vogliamo una dialisi felice, intanto per un amico musicista …

 

Antonio Molinini , pianista, compositore… per me è soprattutto il talentuoso figlio di una cara amica, anche lei artista (la G.A.C. Ilike, Soprano dal cuore grande e un rene in meno, perché uno l’ha dato a suo figlio, anche se da un po’ è andato anche quello e in attesa di nuovo trapianto non c’è che la dialisi per Antonio) e del Maestro col baffo (compositore, direttore d’orchestra, insegnante ormai in pensione), ultimamente soffre troppo. Ho letto su Facebook suoi sfoghi disperati nel cuore della notte e… basta, basta stare così! Finalmente un’idea, un progetto per non dire più bestialità … se volete, farete una bella cosa, se potete. Non so quanti vorranno dare un contributo anche minimo, dico solo perché – come quanto e quando posso (pochino) – voglio farlo io. Perché quando ero a terra ho incontrato mani che mi hanno risollevata, perché quando l’umore precipita la buona musica aiuta sempre, perché sono stanca, stufa davvero di piangere talenti perduti, musicisti morti, artisti scomparsi, quando c’è anche solo uno straccio di possibilità di aiutarne uno a vivere. E perché voglio un bene dell’anima a sua madre.

Aiutiamo Antonio a ritrovare benessere

Lascio parlare Antonio:

” Essere sintetico non è il mio forte, specie se devo rappresentare una categoria di oltre 50.000 persone di cui mi eleggo rappresentante, e facendone parte a pieno titolo da ormai otto anni. Come riassumere il dolore, il disagio, il sacrificio quotidiano e la sofferenza costante in poche righe? E, soprattutto, possono i soldi risolvere un problema come quello di chi muore un po’ per volta attaccato a una macchina in attesa di un trapianto che potrebbe non arrivare mai? Me la sono posta più volte, questa domanda e più volte mi sono risposto di no. Ma ci ho riflettuto ancora, e quel no è diventato un sì. E mi piacerebbe parlarvi di come il vile denaro può migliorare esponenzialmente la “NON VITA” dei dializzati, e, nella fattispecie, la mia.

Un breve video esplicativo: 

Faccio  l’avvocato del diavolo è già prevedo la vostra domanda. Ma, Antonio, ci stai sostanzialmente chiedendo di pagarti le vacanze?! Beh, in tal caso l’indignazione sarebbe quantomeno doverosa. Vi sto invece chiedendo qualcosa di molto più complesso. Poter fare una vita molto simile alle persone normali recandomi spesso in luoghi di svago ove io possa trovare apparecchiature della FRESENIUS di altissima qualità per rendere la mia dialisi molto più leggera ed avere diritto a distrarre la mia mente dalla asfissiante quotidianità. Utilizzare farmaci intradialitici come il Vessel o l’Eprex, piuttosto che l’eparina e il Binocrit, liberarmi un po’ dal prurito uremico e da tanti altri problemi derivanti da una dialisi scadente. Sarei io stesso a dimostrarvi dove sono stato e come ho dializzato in maniera tale da rendere tutto trasparente.

Eliminando le oltre dodicimila parole che avrei scritto per raccontare i numerosi effetti collaterali psicofisici che dobbiamo subire e che ci tramutano la vita in un inferno (badate bene, parlo sempre al plurale, ma in verità parlo per me e di me), posso solo dirvi questo: con i soldi, che lo stato non ci passa quasi mai, e proprio mai in quantità sufficiente e proporzionale alla tremenda condizione che viviamo, puoi alleggerire la tua dialisi rivolgendoti a centri e strutture ospitanti migliori, con macchine all’avanguardia, personale attento, farmaci intradialitici sostenibili dall’organismo e a basso peso molecolare, possibilmente in luoghi di vacanza e turismo dove il dializzato possa percepire più leggera la terapia stessa e gli effetti postumi, in una condizione psicologica di agio, di spensieratezza, in un luogo diverso e non sempre nell’ospedale di appartenenza, dove non solo i dializzati si sentono soffocare da una routine continua e logorante, ma anche medici e infermieri vanno in “BURN OUT”.

Quali sono gli effetti della dialisi? Ve lo spiegherò.

Ho fatto anche circa 35 video per sviscerare l’argomento, e sono diventato il referente nazionale sull’argomento.

Ho aiutato tanta gente che come me era in difficoltà, restando io stesso, ironia della sorte, vittima di una terapia devastante a lungo, lunghissimo termine.

Ha forse il dializzato meno diritto dell’industriale, del docente o del libero professionista di andare al mare? Di avere una casa? Un lavoro? Una moglie? Una macchina? Una serata al ristorante?

