Petali

I ricordi dei giorni di vacanza mandano profumo buono a distanza di giorni… come i piccanti doni di Mati e Carlitos.

No, non è infernet… ricordi, Roberta? Anche noi due ci siamo incontrate occhi negli occhi, abbraccio di braccia, solo dopo anni di parole scritte on line e qualche telefonata e parole scritte a mano e doni per posta. Ma il giorno in cui sei venuta a Firenze con quel regalo speciale (il tuo abito nuziale è diventato il mio per il sì in chiesa, pochi possono capire il valore del tuo dono per me… grazie!) ci siamo riconosciute, non conosciute per la prima volta. E così con Mati. E il suo sorriso luminoso.

Matilde, il mio cuor di girasole (che tifa la squadra nemica della mia!), la mia vicina di compleanno, amica di blog quando i blog (in altro altrove, non questo blogghino piccino e quasi nascosto) ci prendevano tutte le ore che ora – al netto dei nuovi impegni di mamme – si passano tra Facebook e Instagram… e anima sorella.

L’anima libera è rara,
ma quando la vedi la riconosci,
soprattutto perché provi un senso di benessere
quando le sei vicino

 

Quante tazze di camomilla col miele condivise a chilometri di distanza nelle ore di dolore e quante risate da invocare la bombola dell’ossigeno nei momenti non sempre leggeri, ma resi lievi e sorridenti dalla vera amicizia… e un giorno di agosto, senza filtri, ci siamo semplicemente riconosciute. 

In un giorno di mare mosso sugli scogli della marina di Guardia, mentre le nostre bimbe si sono elette sorelle 

E ora possiamo dire anche di aver mangiato insieme! 

Questo ha reso amici il mio sposo e Carlitos, per me e Mati (sì, parlo anche per la mia nemica amica) nulla di più naturale, dopo oltre un decennio di confidenze dividere anche la tavola. E il piccante, il vino, le differenze e le sintonie…

 

E la visita insieme al borgo montano presidio di lingua occitana (che merita post a parte), con i nostri compagni di vita e le nostre creature…

Il fresco, la vista…

i vicoli…

L’unico momento difficile è stato alla fine… dopo la sfida all’ultima pallina “Gatto dammi un dollaro!”

Carlo Nikita Sandro e Viola sfida14 agosto 2019

riuscire a separare Viola e Nikita! “Lei è mia sorella, ormai vive con noi”

Grazie!

Saluti da Pingui, a Firenze un amico viola è sempre gradito

Il mare di Guardia. Ricordi vicini

La vacanza estiva, breve (come da qualche anno) o lunga (da bambina coi miei, da ragazza, insomma tanto tempo fa…), vicini o a tanti chilometri da Firenze, deve farmi mettere i piedi in mare o non è.


E in Calabria merita mettere les pieds dans l’eau (e mangiare invece a tavola, con i piedi all’asciutto).

Al mare si arrivava in pochi minuti a piedi dall’hotel, passando sotto la ferrovia.

Dalla camera si vedeva la roccia del monte.

La vista sul mare dal terrazzo in comune

Ovunque colori, luce, mare, cielo, fiori… e ogni tanto il passaggio di un treno.
Un suono che mi manca e che mi faceva sognare di viaggi e viaggiatori…

 

 

 

 

il rientro…

va reso più dolce con le immagini raccolte per via e più piccante coi doni portati in città

ieri sera, sul tardi, siamo tornati.
A Firenze, dove abitiamo, ma… non ‘a casa’.
Non mi sento più a casa in alcun posto a lungo e mi sento un po’ a casa un po’ ovunque per un po’…


Nuvola, vivo con il vento. Amo viaggiare, amo partire, non mi piace arrivare, soprattutto per stare.


Tornati ieri sera, bagagli in parte ancora sparsi in corridoio, panni stesi e qualcosa già piegato e messo a posto, ma l’anima è rimasta tra gli scogli della Calabria, il borgo valdese di Gardia,

gli incontri a senza fiato di cui racconterò

alla faccia del virtuale

16 agosto 2019 a Fiumefreddo con Viola, Anna Ringa e Sandro

e la scoperta di Fiumefreddo,

i tramonti sul mare

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e l’Abbazia di Montecassino…

sì, perché il viaggio era lungo e abbiamo pensato bene di allungarlo ulteriormente!

