dalle punte alle onde

abbandonate da un pezzo le scarpette con la punta, mi sono sentita rinascere a piedi nudi sul parquet, sognando stelle e dune, oasi e seta

Dimenticare capelli raccolti in severi chignon, esercizi alla sbarra, mele strette, metronomo e … imparare a muovere la schiena come un’onda, le braccia come serpenti, le mani come carezze all’aria, saluti alla terra, al cielo e allo spazio interno e intorno alla ballerina.


Raqs sharqi e si scioglie ogni nodo, piano piano e poi sempre più forte

Al corso di danza araba, anche se siamo ancora principianti, la maestra propone già accenni di danza col velo.
Colorare l’aria con i veli è bellissimo! Imparare a nascondersi e svelarsi, giocare con le forme della seta che segue melodia, ritmo e movimenti dei polsi … è difficile da spiegare, andrebbe provato almeno una volta.
Come, provando questa danza, soprattutto dopo aver studiato il balletto classico, mi sono convinta una volta di più di quanto i pregiudizi limitino l’esperienza: per chi non conosce la danza orientale se non per le scenette da film hollywoodiani, sembra una specie di rituale di intrattenimento o “arte della seduzione”, un giochino per allietare il pubblico maschile (il marito a casa o gli avventori di un locale).
La mia nuova passione, la danza orientale, viene spesso chiamata “danza del ventre” proprio perché i primi spettatori occidentali non avevano mai  visto muovere così il centro del corpo, ogni muscolo della pancia, esaltando la forza, l’elasticità, la potenza (oltre che la grazia) del bacino di una donna.

provo a casa

pancia in fuori

Molto più “misogina” la danza classica, se proprio si deve dare un giudizio di questo tipo a un’arte, che impone magrezza e poche curve! La danza della panza (mi piace la definizione del mio caro amico Nuvolo) nasce come rito di celebrazione della fertilità, cresce come “sport” (attività fisica e gioco) delle donne spesso separate dagli uomini (impegnati in caccia e guerra) e accompagna da millenni la vita di donne che non si sono mai dovute mettere a stecchetto (anzi, le curve floride sono esaltate come doni). E da secoli (da qualche anno anche da noi) funziona persino come ginnastica di preparazione al parto.

Anche la famosa (o famigerata) danza dei sette veli è una danza di grande valore simbolico, con origini sacre, un rituale millenario, con varianti nella storia a seconda dei luoghi, mentre la connotazione “equivoca” che viene associata a questa danza (come a quella “del ventre”) è frutto dell’ignoranza dei primi spettatori europei (in genere come ogni degradazione di origine colonialista).
La danza dei sette veli rappresenta la riconquista della vita di un’anima che si spoglia via via di tutti gli orpelli terreni, pronta a qualsiasi prova per liberare l’amato dalla morte. Un po’ come nel mito di Orfeo e Euridice, solo che qui l’uomo non è l’eroe, ma la vittima da salvare.

” La discesa di Ištar negli Inferi è un racconto della mitologia mesopotamica, pervenutoci in diverse redazioni in lingua accadica, principalmente da siti archeologici assiri, di Assur e Ninive, in molti casi frammentarie e datate a partire dalla fine del II millennio a.C. Il testo deriva da un poema più lungo e più antico in lingua sumerica (probabilmente risalente al III millennio o all’inizio del II) che ha come protagonista la dea Inanna, omologa di Ištar nel pantheon sumerico. Rispetto alla versione sumera vi sono però importanti variazioni nello stile della narrazione e nella caratterizzazione dei personaggi, a cominciare dalla protagonista. Ištar arriva alle porte dell’oltretomba per riprendersi il suo amante defunto, piange, grida e chiama i guardiani, minacciando, se non le avessero aperto, di distruggere la porta e di far uscire dal Kurnugi i morti, che avrebbero divorato i vivi, così da sovvertire l’ordine del mondo. I guardiani avvertono la signora dell’oltretomba, Ereshkigal, sorella di Ištar, che coglie l’occasione per attirarla in una trappola.

