra gli stranieri rinchiusi nelle carceri italiane, un altro dire che tutti gli albanesi sono ladri o papponi. Vale per tutti, dall’Australia alla Patagonia. Ma più ancora, dopo decenni di violenze e stereotipi visti dall’altra parte, dovrebbe valere per noi. Che dovremmo ricordare sempre come l’arrivo dei nostri emigrati coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola. Quella che prende alla pancia rievocando i secoli bui, la grande paura, i barbari, Attila, gli Unni con la carne macerata sotto la sella: l’orda.
    “L’ORDA – Quando gli albanesi eravamo noi” è il titolo del libro di Gian Antonio Stella, edito da Rizzoli nel 2001

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  3. AnnaZuk
    Apr 20, 2015 @ 22:26:26

    E’ impressionante il iivello becero dei commenti dei vari rappresentanti istituzionali e politici. E, purtroppo, non c’è colore politico che si distingua. C’è chi sostiene che andrebbero allestiti dei presidi per valutare le richieste di asilo nei Paesi di provenienza! Così, ha affermato un politico (non ho sentito il nome al Tg), possono presentare la loro richiesta con tutti i “confort”. E’ indice di ignoranza questa affermazione? No. Impossibile. Non posso credere che questo personaggio – come altri – non sappia da dove provengono le persone che arrivano via mare in Italia! In Libia – da dove non provengono migranti – in Sudan, in Mali, in Eritrea, … c’è la guerra! Il “confort” non esiste da anni, da decenni! Oltre alla volgarità di certe affermazioni, c’è anche la totale mancanza di rispetto per l’intelligenza di chi ascolta. Per non parlare dell’indifferenza e del razzismo, della prepotenza e della disumanità. Ma tutto ciò è già contenuto nella riflessione di Bricioledinuvola, che condivido pienamente.

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    • bricioladinuvola
      Apr 20, 2015 @ 23:11:16

      mancanza di rispetto per l’intelligenza di chi ascolta, mancanza di umanità…
      Ammessa e non concessa l’ignoranza, ma il semplice sentimento di umana pietà? Provare a immaginare per noi o per i nostri figli, amici, fratelli di sangue e latte un simile viaggio e capire che lo si affronta solo se non ci sono alternative è così difficile?

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  4. AnnaZuk
    Apr 21, 2015 @ 00:48:58

    Reduce dalla visione di “Quinta colonna” in TV … direi che la pietà è un sentimento estinto nella maggior parte della popolazione. E c’è un certo modo di fare questi programmi di “attualità-denuncia” che riesce a tirar fuori i sentimenti più biechi e, se va bene, cerca di suscitare “pietismo” e non certo umana pietà.

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