Sandro mi ha fatto proprio un bel regalo portandomi a visitare la ricostruzione della ricostruzione della ricostruzione della ‘casa’ di San Benedetto.

Amo viaggiare e conoscere, amo le visite in più e la vista della bellezza ovunque.

Avrei tanta voglia di raccontare tutto e non so da dove cominciare, tante foto, anche troppe, tante emozioni… mai troppe, mai troppe le emozioni. Amo vivere

 

La Gardia. Considerate la roccia da cui foste tratti

La mèta delle nostre vacanze (partenza domani mattina, arriveremo in serata, credo… il viaggio è abbastanza lungo, era lungo in due – la prima vacanza con Sandro fu in Calabria, a San Lucido – sarà più lungo con una bimba, si faranno diverse soste) è La Gàrdia, in passato nota con il nome di Casale di Fuscaldo, chiamata successivamente Guardia Fiscalda, Guardia dei Valdi e Guardia Lombarda, solo in anni più vicini a noi ha preso la denominazione attuale di Guardia Piemontese. La Gàrdia in occitano.


L’aggettivo “piemontese” del nome, deriva dall’origine valdese della popolazione locale, la quale a causa della povertà, dell’intolleranza religiosa e delle persecuzioni subite nelle proprie terre, in Piemonte, dovette fuggire alla ricerca di un luogo più sicuro e ospitale e si trasferì in Calabria dove fondò il paese di Guardia. Altre comunità di valdesi si stabilirono in alcuni paesi vicini, a Montalto Uffugo, e a San Sisto dei Valdesi.
I Valdesi arrivarono in Calabria tra il XII e il XIII secolo dal Piemonte, provenienti soprattutto dalla Val d’Angrogna e dalla Val Pragelato. Gli abitanti di Guardia Piemontese vissero senza conflitti per due-tre secoli con le comunità cattoliche circostanti. Dopo la loro adesione alla riforma protestante il cardinale Michele Bonelli (pronipote di papa Pio V), deliberò che venissero annientati sia i valdesi del Piemonte sia quelli della Calabria. Scatenò così contro di loro una crociata e li sterminò.
La persecuzione religiosa si portò, in tempi antichi, fino nella parte antica di Guardia (il cosiddetto “paese”) con scontri e violenze e l’uccisione di gran parte della popolazione, comprese donne e bambini. I pochi superstiti scampati al massacro furono costretti alla conversione. Rimane a tal testimonianza la porta del sangue, chiamata così dal 5 giugno 1561, oltre ai nomi delle strade che ricordano tali fatti storici.

Nel 1927 venne fuso con il comune di Acquappesa, formando il nuovo comune di Guardia Piemontese Terme. Recuperò l’autonomia nel 1945.
Il centro storico si articola in numerosi vicoli la cui pavimentazione è formata da un insieme di pietre. Vi è una torretta di avvistamento, facilmente ravvisabile anche dal “paese marino”. Nel piazzale antistante la torretta vengono messi in scena vari tipi di spettacoli.

Architetture religiose

Chiesa di Sant’Andrea apostolo
Dedicata al Patrono di Guardia Piemontese. Interessante da vedere è il portale di tufo sormontato dallo stemma di Guardia Piemontese La Torre.

Chiesa del Santissimo Rosario, ex convento dei Domenicani
Fondato dai domenicani nel 1600 e consacrato nel 1616. Di notevole pregio artistico è l’antico coro ligneo, scolpito a mano alla metà del XVII secolo. Esso è composto da 33 scanni, divisi in due ordini di posti: 21 superiormente e 12 più in basso. I braccioli degli scanni rappresentano figure femminili. I pannelli, meravigliosamente scolpiti, sono divisi da alte colonne. Alle spalle dell’altare si trova la tomba di Mario Spinelli, figlio del marchese Salvatore Spinelli, morto nel 1636. Le mura sono abbellite da tipiche e antiche tele su cornici artistiche (presumibilmente del sec. XVI) e da colossali e vivaci affreschi.