La dea viene fatta entrare per le sette porte degli Inferi, e per ciascuna porta viene spogliata gradualmente delle sue vesti e dei suoi gioielli, simboli del suo potere. Alla fine, nuda, viene fatta entrare nella sala del trono di Ereshkigal. Quest’ultima ordina al suo ministro, Namtar, dio del destino, di mandare contro Ištar sessanta malattie, per ogni parte del suo corpo. La prigionia della dea ha l’effetto di interrompere ogni attività di generazione nel mondo dei viventi. Questo stato di cose preoccupa gli dèi, e il dio Enki trova una soluzione, creando un giovane di grande bellezza, Tammuz, da inviare alla dea malvagia per affascinarla e indurla al perdono nei confronti della sorella. Il piano sembra fallire (il testo è mutilo), perché Ereshkigal, pur affascinata, inizia a maledire la creatura maschile. Alla fine però concede la grazia a Ištar e ordina a Namtar di innaffiarla con l’acqua della vita; la dea dunque risale al mondo dei viventi in un brano simmetrico nel quale viene rivestita delle sue vesti e dei suoi ornamenti. Tuttavia, in cambio della propria salvezza, deve lasciare nell’oltretomba il suo amante che ritornerà sulla terra ogni anno per un solo giorno per i rituali a lui consacrati.”

Vedi L. Cagni, La religione della Mesopotamia,
in “Storia delle religioni. Le religioni antiche”,
Laterza, Roma-Bari 1997

guerra e pace

Ho visto la smorfia del suo dolore,
ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante
anche io vorrei luce ed amore
ma, se arriva, deve essere
sempre così crudele e accecante?  

Trocadéro e  Tour Eiffel mi hanno delusa, ma l’entusiasmo è tornato alto con la visita al Musée de l’Armée

(dovevo – su richiesta del babbo pacifista e grande appassionato di storia anche militare – andare a salutare Napoleone sepolto aux Invalides)

(Sandro si finge invalide aux Invalides)

abbastanza stranita dalla folla di turisti intorno alla ferraglia, mi sono ripresa nel complesso di edifici che in armonioso stile neoclassico ospitano, oltre alle spoglie dell’Imperatore, la cappella di Luigi XIV, anziani reduci e tombe di eroi, armi e trofei di guerra dal Seicento alla Seconda Guerra Mondiale.

Accanto a carri armati e cannoni mi sentivo come una bambina davanti a giocattoli speciali… e solo così i bambini dovrebbero conoscere le armi: in un museo, come reperti del passato, pezzi di storia da non ripetere.

E poi correre fuori a giocare tra le foglie gialle in un prato verde sotto il cielo azzurro e le nuvole bianche

  … incuranti di schieramenti armati per visite di Stato.

E rincorrere luci e nuvole sopra il Pont Alexandre, sotto l’egida di angeli muti

Simile senso di pace nel solenne silenzio dentro Notre-Dame, incantata dalla luce colorata che filtra dai rosoni e toccata in fondo all’anima da qualcosa che non so dire, ma che posso ricordare con il volo di un gabbiano, visto per un momento come la colomba dello Spirito Santo o della PACE…

come ricordo che proprio lì sono voluta tornare, anche l’ultimo giorno a Parigi, a rendere omaggio all’eroina bruciata come eretica, ora venerata come santa…

anche oggi, a Jeanne D’Arc dedico la canzone di Faber  

Attraverso il buio Giovanna d’Arco
precedeva le fiamme cavalcando
nessuna luna per la sua corazza
nessun uomo nella sua fumosa notte al suo fianco.

Della guerra sono stanca ormai
al lavoro di un tempo tornerei
a un vestito da sposa o a qualcosa di bianco
per nascondere questa mia vocazione al trionfo ed al pianto.