Sono provocazioni e piccoli indizi, quelli che vi do, ma mi rendo conto che più saranno le parole da me spese, più sarete distanti dalla percezione fisica di questo problema, di questa malattia, e di questo stillicidio che non è una guarigione; anzi, spesso sembra solo un terribile accanimento terapeutico su persone ridotte a poco più di nulla, sulla soglia della follia, o, alternativamente, della morte. Certamente, della schiavitù. Tra limiti, prigioni, non libertà, problemi alimentari, elettrolitici, cardiaci, intestinali… e resto ancora volutamente vago.

Allora, mentre voi fate la vostra vita agiata, normale, non accorgendovi del dono più prezioso che avete ricevuto in dotazione, e cioè la salute (che, come l’aria, ti accorgi che esiste solo quando ti manca) e vi lamentate che siete stanchi perché dovete svegliarvi presto per andare a lavoro, o che c’è il dentista da pagare, o che manca parcheggio sotto casa, fermatevi un istante e pensate a questi 50000 e passa cristi crocifissi sui loro letti, che non hanno alcuna colpa, ma pagano severamente e a caro prezzo la semplice condizione di essere vivi. Come se questo bastasse a far espiare loro ogni colpa possibile. E pensate: cosa posso fare io per Antonio? Per Giacomo? Per Gabriella?  Mi piacerebbe sapere che grazie a me la loro vita possa essere un pochino migliore? Che un farmaco possa regalargli qualche ora di benessere? Che una gita in montagna possa distrarli e farli sentire, anche solo per un attimo, normali, dimenticando la tortura della dialisi?

Mi fido di voi.

E sono pronto a darvi mille altre informazioni.

EDIT: Qualcuno avrebbe tutto il diritto di contestare, con qualcosa del tipo: “Ma Antonio, vuoi farti il Trip Advisor delle dialisi migliori di italia, ma anche noi che dializziamo da tanto dovremmo allora fare una raccolta fondi! Non è giusto! Se hai prurito assumi chelanti del fosforo, se hai irrequietezza fatti una camomilla, se hai sete sputa l’acqua fresca… ecc…”

Ebbene, a costoro rispondo che non tutti i dializzati, non tutti i corpi, gli organismi, e le patologie di base, e, ancora, le reazioni alla stessa terapia (fatta comunque spesso con metodiche e macchinari differenti) sono uguali e reagiscono nello stesso modo alllo stesso evento. Tra le varie fortune che il sottoscritto ha in dotazione, e che molti altri dializzati, invece, beati loro, non hanno, ci sono propio le numerose allergie e intolleranze proprio – quarda il caso beffardo! – ai farmaci chelanti del fosforo. Ergo, non potendo assumerli, il fosforo e il prurito salgono vertiginosamente portandomi all’inferno. Assumendoli, invece, per la serie “la copertina è troppo corta” sto malissimo per le mie intolleranze pur controllando il fosforo e anche la parte di prurito dipesa da esso. (il prurito deriva anche da altri fattori e si somma a sè stesso) Insomma, se copro i piedi si scopre la testa. Se copro la testa si scoprono i piedi. Una coperta lunga per riscaldarmi tutto, no, eh? Giusto per ragguagliarvi sulle allergie e le intolleranze che ho, ecco un breve elenco: letto questo, o uno accende un cero a San Pio, o si affida al crowdfunding per dializzare nei migliori luoghi possibili. Voi che avreste fatto al posto mio?

Allergie e intolleranze aggiornate al 9 Novembre 2017

Glazidim (shock anafilattico), Bactrim (blocco intestinale), Nebicina (effetto collaterale ototossico, vertigini, due mesi di perdita di equilibrio, immobilità, stordimento, vista instabile girando la testa o camminando, vomito nei primi giorni, tamponato con due settimane di Vertiserc), Rifadin (tollerato per max 5 giorni, forte mal di stomaco con vomito e relative tracce ematiche), Normix (debolezza, narcolessia continua, blocco intestinale, calore al viso, ipotensione), Allopurinolo (mal di stomaco, nausea, gonfiore, addome duro, vomito, fermentazione e gas acidi), Renagel (problemi gastrici vari, conati di vomito), Renvela (problemi gastrici vari), Mimpara (problemi gastrici vari), Foznol (mal di stomaco, nausea, gonfiore, addome duro, vomito, fermentazione e gas acidi), Osvaren (problemi gastrici vari e dolori lancinanti allo stomaco), Zemplar (tollerato per bocca, in vena no), Cell Cept (crampi fortissimi alle gambe e dolori muscolari), Amlodipina (gonfiore piedi e caviglie e ritenzione idrica), Cialis (gonfiore piedi e caviglie e ritenzione idrica), Ferlixit (per via endovenosa porta a ipotensione, sudorazione copiosa e collasso), Terapia parenterale per alimentazione liquida indotta (stretta e pressione toracica, calore in faccia e nella parte destra del corpo, tachicardia)