Architetture civili


Porta del sangue
Porta principale d’ingresso il cui nome ci rimanda immediatamente ai giorni della repressione. Il sangue dei Valdesi uccisi in loco, nella notte del 5 giugno 1561 dal castello si riversò nelle viuzze, fino a oltrepassare la porta principale d’ingresso che dal 1561 venne chiamata ‘La porta del sangue’. È composta prevalentemente da ciottoli di diversa grandezza, frammenti di laterizio e di pietre rozzamente squadrate legate con malta di diverso spessore.

Porta Carruggio
Piccola porta secondaria d’accesso dell’antico sistema murario di Guardia Piemontese. Si trova a poche decine di metri dalla Porta del Sangue, un tempo principale porta d’accesso al sistema murario cittadino. Il basamento della terza porta, ormai scomparsa, si trova inglobato nel muro esterno di un palazzo sito sulla Via Panoramica, circa all’opposto di Porta Carrugio.

Porte con spioncino
Antiche porte munite di spioncino apribile solo dalla parte esterna, imposte dall’Inquisizione dopo la strage del 5 giugno 1561. Lo spioncino consentiva ai frati domenicani giunti a Guardia Piemontese nel XVII secolo di controllare la vita pubblica e privata degli ex eretici scampati al massacro e convertiti con la forza al cattolicesimo. Di queste porte se ne può visionare una, restaurata, presso il Museo Valdese e almeno tre in giro per il centro storico.

Portale Palazzo Spinelli
Antica residenza estiva del marchese Salvatore Spinelli feudatario di Fuscaldo alla cui giurisdizione apparteneva il territorio di Guardia. Oggi rimane soltanto il portale e in alto è raffigurato lo stemma della famiglia Spinelli: un cigno sormontato da una corona.

Roccia di Val Pellice
Posta nella Piazza Chiesa Valdese, così denominata perché ivi anticamente sorgeva il tempio valdese. Un lastrone di roccia alpina a specchio è collocato su una base di cemento armato. Fu portato dai monti di Torre Pellice nel 1975. Vi è incisa una scritta molto significativa per il popolo guardiolo, tratta dal versetto del profeta Isaia (51,1): «Considerate la roccia da cui foste tratti»
Sotto la Roccia è stata posta una lapide, su cui sono riportati i 118 nomi dei martiri guardioli uccisi il 5 giugno 1561.
Architetture militari
Torre di guardia
Risalente intorno all’anno 1000. Come tutte le torri ubicate sui promontori della costa aveva la funzione di segnalare l’eventuale presenza di navi saracene, che in quel periodo infestavano il Mediterraneo.

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La lingua locale: il guardiolo
Il guardiolo, o lingua guardiola, molto vivo nel centro storico, costituisce l’unico esempio di lingua occitana nel meridione italiano ed è isolata rispetto all’area nativa che consiste sostanzialmente nella Francia meridionale. Fino agli anni cinquanta era possibile riscontrare tre tipi di guardiolo, corrispondenti a tre quartieri diversi del pur piccolo centro storico e giustificati dalle diverse vallate piemontesi da cui originavano le popolazioni delle diverse aree del paese.
Altre aree occitanofone in Italia sono alcune valli alpine del Piemonte e della Liguria.

Istituzioni, enti e associazioni, musei e manifestazioni:

Centro culturale “Giovan Luigi Pascale”
Il centro, di proprietà della Tavola Valdese e dedicato al predicatore piemontese Giovan Luigi Pascale, può essere considerato un punto di documentazione della storia dei Valdesi in Calabria e in particolare a Guardia Piemontese, nonché un centro di attività sociale e culturale a beneficio della cittadinanza. La sala del pianterreno ospita il centro ricreativo. La sala del piano superiore ospita il Museo Valdese, con pannelli esplicativi della storia valdese in Calabria e nel mondo, documenti e reperti, nonché con una sala conferenze e audiovisivi. Gli altri due piani sono dedicati ad appartamenti per visitatori, per un totale di dodici posti letto. Il centro venne inaugurato nell’anno 1983 in occasione del gemellaggio tra Guardia Piemontese e Torre Pellice su iniziativa della Chiesa Valdese quale testimonianza del ruolo che ebbe nella storia di questo centro, considerato l’ultima colonia valdese in Calabria. Dopo alcuni anni di chiusura (dal 1998) è stato ristrutturato e riaperto il 5 giugno 2010. Il Centro culturale “Gian Luigi Pascale” è finanziato dall’otto per mille della chiesa valdese.