Son parole le tue che volevo ascoltare
ti ho spiata ogni giorno cavalcare
e a sentirti così ora so cosa voglio
vincere un’eroina così fredda, abbracciarne l’orgoglio.

E chi sei tu lei disse divertendosi al gioco,
chi sei tu che mi parli così senza riguardo?
Veramente stai parlando col fuoco
e amo la tua solitudine, amo il tuo sguardo.

E se tu sei il fuoco raffreddati un poco,
le tue mani ora avranno da tenere qualcosa,
e tacendo gli si arrampicò dentro
ad offrirgli il suo modo migliore di essere sposa.

E nel profondo del suo cuore rovente
lui prese ad avvolgere Giovanna d’Arco
e là in alto e davanti alla gente
lui appese le ceneri inutili del suo abito bianco.

E fu dal profondo del suo cuore rovente
che lui prese Giovanna e la colpì nel segno
e lei capì chiaramente
che se lui era il fuoco
lei doveva essere il legno.

(Fabrizio De André)

[à Paris, 7]

Faites attention aux chinois

No, non siamo stati in Cina.

Dopo tanto camminare, alla fine della serata tra Bouillon Chartier, Opéra e Place Vendôme,

lo sposo si rifutava di scarpinare ancora e, per tornare in albergo, ci si era concessi un taxi (ulteriore giro turistico, assai più comodo e meno costoso del previsto, attraverso le luci di Paris le soir), guidato da un tassista portoghese innamorato dell’Italia e avvelenato contro i cinesi: appena scoperto che si veniva da Firenze, si è lanciato in un elogio della manualità italiana, non senza essersi schioccato un bacio sulle dita della mano destra chiuse a becco di pappagallo. Ce l’aveva a morte con i cinesi, colpevoli a suo dire di copiare i più alti frutti dell’artigianato italiano (“gli italiani, i migliori costruttori di strumenti musicali… amo le fisarmoniche di Castelfidardo! Non dovete permettere che si perda una tradizione unica al mondo! Faites attention aux chinois! Fate attenzione ai cinesi!!!”).

Il giorno dopo, al termine della splendida passeggiata tra giardini fioriti, piazze popolate di persone vive (coppiette che si baciavano, nonni che giocavano con i nipotini, pensionati a fumare in pace, studenti a ripassare lezioni…), acquisto di ballerine dal cinese, la meravigliosa Tour Saint-Jacques (e il giardino intorno),

lo strano incontro di moderno e storia tra il Forum des Halles (le ventre de Paris)

e la bellissima chiesa di Saint-Eustache (gotico fiammeggiante),

con davanti Écoute, scultura dell’artista francese Henri de Miller che a lungo mi ha chiamata a sentirmi (di questo dicevo altrove, “qui” … forse più avanti),

la promenade delle Tuileries (con i voli di gabbiani tra statue, fiori e nuvole rapide in cielo)

e la parte bella, alberata e piacevole della maestosa Avenue des Champs-Élysées

(poi, dal Rond-Point diventa una versione in grande delle vie più commerciali di ogni città, davvero poco affascinante per me… prima delusione nell’incanto della Ville Lumière), non senza restare a bocca spalancata e occhi sgranati davanti all’enorme Place de la Concorde,

(e infatti , per dare più fiato al fiato, ero tornata indietro a ritrarre in foto la pittrice che la ritraeva tra le foglie rosse, con la Tour Eiffel nello sfondo)

il percorso fino a Place Charles-de-Gaulle  e all’Arc de Triomphe de l’Étoile si presentava così

 

con altra stella a decorare altre bandiere

 [à Paris, 6]

e le ballerine

Art is not what you see, but what you make others see
(Edgar Degas)

Il giorno dopo la ricreazione all’Orsay, mercoledì 3 novembre 2010, siamo andati a salutare Degas (e Dalida e Nijinski) nel pittoresco cimitero di Montmartre,

colorato di autunno sotto la strana sopraelevata che lo attraversa, tra foglie gialle e corse di nuvole incantate.