Ho quasi finito… se hai letto fin qui sei un eroe (o un’eroina) e hai tutta la mia stima e la mia gratitudine 🙂

Dimenticavo un piccolo aspetto “riassuntivo” (è un eufemismo)

Avevo pensato a una grande causa con Dio solo sa quanti avvocati, affinché lo Stato italiano, sordo e menefreghista a certe situazioni, ma pronto a stipendiare i nostri parlamentari con cifre da capogiro, pagasse noi dializzati con regolarità quale indennizzo psicologico per i danni costantemente subiti. Alcuni avvocati consultati mi hanno dissuaso, anche perché c’è già l’INPS che fa di tutto per toglierti o per non darti quello che ti spetta. E quello che spetta a molti di noi, cari amici, udite udite, è la mirabolante cifra di scarsi 300 euro al mese. Sì!!! Avete letto bene!!! Con cui io, personalmente, manco riesco a pagarci l’affitto.

Mi hanno detto, caro Antonio, se vuoi i soldi, sensibilizza la gente comune. Fai informazione. C’è molta più carità ed empatia nel popolo che presso le altissime istituzioni fatte di giacche, cravatte e sorrisi di plastica.

Questa era la mia lettera che spiegava, e spiega anche a voi, il motivo per cui ho bisogno di soldi per recuperare dignità e qualità nella mia vita, che ormai si trascina tra nevrosi motturne, pruriti da scorticarsi vivi, dolori lancinanti e stanchezza perenne.

Richiesta di indennizzo psicologico per i danni causati dalla dialisi.

Il sottoscritto Antonio Molinini, nato a Corato il 19/10/1981 ed ivi residente in via Trani 53/A cf: MLNNTN81R19C983V, in qualità di paziente emodializzato dal 13/11/2009 a seguito di patologia di base CAKUT (cfr referti medici allegati), rappresentando sé stesso medesimo e facendosi, inoltre, portavoce delle numerosissime persone affette da gravi forme di nefropatia e sottoposte anch’esse ad emodialisi, dialisi domiciliare o dialisi peritoneale, avendo catalogato negli anni una serie di devastanti effetti collaterali che vanno inevitabilmente a rappresentare un carico psicologico enorme su pazienti di ogni età, inficiandone non solo il corpo, ma anche – e soprattutto – la mente distruggendone la qualità di vita, i rapporti sociali, la spendibilità lavorativa del singolo, il tempo libero, la serenità personale e familiare, la qualità e la quantità del sonno, la possibilità di creare legami e affetti duraturi, ecc. comunica, previa elencazione delle problematiche insorte col trattamento, di voler avviare una raccolta di firme online al fine di ottenere un indennizzo per i danni psicologici subiti da ciascun dializzato.

Tra i principali problemi che, a medio e lungo termine, portano il dializzato ad una condizione di vita infernale, logorando la psicologia del paziente e conducendolo verso una sempre più evidente pazzia ed esasperazione, refertata da psicologi e psichiatri come sindrome ansioso depressiva, e, in taluni casi, psicomania depressiva con atteggiamenti compulsivi tesi all’autolesionismo, figurano:

prurito uremico;
prurito da iperfosforemia;
prurito da contatto del sangue con linee, tubi, acque per osmosi, filtri;
prurito insorto per utilizzo continuo di anticoagulanti;
ferite da grattamento, procurate cercando di togliere un prurito che non va mai via e che è talmente profondo e intenso da toglierti il sonno, da portarti alla follia, da non farti vivere più;
danni gastrointestinali dovuti a smodato utilizzo di farmaci, soprattutto se chelanti del fosforo;
mal di schiena (posizione di immobilità prolungata su poltrone spesso vecchie, rotte, scomode, malconce, inadeguate alle esigenze di un paziente in stato di immobilità totale o parziale nelle ore di dialisi e sulle quali non c’è manutenzione o periodica sostituzione);
discriminazioni sociali, lavorative, sentimentali, perdita del lavoro, mancate assunzioni;
scarsa attenzione e gentilezza del personale assistente medico e infermieristico, che, con crescente superficialità nel corso degli anni, tratta il paziente come un numero di passaggio, con sempre meno umanità, spesso con superficialità anche nella somministrazione delle terapie, ed infine, extrema ratio, soprattutto per gli infermieri in evidente stato di burn out, ad errori grossolani e fortemente lesivi sulla fistola artero venosa nell’attacco e nello stacco degli aghi;
Sindrome delle gambe senza riposo;
calcificazioni ossee, venose e arteriose;
crampi;
mal di testa prolungati e spesso resistenti a terapia;
collassi;
sete continua e inestinguibile, un vero e proprio incubo che ti tortura il cervello ogni singolo giorno della vita, in ogni minuto, in una continua guerra logorante e insostenibile con ogni singola goccia d’acqua;
cardiopatie ischemiche o di altra natura insorte a seguito di trattamenti dialitici troppo pesanti e prolungati nel tempo;
edemi polmonari, spesso letali, altre volte passeggeri e recuperati in tempo con dialisi d’urgenza;
iperpotassemia;
stati edematosi periferici;
stanchezza, astenia, mancanza di lucidità nelle 5 ore successive al trattamento, rabbia, irritabilità, furto di sangue al cervello e relativo stato confusionale, dolori alle gambe, impossibilità permanente o passeggera di camminare, affanno;
impotenza e calo della libido (con drammi di coppia che spesso portano alla rottura di lunghe relazioni, o, addirittura, a sfasciare famiglie che prima erano felici);
nausea, vomito, ipotensione e ipertensione;
iperparatiroidismo;
inadeguatezza allo sforzo fisico (dal camminare al correre, dallo sport leggero a quello più impegnativo) causa emoglobina bassa e cuore in perenne affanno;
alto rischio di arresti cardiaci;
braccio con la fistola deformato e aneurismi enormi e brutti da vedere (motivo di frequente curiosità morbosa o allontanamento volontario della gente comune) da rimodellare, eventualmente, chirurgicamente;

Pertanto, pur consapevole che mai un semplice elenco potrà far provare alla persona che sia perfettamente sana ed in buona salute, distante anni luce da questa condizione mortale e disperata, anche un solo grammo di tanto dolore e della rabbia, della depressione e della follia che ne deriva, e che le parole, anche le più accuratamente ricercate non trasmettono ad alcun lettore nessuno degli effetti collaterali descritti, il sottoscritto procede con una raccolta di firme che di seguito riporta (cfr documentazione da petizione online) e chiede:

un rimborso che debba essere retroattivo, e si rifaccia agli anni di dialisi che ciascuno ha subito, con una stima – il più attendibile possibile – delle dialisi fatte. Per ogni anno di dialisi chiediamo 56000,00 euro di rimborso e, dopo il quindicesimo anno di dialisi consecutivo, ci sembra congruo che diventino 75000,00 euro per ogni anno aggiuntivo.

Dal momento in cui entrerà in vigore il decreto con relativi rimborsi, per ogni dialisi che viene fatta, devono essere corrisposti al paziente 20,00 euro all’ora (circa 960,00 euro al mese, per un dializzato standard, ottenendo tale cifra dalla stima delle ore dializzate ogni settimana e moltiplicandole per una media di 4 settimane al mese) che incrementino la pensione minima che noi percepiamo (e che è dovuta anche a chi, al momento, ancora non ne abbia fatto domanda o ricevuto risposta) e che non siano soggetti a tassazione. Questo, sia ben inteso, usque ad vitam, fino a quando non arrivi un trapianto che vada acclaratamente bene e ti sottragga, finalmente, per un tempo variabile alla tortura della dialisi.

Nella malaugurata ipotesi che arrivi un trapianto che vada male, con insorgenza di rigetto immediato, o con problematiche tali che nel giro di pochi mesi, al massimo un anno, i disagi arrecati dal rene non funzionante portino il paziente a sole problematiche, dolori, ansie, terapie fallimentari, e, purtroppo, al reingresso in dialisi, ci deve essere un’assicurazione che risarcisca il paziente sfortunato per la grande delusione, psicologicamente insostenibile e diretta conseguenza del fallimento di quell’operazione che avrebbe dovuto significare la resurrezione e la libertà, pari a 300000,00 euro, se il trapianto fallito è stato effettuato da donatore cadavere, di 600000,00 euro se il trapianto non riuscito è stato effettuato da donatore vivente.

ecco, a voi non vi si chiedono mica tutti questi soldi 🙂

ma una cifra che mi permetta di dializzare il più possibile fuori dal mio ospedale, su macchine d’avanguardia, in cuoghi di ristoro mentale e fisico. Penso, tutto sommato, di meritarmelo come tutti gli altri miei compagni di disavventura, soprattutto se giovani e pieni di speranze troppo spesso abbandonate.

Grazie a tutti voi! “

Antonio Molinini

 

un mare di emozioni… ricordo del mare

Forse in una vita precedente ero un pesce? Non credo alle esistenze multiple, ma da qualche parte dentro di me c’è un richiamo invincibile al mare vero. Se già nuotare al largo mi rimette al mondo, come un grembo sconfinato il mare aperto, fuori dalle baie e dai ripari di scogliere e promontori, mi accoglie e mi abbraccia e mi regala la pace che altrove stento a trovare.
A volte mette i brividi, può fare anche tanta paura, ma lì come in pochi altri contesti sento la magnifica ricchezza dell’Amore che ha creato tutto. E allora sono brividi di emozione e gioia commossa, non di paura.