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Chambra dal Conselh Eros Marcello Gai
Sala del Consiglio dell’Associazione Culturale Occitana Gàrdia d’O.c (associazione gemellata dal 21 luglio 2012 con l’Associazione Culturale Greco-Calabra “Stella del Sud – Astro tu Notu” di Bova Marina ed il Comitato Organizzativo Giovanile Arberesh di Firmo) dedicata all’intellettuale guardiolo Eros Marcello Gai, si trova in via Marco Usceglio. Inaugurata il 12 novembre 2010 con pubblica manifestazione è un luogo d’incontro, organizzazione e discussione circa la “Questione Occitana” di Guardia Piemontese nonché sede del gruppo folk occitano-guardiolo Vent de Nòtes. In quanto luogo d’incontro e cultura, la Chambra dal Conselh è aperta al pubblico eccetto nei giorni in cui l’associazione si riunisce.

Il Museo valdese di Guardia Piemontese del Centro culturale “Gian Luigi Pascale” è stato riaperto nel 2011, proprio nel 450º anniversario della strage dei valdesi in Calabria e in Puglia. È aperto al pubblico previa prenotazione. Per le scuole calabresi è un importante punto di riferimento per approfondire la storia delle minoranze in Calabria.

Museo Multimediale Occitano – Comune di Guardia Piemontese – Inaugurato il 22 gennaio 2011, è un museo dedicato alla conoscenza della storia e della cultura guardiola attraverso la visione di documenti video e reportage del borgo occitano. Il museo è dotato di biblioteca libraria e multimediale, di una sala espositiva, di una sala formativa, di una sala conferenza. Offre un percorso multimediale sulla storia e cultura occitana in Europa, in Italia, e nel comune di Guardia Piemontese.
È presente una ricca biblioteca, con numerosi libri di narrativa, storia e cultura, con una sezione dedicata alle tre minoranze linguistiche presenti in Calabria: gli Occitani, i Grecanici e gli Albanesi.
Il Museo Multimediale è un punto di riferimento per chi volesse immergersi nella storia di questo luogo e di questa comunità. Effettuata la visita l’avventore potrà prendere nota dei vari testi tematici presenti prima di uscire o restare e dedicarsi alla loro lettura.

Giornata della Memoria
Il 5 giugno 2008 l’amministrazione comunale ha istituito “La giornata della memoria”, in ricordo dell’eccidio del 5 giugno 1561. Celebrazione comunitaria per trasmettere alle nuove generazioni una significativa pagina di storia che appartiene non solo alla gente guardiola, ma alla Calabria, all’Italia e all’Europa.

Settimana Occitana
Nel mese di agosto. Organizzata dall’amministrazione comunale di Guardia Piemontese e dalla Provincia di Cosenza Assessorato alle minoranze linguistiche. È caratterizzata da una serie di spettacoli e conferenze allo scopo della riscoperta dei valori culturali.

 

 

Ricercatrice e testimone di luce

“Più si fa buio intorno a noi e più dobbiamo aprire il cuore alla luce che viene dall’alto”

 

Edith Stein

(Breslavia, Polonia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, Polonia, 9 agosto 1942)

A un compagno di prigionia nel lager, dove fu uccisa nella camera a gas, disse: “Non avrei mai immaginato che gli uomini potessero essere così… e che le mie sorelle e i miei fratelli ebrei dovessero soffrire tanto… Ora io prego per loro. Ascolterà Dio la mia preghiera? Certamente ascolterà il mio lamento”

Edith Stein nasce a Breslavia, capitale della Slesia prussiana, il 12 ottobre 1891, da una famiglia ebrea di ceppo tedesco. Allevata nei valori della religione israelitica, a 14 anni abbandona la fede dei padri divenendo agnostica. Studia filosofia a Gottinga, diventando discepola di Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica. Ha fama di brillante filosofa. Nel 1921 si converte al cattolicesimo, ricevendo il Battesimo nel 1922. Insegna per otto anni a Speyer (dal 1923 al 1931). Nel 1932 viene chiamata a insegnare all’Istituto pedagogico di Münster, in Westfalia, ma la sua attività viene sospesa dopo circa un anno a causa delle leggi razziali. Nel 1933, assecondando un desiderio lungamente accarezzato, entra come postulante al Carmelo di Colonia. Assume il nome di suor Teresa Benedetta della Croce. Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove il 9 agosto muore nella camera a gas.