Spettacolare anche la salita dal metrò, con pareti dipinte che facevano volare i passi sui tanti gradini (Sandro invocava già la funicolare, ma neanche dopo l’abbiamo presa, percorso tutto a piedi per non perdere un solo scorcio o respiro del più desiderato tra i luoghi fino a quel viaggio soltanto sognati).

E, dopo i pittori in piazza (davvero carina place du Tertre)

e i giochi da lì a qui

e il Sacré-Coeur (imponente, ma deludente, specialmente all’interno, dopo Notre-Dame, anche se spettacolare per la vista dall’alto)

e i ristoranti che ristoravano l’animo anche solo a guardarli da fuori

(ce n’era pure uno con il mio nome),

la visita d’obbligo (di giorno, però) al quartiere un po’ porno: Pigalle e il celeberrimo Moulin Rouge, con un lieve imbarazzo, ma ben scortata e serena comunque (le donne, a Parigi, possono girare anche da sole la sera, in una città piena di luci, davvero viva… più libertà, senza le paure inevitabili qui).

E, finalmente, a cena in un dipinto di Manet

 (foto scattata da una signora inglese a tavola con noi e con uno scozzese)

al Bouillon Chartier: cibo tipico, prezzi modici, bolgia all’interno e fila infinita all’esterno…con un dessert per gli occhi, all’uscita, più goloso di qualsiasi mousse au chocolat, per me:

  [à Paris 5]

ricreazione continua

La Gare d’Orsay trasformata in museo batte, almeno nei ricordi del primo viaggio a Parigi, il magnifico, ma troppo affollato Louvre (ci vorrebbe qualche giorno per visitarlo con calma, dedicare attenzione e tempo a ciascuna sua sezione). Fuori dal museo, giocavo con Sandro…

non siamo persone serie neanche negli affanni della vita quotidiana, figuriamoci in vacanza!

(Sandro e rino…)

Multicolore città delle luci e delle mescolanze di accenti, volti, rami e foglie

(Les Halles, bicitaxi)

anche i negozi di carne

e pesce

sembravano dipinti, a Parigi, ma la vera scorpacciata d’arte è stata al Musée d’Orsay: merenda con le ballerine di Degas

Le canal du Loing di Sisley

La commovente sala dedicata al confronto tra Paul Gauguin e Vincent Van Gogh (meritava almeno una mattinata), culmine dell’emozione dopo il passaggio al piano superiore con le statue di Rodin e Camille Claudel, per dire solo di quel che non esce più dal cuore…

gli interni curati dalla grande Gae Aulenti non invogliavano a uscire, ma…

La Seine et Notre-Dame de Paris di John Barthold Jonkind sì

portando via (in un segnalibro) la Danse à la ville di Renoir.

E allora a piedi fino all’Île de la Cité, lasciandomi inondare il cuore di luce dentro la sublime cattedrale di Notre-Dame

e saziando gli occhi e l’anima anche fuori…

Una sosta “pour manger” nel delizioso Café Louis Philippe (tavolini di marmo, divani verdi, specchi con cornici dipinte in bianco, scala a chiocciola di legno scuro, pomodori ripieni di formaggio caldo, torta calda di mele alla cannella con pallina di gelato alla vaniglia… esperienza sensoriale notevole). E ancora in cammino, a spasso per il Marais,

con piccola delusione davanti al Museo di Picasso chiuso per lavori, con grande gioia e incanto nella simmetrica e luminosa Place des Vosges, fino a restare a bocca aperta davanti al Genio della Libertà in cima alla colonna di Place de la Bastille.