Solo che avevo promesso di non avventurarmi oltre la Punta da sola.
Ora la nuvola è mamma e deve rispettare doveri prima ignorati, come non mettere a rischio la pelle… questa estate, in agosto, qualcuno mi ha accompagnata e mi è stato regalato un sogno realizzato.

Solo ier sera il Mago della luce, grande fotografo, vero amico e ottimo nuotatore, mi ha mandato gli scatti della nostra nuotata oltre la Punta di Fetovaia… 

…gli scogli dietro la Punta non si vedono dalla riva,

la barca a vela non era nostra o saremmo arrivati in Corsica (ma l’estate prossima magari ci si prova a nuoto, come i messaggeri del mare… oggi è il compleanno di uno di loro),

Con la testa sott’acqua mi scordavo tutti i pensieri brutti…

Senza maschera, senza pinne, solo con il costume (e solo per decenza), confusa con i pesci veri e le onde oltre la baia.
Poi una gita in canoa, per la prima volta mi sono divertita a remare su una specie di kajak…

e tornata quasi alla base, che bel riposo per braccia e gambe felicemente stanche!
L’ho già detto che amo il mare?
E che all’Elba sono felice?
Quanto manca alla prossima nave per la mia isola?

 

Ricordi colorati per i momenti di buio.

GRAZIE

Precetti e ricette. L’odio e il perdono

” Non odiare l’egiziano, perché fosti uno straniero nella sua terra ” (Dt 23,7)

… per essere liberi, dobbiamo liberarci dell’odio, questo è ciò che stava dicendo Mosè. Se i figli d’Israele avessero continuato a odiare i loro nemici di un tempo, Mosè sarebbe riuscito a portarli fuori dall’Egitto, ma non sarebbe riuscito a portare fuori da loro l’Egitto. Con la mente, sarebbero rimasti ancora là, schiavi del passato, prigionieri dei loro ricordi. Sarebbero rimasti in catene, non quelle di metallo, ma quelle della mente. E le catene mentali sono talvolta le peggiori di tutte.

(…)
Non si può creare una società libera sulla base dell’odio. Risentimento, rabbia, umiliazione, una sensazione di vittimismo e di ingiustizia, il desiderio di ristabilire l’onore infliggendo danni ai tuoi precedenti persecutori – sentimenti comunicati nel nostro tempo da un flusso interminabile di video di decapitazioni e di omicidi di massa – sono le condizioni di un’assoluta mancanza di libertà. Ciò che Mosè insegnò al suo popolo era: devi vivere con il passato, ma non nel passato. Quelli che sono prigionieri della rabbia contro i loro precedenti persecutori sono ancora prigionieri. Coloro che permettono ai loro nemici di definire chi sono non hanno ancora raggiunto la libertà.

Ho imparato questo dai sopravvissuti alla Shoah. (…) All’inizio fu difficile capire come avessero fatto a sopravvivere, come avessero convissuto con i loro ricordi, sapendo ciò che sapevano e avendo visto quello che avevano visto (…)
Tuttavia erano e sono alcune delle persone più positive che abbia mai incontrato. Quello che colpiva maggiormente era il fatto che vivessero senza rancore. Non cercavano vendetta. Non odiavano. Si preoccupavano, più di chiunque altro di mia conoscenza, quando altre persone venivano massacrate in Bosnia, Ruanda, Kosovo o Sudan. Il loro dolore li rendeva sensibili al dolore degli altri ( …)

Come, mi chiedevo, avevano esorcizzato il dolore che doveva averli tormentati notte dopo notte e portato molti, tra cui Primo Levi, al suicidio, talvolta molti anni più tardi? Alla fine ho compreso la risposta. Per decenni non avevano parlato del passato, non ai coniugi e neppure ai figli. Si erano concentrati esclusivamente sul futuro. Avevano appreso la lingua e la cultura della loro nuova patria. Avevano lavorato e si erano costruiti una carriera. Si erano sposati e avevano avuto figli. Soltanto quando si erano sentiti al sicuro anche per il futuro, quaranta o cinquant’anni dopo, si erano concessi di guardare indietro e di ricordare il passato.

Prima devi costruirti un futuro. Solo dopo puoi rivisitare il passato senza esserne prigioniero.
Ricordate, NON PER VIVERE NEL PASSATO, MA PER IMPEDIRE LA RIPETIZIONE DEL PASSATO.