Una testimonianza dal lager la ricorda così: “Tra tutti gli altri deportati suor Teresa Benedetta attirava l’attenzione per la sua calma e il suo abbandono. Le urla e la confusione nel campo erano indescrivibili. Lei andava qua e là tra le donne consolando, aiutando e calmando come un angelo. Molte madri, vicine ormai alla follia, non si occupavano più dei loro bambini e guardavano davanti a sé con ottusa disperazione. Lei li lavava, li pettinava, e curava”

 

Nel 1987 viene proclamata Beata, è canonizzata da Giovanni Paolo II l’11 ottobre 1998. Nel 1999 viene dichiarata, con S. Brigida di Svezia e S. Caterina da Siena, Compatrona dell’Europa.

 

Un pugnetto di cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi rimane di Santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein; ma in maniera simbolica, perché di lei effettivamente non c’è più nulla. Un ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager nazisti. Questo piccolo pugno di polvere si trova sotto il pavimento della chiesa parrocchiale di San Michele, a nord di Breslavia, oggi Wroclaw, a pochi passi da quel grigio palazzetto anonimo, in ulica (via) San Michele 38, che fu per tanti anni la casa della famiglia Stein. I luoghi della tormentata giovinezza di Edith, del suo dolore e del suo distacco.
Sulla parete chiara della chiesa, ricostruita dopo la guerra e affidata ai salesiani, c’è un arco in cui vi è inciso il suo nome. Nella cappella, all’inizio della navata sinistra, si alzano due blocchi di marmo bianco: uno ha la forma di un grande libro aperto, a simboleggiare i suoi studi di filosofia; l’altro riproduce un grosso numero di fogli ammucchiati l’uno sopra l’altro, a ricordare i suoi scritti, la sua produzione teologica. Ma cosa resta veramente della religiosa carmelitana morta ad Auschwitz in una camera a gas nell’agosto del 1942?
Certamente, ben più di un simbolico pugnetto di polvere o di un ricordo inciso nel marmo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la sua vicenda è balzata via via all’attenzione della comunità internazionale, rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica, autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e martire. (…)
Elevata all’onore degli altari l’11 ottobre 1998, la sua santità non può comprendersi se non alla luce di Maria, modello di ogni anima consacrata, suscitatrice e plasmatrice dei più grandi santi nella storia della Chiesa. Beatificata in maggio (del 1987), dichiarata santa in ottobre, entrambi mesi di Maria: si è trattato soltanto di una felice quanto fortuita coincidenza?
C’è in realtà un “filo mariano” che si dipana in tutta l’esperienza umana e spirituale di questa martire carmelitana. A cominciare da una data precisa, il 1917. In Italia è l’anno della disfatta di Caporetto, in Russia della rivoluzione bolscevica. Per Edith il 1917 è invece l’anno chiave del suo processo di conversione. L’anno del passo lento di Dio. Mentre lei, ebrea agnostica e intellettuale in crisi, brancola nel buio, non risolvendosi ancora a “decidere per Dio”, a molti chilometri dall’università di Friburgo dov’è assistente alla cattedra di Husserl, nella Città Eterna, il francescano polacco Massimiliano Kolbe con un manipolo di confratelli fondava la Milizia dell’Immacolata, un movimento spirituale che nel suo forte impulso missionario, sotto il vessillo di Maria, avrebbe raggiunto negli anni a venire il mondo intero per consacrare all’Immacolata il maggior numero possibile di anime. Del resto – e come dimenticarlo? – quello stesso 1917 è pure l’anno delle apparizioni della Madonna ai pastorelli di Fatima. Un filo mariano intreccia misteriosamente le vite dei singoli esseri umani stendendo la sua trama segreta sul mondo.