Ma quanto è grande la Ville Lumière? Ore di cammino e sembrava di non arrivare mai… solo verso sera, l’église di Saint Julien le Pauvre ci ha fatti riposare un momento

prima di tuffarci tra le luci e i profumi del quartiere latino con ristoranti greci, francesi, italiani, cinesi, arabi.. di tutti i colori, con i buttadentro che non ci volevano lasciare fuori a godere la prima pioggerellina romantica della favolosa vacanza parigina. A sera, sfiniti, non ci sembrava vero togliere le scarpe e godere dell’angolino dei conforti che faceva casa anche in hotel

[à Paris, 4]

foglie

Les feuilles mortes se ramassent à la pelle
tu vois, je n’ai pas oublié
les feuilles mortes se ramassent à la pelle
les souvenirs et les regrets aussi.

Et le vent du Nord les emporte,
dans la nuit froide de l’oubli…
Tu vois je n’ai pas oublié,
la chanson que tu me chantais…

sfoglierei all’infinito i ricordi delle passeggiate parigine…

Quartier Latin: rue Sainte-Geneviève, place du Panthéon, Sorbonne,  Saint-Etienne du Mont, place Saint Michel, rue Descartes, rue Pierre et Marie Curie, église de Saint Séverin…

era meraviglioso passeggiare a Parigi in un inizio di novembre che senza il freddo vento del nord sarebbe sembrato primavera! Peccato per i lavori alla facciata di Saint-Sulpice, ma la piazza con la fontana dei  punti cardinali meritava  (non siamo entrati nella chiesa a cercare il meridiano di Parigi tra gnomone e obelisco), anche se cercavo con lo sguardo incontri di studenti al Café de la Mairie (troppi film).

Bello camminare, con lo sposo al mio fianco, per le strade ancora vuote la mattina, osservando il risveglio lento dei sans logis nei giacigli improvvisati al centro dei marciapiedi larghi (nessuno che disturbasse il sonno dei senza fissa dimora, almeno non ci è mai capitato di assistere alle manifestazioni di vile arroganza e stupida violenza che nella penisola quasi non fanno più notizia).

Magnifico godersi l’aria fresca e le chiese profumate di offerte, incenso e candele votive, le piazze popolate di parigini e turisti, ragazzi e pensionati, signore eleganti e mendicanti di tutti i colori e gli accenti, la vita fuori dalle case, ogni giorno della settimana, i mercatini e le fontane… acqua buona a disposizione di tutti (si beveva per via senza problemi, si pagava solo il vino). E i giardini, ancora giardini…

e tornare ogni volta sulle rive della Senna, in un incanto autunnale di foglie che non so immaginare in primavera. Tra meno di tre settimane le vedrò

[à Paris 3]

Pino parigino

Nel periodo del nostro prossimo soggiorno parigino verrà disputato l’incontro calcistico Atalanta–Fiorentina,  ma dopo il sabato della vergogna (17 marzo 2012, manita da’ gobbi in casa nostra), mi rifiuto di seguire le gesta dei signorini che indossano senza ritegno la Maglia Viola, anche se di qui alla fine del campionato ogni partita potrebbe essere una sfida per la salvezza o un passo verso la serie B. Certo che sarebbe bello tornare all’Havane Cafè!
La sera dell’arrivo a Parigi, la mia prima volta nella città che già sognavo e tanto amo, gli Esiliati del Viola Club Paris mi fecero sentire subito a casa… bisogna che li riveda, sì, bisognerà cogliere di nuovo l’occasione di sentirsi uniti da quel magico colore.

Mentre l’Italia si sfaldava e tremava e piangeva sotto la pioggia, oltre che nel fango non solo metaforico, mi godevo con lo sposo un incantevole autunno nella magica città delle mille luci… poi, al rientro, senza voglia di riprendere contatto con la realtà più avvilente, mi  ero sentita parecchio a disagio, ma per qualche giorno almeno ero riuscita a dirmi che piuttosto mi sarei dovuta sentire in colpa se non avessi scelto di scacciar via i sensi di colpa e tutti gli alibi senza senso che frenano la gioia di vivere con l’anima spalancata. (Esserci, leggerne, piangerne… avrebbe cambiato qualcosa?).
Oggi è diverso. Mi sento a disagio se mi tradisco, non se godo. Mi piace ricordare la vacanza parigina prima di rinnovare l’incanto? Ricordo.