(…)
… quello che mi hanno insegnato i sopravvissuti della Shoah: guarda avanti, non indietro. Costruisci una vita, una famiglia, un futuro, una speranza. L’odio ci rende schiavi…
Non fare la guerra ai figli delle tenebre.
Assicurati piuttosto che tu e i tuoi figli siate sorgenti di luce

(ancora da Non nel nome di Dio di Jonathan Sacks)

 

E una bellissima ricetta proposta da don Fulvio 

 

Il Piatto della Vendetta (dell’Osteria del Cenacolo)

Contrariamente alle leggende metropolitane 
non va servito freddo

Dosi per tutte le persone:
Memoria qb.
Perdono 490 abbondanti manciate
Serenità qb
Sorrisi senza esagerare
Cuore 1

Esecuzione
Tale ricetta è più difficile di quanto si possa credere, e riesce solo a chi si affida alla guida di Qualcuno che l’ha eseguita alla perfezione. 
Prima di tutto non è necessario dimenticarsi del male ricevuto, ma esso non va mai rigirato nel rancore (ingrediente che sconsiglio, fa andare a male tutto).
Poi occorre uscire da sé e entrare nel cuore e nella sofferenza dell’altro fino alla compassione; tale processo richiede non pochissimo tempo e sforzo.
Il perdono va raccolto prima in abbondanza dove lo si può trovare (ci sono degli spacci specializzati ed autorizzati).
Lo si deve ricevere e far maturare in sé, altrimenti dato senza tale maturazione può rimanere indigesto.
Dopo tale maturazione il perdono va impastato con la serenità e il sorriso.
A questo punto servitelo senza risparmiare nelle porzioni e a cuore caldo.

Ah, dice chi l’ha provato che è il miglior piatto di vendetta.

(Don Fulvio Capitani)

Semi tra i rovi

 

«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto».

Una domenica al Tempio

Domenica 10 settembre, per la  Giornata Europea della Cultura Ebraica, erano in programma in tante città diversi incontri sul tema dell’esodo, mostre, concerti, degustazioni di prelibatezze della diaspora.

‘La Diaspora. Identità e dialogo’ era appunto il tema di quest’anno, davvero attuale per l’umanità intera.

10.9.2017 dentro la Sinagoga9jpg
A Firenze l’appuntamento era nella Sinagoga di via Farini, aperta al pubblico con la possibilità di visitare anche il Museo ebraico.

Una splendida occasione per ammirare un luogo non sempre aperto a tutti, per stare insieme, ascoltare racconti, disegnare (per i bambini, ma non solo), mangiare insieme, nella convinzione che la vicinanza, la condivisione, la conoscenza siano i migliori antidoti contro ogni forma di razzismo e intolleranza.

Jean-Michel Albert Carasso e Mike Hagen hanno fatto un menù Diaspora:
Trenette genovesi con sugo alla concia del Ghetto di Roma (squisite);

Insalata di ceci di Esaù che delle lenticchie non ne può più  (saporita);
gulash vegetale degli ebrei ungheresi con bicchierino di borscht di barbabietole degli ebrei ukraini (gusto insolito, da riprovare);
tajine di pollo al miele e cannella con cuscus degli ebrei marocchini (delizia);
crostini con mousse di tonno al curry degli ebrei dell’India (quel che mi è piaciuto di più);
Basbussa dolce di semolino degli ebrei egiziani (l’unica portata che non ho gradito tanto, giusto le mandorle intere sopra il couscous zuccherato e profumato di fiori d’arancio).

Emozionata come una ragazzina davanti a un mito alla presenza del grande chef JM Carasso. Ah, il dolce troppo morbido non l’aveva preparato lui, ci avrei scommesso. Piaciuto molto, però alla mia nuova amica Sara che si è fatta fuori anche le porzioni  delle bimbe… già, perché ero andata con lei , il suo consorte e la sostanziosa prole: tre incantevoli bambine e un dolcissimo principino di pochi mesi.

Con la piccola Anna, smorfie in auto passando davanti a San Jacopo in Polverosa (voleva salutare don Fulvio che era impegnato altrimenti e l’avrei rivisto volentieri anch’io)

Maya invece si è divertita in giardino a interpretare in maniera particolare la “domenica delle palme”

E mi ha colpita con le sue osservazioni durante la visita alla Sinagoga:

“qui devono stare persone importanti” (brava, ragazzina, nel matroneo stanno le persone importanti, le donne!)