Decisiva per la conversione della Stein al cattolicesimo fu la vita di santa Teresa d’Avila letta in una notte d’estate. Era il 1921, Edith era sola nella casa di campagna di alcuni amici, i coniugi Conrad-Martius, che si erano assentati brevemente lasciandole le chiavi della biblioteca. Era già notte inoltrata, ma lei non riusciva a dormire. Racconta: “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo “Vita di santa Teresa narrata da lei stessa”. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità”. Aveva cercato a lungo la verità e l’aveva trovata nel mistero della Croce; aveva scoperto che la verità non è un’idea, un concetto, ma una persona, anzi la Persona per eccellenza. Così la giovane filosofa ebrea, la brillante assistente di Husserl, nel gennaio del 1922 riceveva il Battesimo nella Chiesa cattolica.
Edith poi, una volta convertita al cattolicesimo, è attratta fin da subito dal Carmelo, un Ordine contemplativo sorto nel XII secolo in Palestina, vero “giardino” di vita cristiana (la parola karmel significa difatti “giardino”) tutto orientato verso la devozione specifica a Maria, come segno di obbedienza assoluta a Dio. Particolare non trascurabile – un’altra coincidenza? – il giorno in cui la Stein ottiene la risposta di accettazione da parte del convento di Lindenthal, per cui aveva tanto trepidato nel timore di essere rifiutata, è il 16 luglio del 1933, solennità della Regina del Carmelo. Così Edith offrirà a lei, alla Mamma Celeste, quale omaggio al suo provvidenziale intervento, i grandi mazzi di rose che riceve dai colleghi insegnanti e dalle sue allieve del collegio “Marianum” il giorno della partenza per l’agognato Carmelo di Colonia.
Il 21 aprile 1938 suor Teresa Benedetta della Croce emette la professione perpetua. Fino al 1938 gli ebrei potevano ancora espatriare, in America perlopiù o in Palestina, poi invece – dopo l’incendio di tutte le sinagoghe nelle città tedesche nella notte fra il 9 e il 10 novembre, passata alla storia come “la notte dei cristalli” – occorrevano inviti, permessi, tutte le carte in regola; era molto difficile andare via. In Germania era già cominciata la caccia aperta al giudeo.
La presenza di Edith al Carmelo di Colonia rappresenta un pericolo per l’intera comunità: nei libri della famigerata polizia hitleriana, infatti, suor Teresa Benedetta è registrata come “non ariana”. Le sue superiori decidono allora di farla espatriare in Olanda, a Echt, dove le carmelitane hanno un convento.
Prima di lasciare precipitosamente la Germania, il 31 dicembre del 1938, nel cuore della notte, suor Teresa chiede di fermarsi qualche minuto nella chiesa “Maria della Pace”, per inginocchiarsi ai piedi della Vergine e domandare la sua materna protezione nell’avventurosa fuga verso il Carmelo di Echt. “Ella – aveva detto – può formare a propria immagine coloro che le appartengono”. “E chi sta sotto la protezione di Maria – lei concludeva –, è ben custodito.”
L’anno 1942 segnò l’inizio delle deportazioni di massa verso l’est, attuate in modo sistematico per dare compimento a quella che era stata definita come la Endlösung, ovvero la “soluzione finale” del problema ebraico. Neppure l’Olanda è più sicura per Edith. Il pomeriggio del 2 agosto due agenti della Gestapo bussarono al portone del Carmelo di Echt per prelevare suor Stein insieme alla sorella Rosa. Destinazione: il campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui, il 7 agosto venne trasferita con altri prigionieri nel campo di sterminio di Auschwitz- Birkenau. Il 9 agosto, con gli altri deportati, fra cui anche la sorella Rosa, varcò la soglia della camera a gas, suggellando la propria vita col martirio: non aveva ancora compiuto cinquantuno anni.

Maria Di Lorenzo (riportato dalla pagina Santi e Beati)

frammenti di storia… i fucilati alle Cascine

Tornata a correre vicino alle rive del fiume,

nel caldo di questo agosto fiorentino,

mentre si avvicina l’anniversario della Liberazione di Firenze, non mi sono solo fermata a dire una preghiera e lasciare un fiorellino stavolta… oggi ho fatto le foto al monumento nel parco che ricorda le vittime di una strage fascista quasi dimenticata.