Il giorno dell’arrivo, appoggiati i bagagli in un angolo della hall, perché la nostra camera non era ancora pronta, per prima cosa una girata per le vie del quartiere e la scoperta di tanti giardini, non famosi e spettacolari come le Tuileries,

ricche di statue, fontane, viali e vialetti, giardini nei giardini e curve e spiazzi affollati di gabbiani vanitosi (si mettevano in posa per le foto!)

o gli Champs Elysées (enormi e fioriti),

ma luminosi, ricchi e profumati ovunque

… anche in periferia spettacoli di rami e foglie colorate d’autunno

e anche a Parigi abbracciavo i pini,

abbracciavo un pino parigino

come, anche a Parigi, si fraternizzava con i manifestanti

e si leggevano giornali di lotta e di protesta…

anche senza smettere di fare i turisti, non per caso, ma per amore

[ à Paris, 2]

pioggia di ricordi a caso

Aprile è il più crudele dei mesi,
genera lillà da terra morta,
confondendo memoria e desiderio,
risvegliando le radici sopite
con la pioggia della primavera…

(T.S. Eliot, La terra desolata)

La pioggia si fa desiderare, in questa nuova asciutta primavera.
Aprile mi confonde spesso, ma stavolta abbraccio il risveglio senza fuga, corro incontro a ricordi e nuove voglie, rimescolo incanti autunnali e piccole strategie di sopravvivenza a tremori, gonfiori, stanchezza…

Tra la Liberazione e il Primo Maggio torneremo a Parigi, con una coppia di amici, non da soli come la prima volta.
Ero già stata almeno mille volte nella Ville Lumière come spesso sono stata a fare colazione su Plutone, attraverso letture, canzoni, film… e sì,  è vero che è bello leggere, fantasticare, lasciarsi trasportare dalle suggestioni ricreate da altri come scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli (Emilio Salgari), ma metterci piede davvero e camminarci dentro è stato come danzare dopo aver visto ballare altri.
Un fantastico regalo per l’anniversario delle nozze, nell’anno in cui il cucciolo diventava maggiorenne.

Ricordo il ritorno dal sogno, con gli occhi arrossati dalla notte in treno e il cuore gonfio di bellezza, sotto una pioggia diversa da quella che la sera prima bagnava Parigi, città favolosa, colorata e luminosa anche nel pianto dirotto delle nuvole, ricordo lo smarrimento e la fatica a riconoscere in Firenze la mia città. E la corsa per non perdere la partita della Fiore (quella del 31 ottobre 2010, trasferta a reti bianche a Catania,  l’avevamo seguita all’Havane Cafè

con gli Esiliati del Viola Club Paris),

l’emozione dell’incontro con il nipotino tanto atteso, nato la sera prima della partenza… e la poca voglia di riabituarmi alle proporzioni ridotte. Firenze l’è piccina, Parigi enorme.

Soltanto il giorno prima del rientro un’intera giornata di pioggia, fine fine al mattino durante la visita al cimitero di Montparnasse, con sosta di Sandro (il mio sposo è un giocatore di scacchi) alla sepoltura di Alechin,

mentre per me era imprescindibile un omaggio a Sartre e Simone de Beauvoir.

Poi pioggia forte, incessante, maestosa, sfondo d’acqua e colonna sonora che nel ricordo viene per prima, punteggiata di briciole di memoria come la sosta per mangiare al calduccino in una brasserie del Quartier Latin, già percorso di giorno e di notte col cuore in volo e i capelli al vento

e le vetrate di Notre-Dame, dove sono voluta tornare ancora una volta l’ultimo giorno,

prima di correre a prendere il treno per la notte dell’anniversario in scompartimento a due,

sistemazione assai più confortevole del terrificante viaggio d’andata in cuccette a sei posti…

[à Paris, 1]