10.9.2017 dentro la Sinagoga nel matroneo

P.S. in tempo per fare gli auguri di Rosh Ha-shanà, ripensando al gusto dei chicchi di melograno sparsi tra ceci e couscous anche quella domenica

l’shanah tovah techatemu ve tikatevu

[che il tuo nome possa essere inscritto e serbato (nel Libro della Vita) per un buon anno]

 

shana tova

 

“Non nel nome di Dio” di Jonathan Sacks

Il sottotitolo è importante: Confrontarsi con la violenza religiosa. Perché non sarà negando la motivazione religiosa di tanta violenza o qualche rozzo attacco alle religioni in sé a fermare le stragi di innocenti. Come nessun intervento militare potrà sconfiggere l’odio. Occorre cercare di conoscere, riconoscere in noi e negli altri (che sono “loro” per noi, come “Noi” siamo “Loro” per loro) la nostra comune umanità e ogni identità specifica, capire, elaborare, guardare avanti. Confrontarsi con la grande questione dell’identità, che è sempre plurale, come dimostra il fallimento di ogni tentativo di sfuggirle – nell’universalismo o nell’individualismo – e finalmente sconfiggere l’idolatria della violenza e della ricerca del potere “semplicemente” riconoscendo che la nostra comune umanità precede le differenze religiose.


Jonathan Sacks ha proposto un’affascinante lettura della Storia e della Bibbia. E le storie della Bibbia lette con stupore nuovo, rilette con attenzione, interpretate con scrupolo filologico, sensibilità e intelligenza affinata da anni di studio e ricerca, incantano come romanzi, illuminano come saggi di antropologia o psicanalisi, curano diversi graffi dell’anima.
In cuore la storia di Agar e Ismaele, 

come la rilettura di “Giuseppe e i suoi fratelli” all’interno del capitolo sulla “rivalità fraterna”, dopo la folgorante lotta di Giacobbe con l’angelo che lo porta a restituire al fratello Esaù la benedizione carpita con il travestimento… 

Solo qualche appunto prima di passare a un altro libro. Mi dispiace sempre congedarmi da una lettura nutriente (e sarò felice di parlarne, magari davanti a un caffè o un buon tè, con chiunque l’abbia letto), segnarmi in un solo posto alcuni passaggi mi aiuta a guardare avanti, alla prossima lettura.

Cap. 1  La malvagità altruistica

Quando la religione trasforma gli uomini in assassini, Dio piange.

(…) [la prima riga del primo capitolo potrebbe bastare. Epitome perfetta]

Troppo spesso nella storia della religione le persone hanno ucciso nel nome del Dio della vita, mosso guerra nel nome del Dio della pace, odiato nel nome del Dio dell’amore e praticato la crudeltà nel nome del Dio della compassione.
Quando ciò accade, Dio parla, talvolta con voce tenue, sottile, quasi inaudibile dietro il clamore di coloro che sostengono di parlare a suo nome. Quello che dice in queste occasioni è: Non nel mio nome

Cap. 3  Dualismo

” [Il dualismo patologico] è una forma di collasso cognitivo, un’incapacità di confrontarsi con le complessità del mondo, le ambivalenze del carattere umano, i capricci della storia e la definitiva inconoscibilità di Dio. Conduce a un comportamento regressivo, e è stato responsabile di alcuni dei peggiori crimini nella storia: quelli commessi durante le Crociate, i pogrom, la caccia alle streghe, gli eccidi in Cambogia, Bosnia, Ruanda, la Russia stalinista e la Cina maoista. (…) Il dualismo patologico fa tre cose. Fa disumanizzare e demonizzare il nemico. Porta a vedere noi come vittime. E permette di commettere MALVAGITÀ ALTRUISTICA, uccidendo in nome del Dio della vita, odiando nel nome del Dio dell’amore e praticando crudeltà nel nome del Dio della compassione.
È un virus che attacca il senso morale. La disumanizzazione distrugge l’immedesimazione e la compassione. Sospende le emozioni che ci impediscono di fare del male. Il vittimismo devia la responsabilità morale. La malvagità altruistica arruola le brave persone per una cattiva causa. Trasforma gli esseri umani comuni in assassini nel nome di alti ideali

Cap. 4 Capro espiatorio

…il modo in cui il dualismo si evolve [degenera] dall’essere teologico o metafisico per diventare patologico e fonte di odio violento. Accade quando una vittima – un individuo o un gruppo – è trasformata in capro espiatorio come metodo per proiettare all’esterno la violenza che altrimenti distruggerebbe una società dall’interno. (…)
E quando la violenza finisce, rimane il problema perché in primo luogo il capro espiatorio non è mai stato la causa del problema. E così le persone muoiono. La speranza è distrutta. L’odio reclama altre vittime sacrificali. E Dio piange”

me l’ero portato al mare, per rileggere dall’inizio

però poi l’ho finito a Firenze, perché se è vero che le storie sono affascinanti come romanzi, non è un romanzo. Questo libro è una sfida ai pregiudizi e una miniera di spunti interpretativi e spinge a consultare altri testi, cercare riferimenti, pensare a come tradurre nella vita di ogni giorno l’invito a dire (ebrei, cristiani, musulmani):