Tutti, almeno a Firenze, sanno dell’eccidio di piazza Tasso. Nella mattinata del 17 Luglio 1944, molti abitanti del quartiere fiorentino di San Frediano erano in piazza. Si trattava in gran parte di donne, anziani e bambini dato che i giovani e gli uomini adatti alle armi erano quasi tutti nascosti per evitare i rastrellamenti. Nel pomeriggio, si presentò un camion con a bordo alcuni repubblichini, guidati da Giuseppe Bernasconi, braccio destro del comandante delle SS Italiane, il famigerato Mario Carità, e si fermò all’angolo tra via Giovanni Villani e viale Francesco Petrarca. E all’improvviso i miliziani aprirono il fuoco sulla gente in piazza. Sotto i colpi dei fascisti rimasero cinque vittime: Ivo Poli (un bambino, di soli otto anni), Aldo Arditi, Igino Bercigli, Corrado Frittelli e Umberto Peri; si contarono inoltre numerosi feriti più o meno gravi.
Ma altri abitanti del quartiere furono catturati e di loro si persero le tracce. Solo molti anni dopo furono ritrovati i loro corpi sul greto dell’Arno, nel parco delle Cascine.

Erano stati fucilati.

Ne parla un libro, “Fucilati alle Cascine”, scritto da Franco Quercioli e Antonio Bernardini: la scena si apre su una calda notte di fine luglio del ’44.

Il 24 Luglio 1944, alle Cascine di Firenze, sul greto dell’Arno, 17 uomini vengono fucilati. I loro corpi spariscono nel nulla, diventano “desaparecidos”. Poi finisce la guerra. L’Italia s’incammina verso la famosa ripresa economica. La memoria di quegli uomini comincia a sbiadire fino a quando, dodici anni dopo, ne vengono ritrovati i resti.
Dove ho fatto le foto

Gli uomini messi in fila per essere uccisi non erano tutti patrioti e partigiani. C’erano anche quattro ragazzi romani che facevano parte di un battaglione della Repubblica Sociale Italiana che rastrellava i partigiani. Forse erano dei disertori catturati a Firenze, vicino alla Stazione di Santa Maria Novella, mentre cercavano di prendere un treno per Roma. Tra i partigiani uccisi ci fu anche un prete, don Elio Monari.

Ogni volta, quando riprendo a correre, penso… e non mi va di scrivere che cosa penso. Certo non voglio siano dimenticati

i loro nomi

7 agosto 2019 eccidio Cascine i nomi

Lunedì

… dopo domenica c’è lunedì…

 

“… Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni…”

dal Salmo 89, uno dei miei preferiti, nelle letture di domenica, insieme con il magnifico prologo del Qoelet

“Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.

Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male. Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!”

I beni finiti non sono un male in sé, ma non sono il Bene. Non sono male le cose belle, i raccolti abbondanti (Vangelo di ieri), un lavoro, la salute fisica, la simpatia dei vicini, ma non bastano a saziare il cuore affamato di senso e di Infinito. Non sono male in sé, ma possono diventarlo se ne diventiamo schiavi, se sacrifico il sonno alla reputazione o il tempo da passare con la mia bimba per aver ragione in una discussione o per tornare in forma o per guadagnare (o guadagnare di più) e comprare un vestito nuovo alla mia bimba… che sì, desidera regalini (a sei anni la bramosia di cose è naturale, il guaio è che a volte ne restiamo dipendenti anche da ‘grandi’), ma capisce subito il peso della questione… “voglio due regali: uno è qui con me, uno a casa” mi ha detto oggi durante una passeggiata con pochi euro in tasca… “il primo è stare con te. E tu sei accanto a me” “e quello a casa?” “che tu giochi con me a casa e non diventi triste davanti al computer quando guardi le cose di lavoro…”

E poi c’è la bellezza gratis del cielo e la bellezza coltivata, con qualcosa che sfugge sempre al controllo…

ci si può prender cura di una rosa, non dominarne il fiorire,

lo sfiorire, l’ammalarsi e il rinascere

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