Diaz

Siamo stati a vedere Diaz (don’t clean up this blood) il film di Daniele Vicari dedicato a quella che Amnesty International ha denunciato come “la più grande violazione dei diritti umani in Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale”, perché a Genova, nei giorni del G8 del 2001, ci fu una vera e propria sospensione dei diritti civili.

irruzione nella scuola

Le mani alzate di manifestanti disarmati, rifugiati nella scuola Diaz di Genova, non fermano un solo manganello. Manganellate, calci in faccia, calci in pancia, stupri mimati, denti spaccati… un sangue che non si lava via.
Un blindato sfonda il cancello della scuola come fosse di cartone.
Trecento caschi blu contro ragazze ventenni, pensionati, cittadini inermi, anarchici sognanti (gli unici che sanno salvarsi, scappando in tempo o trovando rifugio in un bar o in case private – lontano da caserme, scuole, ospedali, cioè lontano da dove un comune cittadino dovrebbe poter cercare aiuto sempre – gli anarchici organizzati).
Trecento uomini al servizio dello Stato si sfogano come bestie. Impuniti. Abusi di ogni tipo, pestaggi gratuiti, sadismo puro, roba da dittatura sudamericana. In Italia, nel 2001.

Sono passati più di dieci anni dalla “macelleria messicana” (come alla fine, soltanto nel 2007, uno dei protagonisti del blitz, il vicequestore aggiunto Michelangelo Fournier, si decise ad ammettere in aula), ma certe ferite non si rimarginano.
Nessuno degli agenti di pubblica sicurezza (!) coinvolto è stato sospeso dal servizio.
I caschi sono ancora senza numero o segno identificativo.
Il reato di tortura non è ancora contemplato dal codice penale.

Tra i sopravvissuti, Alma Koch ha visto il film con gratitudine e uno strano sollievo, come se finalmente un documento potesse raccontare per immagini quel che ha vissuto e che nessuno sembrava credere possibile.

Il film è duro, non inventa, non consola. Non è stato possibile girarlo in Italia, molte scene sono state ricostruite a Bucarest, altre in Francia.
In Italia ora si può vedere al cinema. Mi chiederei perché se non sapessi che quasi certamente lo vedranno solo quanti (come noi) già sapevano e comunque non dimenticano. Negare sarebbe impossibile, visto che c’erano anche ragazzi spagnoli, tedeschi, finlandesi… e allora ce lo fanno vedere, lo passeranno nelle sale per un paio di settimane e poi calerà, come sempre, l’oblio.

Anche se avevo già visto molto e poi letto nei dettagli quel che viene fuori nel film, non sono riuscita a trattenere le lacrime.
Non si dimentica

c’ero una volta

Tra le braccia del babbo

… primo assalto alla libreria del babbo, curiosa sempre

e quindi rinchiusa in gabbia

quando sorridevo senza pensieri.

Con il fratellino sulla nave, golosa di vento

e con le prime perplessità, forse

…però il ricordo preferito degli anni senza quasi ricordi, una foto per anni attaccata in bacheca. Una bacheca vera, di sughero, appesa in cucina, non la bacheca virtuale delle foto digitali. Si vedono anche i buchi delle puntine:

 con Pietro, piccini, quando ero ancora più alta del fratellino
(ora babbo del mio nipotino)

E, tra i ricordi dei nostri anni da fratelli quasi gemelli, con la camera in comune, il poster di Mordillo per Amnesty.

C’è un filo che non si spezza, oltre ogni nodo e groviglio… tra noi e tra quel che si sognava allora e quel che crediamo ancora.
Non si ferma il vento, nessuno è padrone della nuvole