“Siamo tutti figli di Abramo. E sia che siamo Isacco o Ismaele, Giacobbe o Esaù, Lea o Rachele, Giuseppe o i suoi fratelli, siamo tutti preziosi agli occhi di Dio. Siamo benedetti. E per essere benedetti non è necessario che qualcuno sia maledetto. L’amore di Dio non funziona in questo modo.
Oggi Dio ci chiama, ebrei, cristiani e musulmani, a liberarci dall’odio e dalla sua predicazione, e a vivere finalmente come fratelli e sorelle, fedeli alla nostra fede e ad essere una benedizione per gli altri a prescindere dalla loro fede, rendendo onore al nome di Dio onorando la sua immagine, l’umanità

Importanti anche le citazioni sparse, come

“Immagino che uno dei motivi per cui le persone si aggrappano così tenacemente al loro odio sia perché sentono che, una volta esaurito l’odio,  saranno costretti a vedersela col dolore”
(James Arthur Baldwin)

Bello, bello, bello. Non escludo di riportarne qualche passaggio ancora prossimamente.
Grazie a chi me lo ha consigliato

la mia isola

… con il cuore a un’altra isola a me cara, colpita dal terremoto e da errori umani (tra Forio d’Ischia, Sant’Angelo, Casamicciola e Barano un’incantevole settimana con lo sposo all’inizio della nostra storia… ricordi indelebili appena velati di nostalgia senza rimedio, perché potremmo tornarci, ma non torneremo indietro nel tempo, quando ancora tutto o quasi tutto era da scoprire, provare, anche sbagliare).
E il sottile magone del sapermi viva davvero nei giorni che volano via tra scogli e pini, onde e stelle più che nei mesi in città, dove abito, lavoro, mi vesto, mi travesto (ci vogliono anche le maschere per affrontare il pubblico), parlo, ascolto, mi devo ricordare di respirare… 

 

Una leggenda narra che l’Arcipelago Toscano si formò quando Venere emerse con irruenza dal mare per raggiungere suo figlio Eros, rompendo la collana che indossava e perdendo sette perle che caddero in mare dando vita appunto alle isole toscane.

Ma le isole che compongono l’Arcipelago sono molte di più di sette. C’è chi dice di averne visitate più di 70 e chi addirittura oltre 200: stanno nel mare così come abitano in ciascuno di noi e la loro conoscenza è il frutto di un viaggio interiore che si compie ogni giorno vivendo e scegliendo in quale direzione condurre il timone della nostra mente.
Nel mio cuore vive l’Elba, negli occhi del cuore anche Pianosa, Montecristo, il Giglio… e di ogni isola un angolo più caro, una baia nascosta, uno scoglio speciale, un’insenatura apparentemente irraggiungibile, un promontorio senza nome…

Finalmente, dopo diversi anni di vago desiderio, stavolta raggiunta davvero la punta della Punta di Fetovaia.
Nuotare fuori dalla meravigliosa baia è affascinante, anche un po’ spaventoso, perché il mare aperto sa far paura, deve incutere almeno un po’ di timore a chi lo visita senza pinne e senza branchie. Un’emozione grande. Un senso di libertà e stupore che avevo quasi dimenticato, lasciato andar via dalla mente, ma non scordato, mai uscito dal cu
ore.


Non da sola, come promesso a chi si preoccupava per me, ma in compagnia di un grande amico, ottimo nuotatore e spettacolare fotografo: il “mago della luce”, Adriano! 
In attesa delle sue fotografie, scattate con la macchina subacquea mentre nuotavo oltre la punta, mentre facevo capriole tra i pesci e dopo anche nella gita in canoa (imparato pure a pagaiare quest’estate), qualche immagine sparsa della vacanza che ancora mi lascia un po’ di bronzo sulla pelle, un riflesso di sole sui capelli, una voglia di mare che non passerà fino al prossimo tuffo, tra meno di un anno.

ombre e luci prima e dopo la pioggia sul mare, luce nel cuore all’ombra del Pino solitario…

ogni tanto solo sposi, non solo babbo e mamma 

della reginetta della baia

innamorata anche lei dei miei scogli, 

Viola ha davvero fatto pace con i cani
Viola e Blu

 

e ci fa fare la pace

Non sono mancati i momenti di turbamento, non solo per l’incendio in Corsica che arrossava il cielo sopra Fetovaia ….
incendio in Corsica da Fetovaia

ma l’Elba è il mio nido e anche le rondini ormai ci stanno di casa…
al prossimo salto in “paradiso”

 

 

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